Crisi economica: gli immigrati sono una risorsa

Fra le cause della crisi economica che si è abbattuta in Italia non si può annoverare la presenza di immigrati sul territorio. Anzi, gli immigrati, attraverso una sempre maggiore integrazione, possono aiutare il sistema paese a superare alcuni problemi strutturali che minano il nostro futuro, come ad esempio il bilancio del welfare. Lo ha affermato il professor Carlo Devillanova, relatore della conferenza “Crisi economica e migrazioni – cause, situazione attuale e scenari futuri”, che si è tenuta l’8 novembre 2011 nella sede milanese del Naga, associazione di volontari che promuove la tutela dei diritti dei cittadini stranieri. Devillanova, docente di Analisi delle Politiche e Management pubblico all’università Bocconi di Milano, ha tracciato un quadro articolato sul perchè oggi assistiamo a un drammatico impoverimento delle società occidentali, con segnali che destano molta preoccupazione per il domani. Nella crisi hanno avuto un ruolo la finanza selvaggia, che, alla ricerca di profitti sempre maggiori, tende a generare una bolla speculativa dietro l’altra; l’autoreferenza del mondo accademico dell’economia, che da una ventina di anni trascura le dinamiche reali e concrete dei modelli proposti; la cattiva gestione della globalizzazione, che ha destrutturato i processi produttivi mandando in crisi molti settori industriali; e lo hanno avuto anche la politica monetaria degli Stati Uniti e la mancanza di leadership all’altezza delle sfide contemporanee. Di certo il crollo del 2008 e l’attuale situazione vengono da lontano, se si considera che uno dei fattori comuni alla crisi del 1929, l’aumento della diseguaglianza dei redditi nei paesi industrializzati, è partito già da parecchi anni. Devillanova supporta la sua analisi con i dati Usa del 2007: l’1% della popolazione deteneva il 25% della ricchezza totale. Cifre che echeggiano quelle del 1928. Negli anni 2002-2007, sotto l’amministrazione Bush, il 65% della crescita aveva arricchito quell’1% a fronte di una generale stagnazione dei redditi. L’Italia, in questa classifica dei paesi Ocse, è al 6° posto per gap fra ricchi e poveri. A livello nazionale un dato ulteriore avrebbe dovuto allarmarci sullo stato della nostra economia: nel 2000 la quota del Pil dai redditi generati da lavoro era a livello del 1950, cinque anni dopo la fine della 2° Guerra Mondiale.

Cercando i motivi di questa disuguaglianza di reddito fra le fasce delle società, si prendono in considerazione vari fenomeni: l’innovazione tecnologica, che ha computerizzato i cicli produttivi, o la globalizzazione, che ha ridotto gli organici con piani di delocalizzazione all’estero. Alcuni, però, pensano di individuare la causa della decrescita dei profili salariali con la massiccia presenza di immigrati, che, nella percezione dell’opinione pubblica, “rubano il posto agli italiani”. Ma Devillanova afferma che non esistono studi seri che colleghino il fenomeno della disuguaglianza di reddito con l’immigrazione. E’ stato ampiamente documentato, invece, che in Italia a partire dalla metà degli anni ’90, con l’introduzione della flessibilità nel mercato del lavoro, i salari d’ingresso per i giovani occupati hanno subìto un abbassamento, a cui poi non è seguito un sostanziale ritocco in busta paga. E’ sceso il potere d’acquisto, oltre che la certezza di un reddito; di pari passo si è ridotta la domanda dei beni di consumo, che ha bloccato la crescita. Ed ecco quindi l’aumemento della disoccupazione. Quelle che il docente della Bocconi propone sono analisi del Fondo monetario internazionale (Fmi), l’organizzazione che sorveglia l’andamento finanziario di quasi tutti gli stati del mondo. L’Fmi già da tempo mette in guardia sul divario fra ricchi e poveri, perchè è un fattore destabilizzante in qualsiasi società, a maggior ragione nei paesi Osce. Quindi non sorprende che ormai molti economisti di fama riconosciuta, come ad esempio Paul Krugman, spingano per una ridistribuzione più equa dei redditi se si vuole davvero superare la crisi.

