Dall’11 Settembre alle torture della Cia: il fallimento è successo

Bookmark and Share

Nei mesi precedenti all’11 Settembre si consumò una lotta fra un trio di investigatori Fbi esperti di Al Qaeda e un trio di agenti della Cia appartenenti ad Alec Station, l’unità dedicata a Bin Laden: furono protagonisti di un lungo confronto sull’identità di Khalid Al Mihdhar, un pericoloso qaedista. Nella corsa contro il tempo per evitare il più odioso degli attentati, i tre agenti della Cia non condivisero informazioni preziose su quel potenziale terrorista, intralciando le indagini dei tre agenti dell’Fbi; Al Mihdhar  si sarebbe rivelato essere uno dei dirottatori dell’A77, l’aereo schiantatosi nel Pentagono in quella mattina di sole e dolore.

Il risultato di quel braccio di ferro fu apocalittico: 3000 morti tra New York, Washington e la Pennsylvania, l’orrore trasmesso nella case di tutti, centinaia di migliaia di morti nelle campagne militari in Afghanistan e Iraq, il buco nero di Guantànamo e delle prigioni segrete sparse nel mondo, teatri di tortura al di là della legge.

Per raccontare questa storia è necessario partire proprio dal trattamento dei sospetti qaedisti in risposta all’11 Settembre: come ha affermato Diane Orentlicher, docente di Legge Internazionale all’Università di Washington, è stato uno strappo ai valori basilari dell’umanità. Pochi sanno che la principale sostenitrice dei programmi di tortura fu la stessa persona che quell’attentato terroristico avrebbe potuto evitarlo, condividendo una sola, semplice informazione.

“Abbiamo torturato della gente”

Ammanettarono un sospetto terrorista al pavimento, dimenticandoselo in una cella di pietra; l’uomo morì di brividi. A un altro gli ruppero delle costole, e poi lo costrinsero nelle posizioni che gli procuravano il dolore più acuto. A certi li trattavano come cani, tirandoseli dietro col guinzaglio. Ad altri li infilavano in un cassetto e li lasciavano lì dentro per delle ore.

Questi sono alcuni degli episodi descritti nel rapporto sulle torture inflitte durante le indagini per sgominare la rete terroristica di Al Qaeda; è stato pubblicato all’inizio di dicembre 2014 dalla Commissione Intelligence del Senato degli Stati Uniti, a maggioranza democratica. Si tratta di 528 pagine, sintesi di oltre 6000 ancora classificate. La Commissione punta il dito contro la Cia, l’Agenzia di Intelligence Americana, e gli “interrogatori” condotti su persone catturate e detenute a Guantanamo o in prigioni segrete sparse nel mondo. Queste tecniche, conosciute come “enhanced”, ovvero “tecniche di interrogatorio più incisive”, furono autorizzate nel 2001 dall’amministrazione Bush (2000-08); il programma venne predisposto dal Vice-Presidente Dick Cheney e dal Segretario della Difesa Donald Rumsfeld in risposta all’attacco dell’11 Settembre 2001. Per anni l’amministrazione Bush e i vertici della Cia hanno sempre negato di aver commesso crimini nel modo in cui trattavano i prigionieri, denominati “nemici combattenti fuorilegge”.

Lo scorso novembre, quando la pubblicazione del rapporto era ancora incerta, l’attuale presidente Usa Barack Obama ha ammesso che nel decennio scorso “gli Stati Uniti hanno torturato della gente”. Tra loro, almeno 26 persone risultate estranee all’attività terroristica di Al Qaeda.

La Commissione ha elencato i vari metodi di tortura, a partire dal discusso waterboarding: al prigioniero viene coperta la faccia con un panno, e gli si versa acqua sulle vie respiratorie; già dopo pochi secondi si avverte un senso di annegamento. Christopher Hitchens, politologo accondiscendente riguardo a questa pratica, nel 2008 decise di sottoporvisi: impiegò una decina di secondi per cambiare idea e ammettere che si tratta di tortura.

