Il futuro di un lavoro giusto

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“La benedizione o la gioia del lavoro è la maniera umana di sperimentare la mera beatitudine di essere vivi, e condividiamo questa sensazione con tutte le creature viventi; infatti è il solo modo in cui gli uomini possono rimanere e muoversi con soddisfazione nel ciclo prescritto dalla natura, faticando e riposando, lavorando e consumando, con la stessa regolarità felice con cui si susseguono il giorno e la notte, la vita e la morte”. Hannah Arendt, dalla Vita Activa.

Lo stato di disoccupazione è una sospensione dal ciclo della vita, per riprendere le parole della filosofa Hannah Arendt. E’ il guardarsi le mani, seduto su un divano, in attesa di una chiamata che rimetta in moto l’ordine naturale del tempo: lavorare e riposare, produrre e consumare. E’ la ricerca di un posto e di un salario, per contribuire al proprio portafoglio e a quello di famiglia. Lavorare è, possiamo esserne coscienti o meno, fare la propria parte per migliorare questo mondo in cui viviamo. L’occupazione quindi è vitale per l’individuo, perché offre il senso della realizzazione e del futuro.

All’opposto, un’alta disoccupazione è mortale per una nazione, poiché crollano i consumi (-2,14% su scala annua nel nostro Paese) e si perde in competitività. L’Italia è investita da questo problema, e i cittadini di ogni livello ne sono ormai consapevoli: siamo in una spirale dove le banche bloccano i finanziamenti, le imprese non hanno soldi da investire, aumenta la disoccupazione, ci sono meno soldi da spendere in circolazione, le imprese falliscono generando ulteriore disoccupazione. Perfino la politica ha compreso che è il momento di agire, con il Pil (prodotto interno lordo) in caduta libera (fonte),  e con le imprese che stanno chiudendo a ritmi paurosi, +13% su base annua (fonte).

Ieri il governo Letta ha presentato il Piano per il Lavoro; la riforma in sei punti dovrebbe rimettere in moto il mercato del lavoro, duramente colpito da una crisi economica che, secondo le stime, nel 2014 porterà la disoccupazione al 12,3%, più 1,6 rispetto al 2012 (fonte). Il Piano, tra le altre cose, prevede sgravi fiscali per le assunzioni a tempo indeterminato dei lavoratori tra i 18 e i 29, e vengono disposti fondi per stage aziendali, soprattutto nel sud del Paese, dove la disoccupazione giovanile ha superato il 40%. Questo è un modo per immettere nel mercato del lavoro una marea di persone altrimenti costrette a sottostare a contratti a tempo determinato, e a vivere in una precarietà umiliante; oggi solo 2 lavoratori su 10 vengono assunti a tempo indeterminato (fonte). Molti altri, negli ultimi anni, si sono visti costretti ad aprire la partite Iva pur di lavorare, e non tutti per praticare una libera professione o mandare avanti un’impresa. In uno studio di Pietro Ichino del 2011, le false Partita Iva, persone “invitate” ad aprirsela dai datori di lavoro, ammontavano  a oltre 1 milione di lavoratori.

Per risolvere questo problema, però la politica non basta; c’è bisogno di un rinnovamento culturale sul fronte del mercato del lavoro. Troppe persone, per troppo tempo ormai, hanno prestato la loro opera in cambio di paghe non all’altezza, e in assenza di contratti dignitosi. Un futuro fatto di parole non scritte su alcun pezzo di carta, sta segnando il ritorno al passato, quando i dipendenti non avevano voce, né diritti, né certezze per il domani. In nome della flessibilità, che in teoria dovrebbe facilitare la gestione del tempo, si stanno intrappolando le persone in un labirinto, alla perenne ricerca di un impiego che dia stabilità alla loro vita.

Di seguito si propone un articolo di Jefferson Cowie, professore di Storia del lavoro alla Cornell University, pubblicato sul New York Times; è una disamina accurata del mercato del lavoro negli Stati Uniti, in cui l’autore prende in considerazione il concetto di giusto lavoro e spiega cosa di esso ne rimane nella società odierna.