In questo vortice che sta portando via il potere di acquisto dei cittadini in Italia, i primi ad essera trascinati giù sono i più deboli del mercato del lavoro: i precari e i lavoratori in nero, che possono perdere il posto dall’oggi al domani o comunque in poco tempo. Molti di loro sono immigrati, sia regolari che irregolari. Per i primi si possono tracciare delle statistiche: nel 2010, per quanto riguarda gli uomini, il 27% era senza occupazione, partendo da un 11% di due anni prima. Sui secondi, invece, Devillanova denuncia che non è possibile ottenere alcun dato: non esistono numeri certi degli irregolari occupati in Italia, visto che le persone senza permesso di soggiorno sfuggono a qualsiasi ricerca governativa per paura di essere espulsi. Di conseguenza non si riesce ad avere un’idea, che non sia vaga, sul fenomeno del lavoro sommerso. In questo quadro, l’alta disoccupazione e l’aumento della manodopera in nero fra gli immigrati, il rischio è che la crisi economica crei le condizioni per un ulteriore abbassamento degli standard qualitativi nel mondo del lavoro. A cui gli immigrati, del resto, sono già abituati. Chi è in cerca di un posto accetta di lavorare con meno diritti, e di sicuro ha meno potere negoziale. Così però la ricetta di una ridistribuzione più equa del reddito resta inattuabile. Eppure anche gli immigrati versano i contributi; contributi che hanno un impatto positivo rispetto ai fondi che lo Stato spende per loro (pensioni, sanità, istruzione). Inoltre si rendono disponibili a svolgere mansioni che molti giovani italiani, a torto o a ragione, non reputano adatte per il loro background e le loro aspettative. Gli immigrati insomma rappresentano un problema per gli italiani con competenza a bassa qualifica, ma nell’immediato costituiscono una forza lavoro importante per il sistema paese, difficilmente rimpiazzabile a condizioni spesso scandalose. Si pensi a certe manifatture al sud, o ai campi agricoli: le paghe calano a 3-4 euro all’ora.

Ecco quindi che cittadini stranieri in un paese come l’Italia non sono un punto di debolezza, tanto meno una causa della grave situazione attuale. La lotta alla disuguaglianza sociale, dice Devillanova, deve essere combattuta anche per gli immigrati, per evitare quella corsa al ribasso degli standard qualitativi dell’occupazione che potrebbe erodere i diritti e le condizioni dei lavoratori italiani qualificati. Ed è a questo punto che Davide Massarotti, presidente del Naga, pone una domanda: ma come, nel periodo pre-crisi gli immigrati non hanno fatto aumentare la disoccupazione, non hanno inciso sul mancato aumento dei salari e non hanno pesato sul welfare. Tutti spauracchi agitati dalla Lega Nord contro la presenza degli stranieri sul nostro territorio. Il docente della Bocconi prende un lungo respiro, e la sua risposta è decisa: non ci sono studi che contraddicono questi risultati; i numeri provengono da istituti nazionali e mondiali che giudicano positivo l’impatto degli stranieri sulla società italiana, per lo meno in termini di mercato del lavoro e di welfare. E questo è avvenuto nonostante i governi degli ultimi 10 anni non si siano distinti per aver proposto politiche d’integrazione. Anzi, con la Legge Bossi-Fini del 2002 e soprattutto con il Pacchetto Sicurezza del 2009 la vita per gli stranieri in Italia è diventata molto più complicata. E invece Devillanova spiega come sarebbe auspicabile una politica di maggior integrazione nella vita italiana di questi immigrati che si sentono parte delle fortune e della sorte del paese. Sono persone che già partecipano attivamente, e consapevolmente, alla (poca) crescita dell’Italia, e che di ritorno non hanno nemmeno il diritto di votare alle elezioni comunali della città dove vivono.

di Cristiano Arienti

www.naga.it

 

 

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