 

Il Futuro di un Giusto Lavoro – di Jefferson Cowie

“Settantacinque anni fa il presidente Franklin Delano Roosevelt firmò la Fair Labour Standards Act, una legge disegnata per dare base normativa a una sua convinzione: i beni prodotti “al di fuori di elementari standard di dignità” non dovrebbero inquinare i canali del commercio.”

La Legge è il fondamento del moderno impiego. Ha messo al bando il lavoro minorile, ha garantito il salario minimo, ha stabilito la durata ufficiale della settimana lavorativa in 40 ore, richiedendo una paga straordinaria per qualsiasi lavoro in più.  Mettendo un tetto alle ore settimanali, incoraggiò i datori ad assumere più persone piuttosto che sfiancarne poche fino all’esaurimento. Tutto questo fu raggiunto non grazie al magico equilibrio del mercato, ma da una politica federale.

Nei decenni successivi il Congresso ha inserito più persone nell’ambito della Legge, e si è impegnato in perenni battaglie per mantenere o aumentare il salario minimo. Cinquant’anni fa, John F. Kennedy firmò l’emendamento più importante, the Equal Pay Act, che garantisce alle donne e ad altri soggetti uguale salario per uguale lavoro. Nonostante la sua nobile storia, oggi la legge affronta un futuro incerto, a causa di una serie di sconcertanti cambiamenti nel modo in cui si pensa al lavoro.

Il problema è indicativo della disonestà morale e politica del nostro tempo. Un largo e crescente numero di datori classificano i loro impiegati come esenti dalla legge semplicemente cambiando i loro lavori, ma non la loro paga, a categorie amministrative, dirigenziali e professionali. Grazie all’esenzione i datori possono ignorare fastidiosi particolari come lo straordinario o il salario minimo, visto che quei lavoratori sono stipendiati, non sono lavoratori a ore. Le azioni legali per dovute paghe di straordinari che risultano da una cattiva classificazione del lavoratore sono un numero esorbitante.

Se il confine tra lavoratori esenti e lavoratori non esenti è diventata ingiustamente confuso, quello tra impiegati e liberi professionisti è quasi invisibile. Siamo diretti verso “l’economia del 1099”, chiamata così in riferimento alla forma fiscale destinata ai liberi professionisti, una categoria che spesso cammina sul filo della legalità.

Per alcuni lavoratori, appartenere alla “1099” significa più flessibilità, creatività e controllo sul proprio lavoro. Tuttavia, ci sono molti più lavoratori “1099” riluttanti che vorrebbero lavori regolari ma si trovano chiusi fuori dal sistema da datori che cercano un modo facile per declinare le proprie responsabilità verso i loro impiegati. E poi c’è la categoria truffa più ignobile di tutte: lo stage. Per i giovani stagisti di talento (e di solito benestanti) non c’è una vera collocazione nelle maggiori  aziende americane, quindi non possono pretendere giuste condizioni lavorative. Questo significa non avere nessun salario minimo garantito e nessun tetto massimo di ore. Spesso non c’è nemmeno un salario. Recentemente la Corte federale di Manhattan ha stabilito che gli stagisti  impegnati nelle riprese del film “Black Swan”, uscito nel 2010 per la Fox Researchlight, erano lavoratori a tutti gli effetti; questa decisione è incoraggiante, e potrebbe avere delle implicazioni di lungo raggio. E’ un segnale di speranza, potremmo riasserire un’idea tanto vecchia quanto valida: lavora e vieni pagato.

Eppure chi va controcorrente persiste. Quando la Riforma sanitaria (Obamacare) entrerà in vigore il prossimo anno, le aziende con più di 50 dipendenti a tempo pieno dovranno cominciare a offrire l’assicurazione sanitaria. Questo potrebbe portare a una corsa per riclassificare abbastanza impiegati così da non dover pagare l’assicurazione sanitaria.

In risposta, si pretenda un nuovo impegno da parte del governo federale per sostenere il Fair Labor Act. Sono necessari più fondi per rinforzare la Legge. Le azioni disciplinari da parte della Divisione paghe e orari del Dipartimento del Lavoro è scesa di oltre un terzo tra il 1997 e il 2007. Questo in parte è un problema di risorse: per i fondi dell’anno prossimo, l’amministrazione Obama sta puntando a un modesto aumento di 15 milioni di dollari per rinforzare sia il Fair Labor Standards Act sia Family Medical Leave Act (la Legge per le condizioni di un giusto lavoro e la Legge che garantisce un permesso familiare per ragioni mediche). Fondi che non sono sufficienti. Ci sono molti altri modi per migliorare la Legge. Siccome il suo schema di applicazione fa leva sul fatto che il dipendente esca allo scoperto, piuttosto che una supervisione governativa attraverso accertamenti con visite sui posti di lavoro, la protezione contro possibili ritorsioni deve essere irrobustita. Si potrebbe anche migliorare la funzione di deterrenza della Legge, nella forma di danni punitivi per violazioni gravi o continuate.

E’ vero che stiamo attraversando un cambiamento sismico nel modo in cui strutturiamo le nostre vite lavorative. Sia i datori che i dipendenti vogliono più flessibilità. Ma la concomitanza di interessi non dovrebbe mascherare il fatto che i datori avranno sempre più potere rispetto ai loro dipendenti; è nel loro interesse far lavorare un dipendente il più a lungo possibile nelle condizioni più economiche.

Ai tempi di Roosevelt i tribunali giudicavano gran parte della legislazione sui salari e gli orari come incostituzionale, basandosi sulla dottrina della “libertà di contratto”. L’idea era tanto semplice quanto dannosa: la legislazione sui salari e gli orari violava la libertà individuale di raggiungere un accordo indipendente (leggi peggiore) con il proprio datore di lavoro. Non possiamo permetterci di scivolare indietro ulteriormente verso quel brutto passato della “libertà del contratto”. Gli americani sono oberati di lavoro e sottopagati, e di molto, se comparati ad altri Paesi avanzati; i nostri lavoratori sono intrappolati in un rigido schema di ineguaglianza che ha posto fine a una storica pretesa: essere la Nazione della mobilità sociale verso l’alto.

Roosevelt non si curò delle discussioni economiche quando si trattò di salari e orari. Offrì una quadro di riferimento semplice, sia sul piano morale che su quello patriottico.

“Una democrazia che si auto-alimenti e che abbia rispetto di se stessa”, affermò, “non può trovare giustificazione per il lavoro minorile, e non può offrire nessuna giustificazione economica per limare i salari dei lavoratori, né per allungare gli orari”.

Questo è vero oggi come allora.”

Articolo di Jefferson Cowie – Professore di Storia del lavoro alla Cornell University, Usa. E’ autore del libro “Stayin’ Alive:  the 1970’s and the last Days of the Working Class“. Articolo pubblicato sul New York Times il 24 Giugno 2013

Traduzione di Cristiano Arienti

In copertina: Giorgio De Chirico, Piazza Italia (Il Grande Gioco).

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3 Responses to “Il futuro di un lavoro giusto”

  1. Emiliano July 1, 2013 at 10:25 pm #

    domanda: al di la’ dell’aspetto etico, e’ economicamente possibile applicare condizioni di Giusto Lavoro nelle democrazie occidentali quando le multinazionali dispongono ad Oriente (e a sud) di un esercito di manovalanza a bassissimo costo e nessun diritto? Parliamo di una forza lavoro giovane e smisurata che si e’ appena affacciata al capitalismo (sui generis) ed e’ disposta a quasi tutto per partecipare alle briciole della festa che si e’ consumata nei paesi ricchi negli ultimi 25 anni prima della crisi! Non e’ piu’ realistico pensare che dovremo spartire le risorse con un paio di miliardi di esseri umani (Cina e India) che finora se ne erano stati in disparte tra comunismo, caste e religione? Non saremo forse semplicemente piu’ poveri, o nella migliore delle ipotesi meno consumatori?

  2. Cristiano A. July 2, 2013 at 1:20 pm #

    Le tue riflessioni colgono nel segno il problema. La globalizzazione ha colpito duramente il mercato del lavoro in Occidente, attraverso la delocalizzazione in altre regioni della Terra. Nei Paesi emergenti o in via di sviluppo, si è formata una classe borghese e soprattutto decine di milioni di persone hanno finalmente accesso a impieghi nei settori secondari e terziari.
    Persone pronte a farsi sfruttare, come ad esempio gli operai nelle catene di assemblaggio della Foxxcon in Cina, o nelle fabbriche tessili in Bangladesh; è sul quel tipo di lavoro, usurante e privo di diritti, che si perpetua il consumismo in Occidente: smart-phone e abbigliamento a prezzi abbordabili. Non per tutti però, e qui entro in disaccordo con te: la povertà è una piaga sociale, si abbatte su fasce della popolazione, non su un’intera popolazione
    La soluzione, quindi, non è semplicemente rassegnarsi alla povertà, o a perdere il primato della manifattura e dei servizi, ma ripensare a modelli economici e di lavoro: ad esempio la ridistribuzione dei redditi per garantire il potere d’acquisto (Krugman), lo sviluppo di un mercato europeo dell’energia rinnovabile (Ue), il finanziamento di impieghi socialmente utili – sanità, educazione, ecologia – in sostituzione dei lavori manifatturieri (Rifkin). Tutto questo dovrebbe tener conto, comunque, del concetto di lavoro giusto: se non altro per evitare tensioni sociali. E’ bene ricordare che i regimi totalitari hanno attecchito in tutti quei Paesi dove povertà, disoccupazione e disuguaglianze erano altissime – e lo dico a uno che se ne intende dell’Eterno ritorno di Nietzsche 🙂

    • Emiliano July 2, 2013 at 10:12 pm #

      Le tue osservazioni sono molto pertinenti e anche gli spunti citati per uscire dagli schemi che stanno soffocando le economie occidentali e europee in special modo sono interessanti e rivolti nella giusta direzione.

      D’altra parte vedo una distanza fra ciò che dovrebbe essere o che sarebbe-meglio-fosse e ciò che e’.

      Ridistribuire la ricchezza ad esempio e’ un ottimo principio, e ha una certa applicabilità su scala nazionale (ma già quanto e’ difficile negli USA e quanta fatica fa Obama!). Su scala globale al momento sembra un miraggio: come ridistribuiamo se gli operai cinesi campano con stipendi da 300 dollari mese, per giornate di lavoro anche da 12 ore e senza tutele?

      In un sistema di mercato qualcuno sostiene che il sistema stesso si auto-regola (e’ un principio del liberismo), ma quanto tempo può essere necessario per appianare diversità globali cosi marcate? E soprattutto: davvero appianare vorrà dire ridistribuzione e miglioramento delle condizioni dell’operaio cinese, o non e’ piu’ probabile – e’ la mia opinione – che si vada verso un peggioramento delle condizioni del lavoratore occidentale, schiacciato da una manodopera con cui non può competere e dagli interessi delle multinazionali che producono a costi irrisori e vendono a costi invariati? Consideriamo anche in quanto tempo le societa’ occidentali hanno sviluppato un capitalismo maturo, con tutele adeguate dei lavoratori e leggi a tutela della concorrenza!

      Ridistribuire vorrebbe dire dividere piu’ equamente le risorse del pianeta, e temo che in occidente questo si traduca in una rinuncia a certi status sin qui dati per scontati.

      Il sistema stesso forse si riallineerà, magari con la guida della politica, o spontaneamente quando questa situazione non sarà piu’ sostenibile e mancherà la domanda interna dei paesi occidentalii per alimentare il consumo di beni prodotti altrove a basso costo.
      In che direzione, una volta che saremo a quel punto, e’ difficile prevederlo – e svolte totalitarie (come rilevi), rivoluzionarie o conflittuali non si possono purtroppo escludere.

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