A questo si aggiungano pestaggi, degradazioni, privazione del sonno, costrizioni corporee, sodomizzazione, minacce di morte, detenzione illimitata senza capi d’accusa, rappresentanza legale inadeguata. La Commissione del Senato è giunta alla conclusione che tali pratiche erano condotte innanzitutto per spezzare la volontà dei detenuti, e creare dissociazione mentale; la raccolta delle informazioni di intelligence sembrava secondaria.

Infatti il rapporto evidenzia come le torture siano state brutali – anche degli innocenti sono morti – ma non efficaci. L’esatto contrario di quanto aveva sempre sostenuto la Cia: le “tecniche di interrogatorio più incisive” stavano fruttando enormi risultati; questa narrazione è stata amplificata dall’amministrazione Bush-Cheney.

Alla Cia si presero il merito di aver estorto il nome di battaglia del corriere di fiducia di Bin Laden. Oggi si sa che altri metodi di indagine, quelli tradizionali, permisero di ottenerlo; grazie a questa informazione, anni dopo si riuscirà a risalire al covo del fondatore di al Qaeda.

Un altro successo vantato dalla Cia sarebbe stata la confessione dell’ideatore dell’11 Settembre, Khalid Shaikh Mohammed (KSM). Coinvolto in precedenti (e successivi) piani terroristici di Al Qaeda, KSM venne catturato in Pakistan nel 2003 e segregato in Polonia in una operazione di “rendition”; fu sottoposto a 180 sessioni di waterboarding in appena un mese, e ad altre declinazioni di tortura. Si è proclamato sì l’architetto dell’attacco terroristico che nel 2001 sconvolse gli Stati Uniti, ma ha sputato fuori tutta una serie di indicazioni che poi si sono rivelate false: le aveva fornite per scampare alla tortura. In realtà era già stato Abu Zubayda, un leader qaedista in custodia dell’Fbi, a indicare KSM come l’ideatore dell’attentato. Zubayda venne poi preso in affidamento dalla Cia, e iniziarono per lui lunghe sessioni di tortura. Già in quel periodo l’Fbi comprese la portata di quelle pratiche: erano disumane, illegali, e inquinavano la credibilità dei “collaboratori”.

A volte gli esiti degli interrogatori condotti dalla Cia sono stati nefasti.

Su tutti, le rivelazioni ottenute da Ibn al-Sheikh Al-Libi, addestatore qaedista catturato in Afghanistan nel 2001 e segregato in Egitto. Al-Libi, sottoposto a tortura, “ammise” la presenza di Al Qaeda in Iraq; aggiunse che Saddam Hussein fosse intenzionato a fornire agli affiliati di Bin Laden delle armi nucleari. Nel 2003 gli Stati Uniti presentarono alle Nazioni Unite queste informazioni; servirono, unite alle prove – rivelatesi false – che Saddam possedesse armi di distruzione di massa, a giustificare la guerra all’Iraq. Nei mesi successivi all’occupazione dell’Iraq, quando non si trovavano le armi chimiche o nucleari, ad Al-Libi venne chiesto conto delle sue affermazioni, e il terrorista rispose: “vi ho detto quello che volevate sentirvi dire, e io volevo che smetteste.”

Fra i primi a ribellarsi contro la brutalità della Cia fu Alì Soufan, investigatore della squadra Fbi specializzata su Al Qaeda. Alla sua, di protesta, si aggiunsero anche quelle di molti altri colleghi. Fu così che l’Fbi venne semplicemente messa da parte, nonostante con i suoi metodi investigativi avesse ottenuto importanti informazioni.

L’attentato alla USS Cole e le indagini dell’agente Soufan

A cavallo tra il 2000 e il 2001, Soufan era riuscito a ricostruire un quadro indiziario dell’attività della Jihad islamica in Yemen, e le sue ramificazioni tra Africa e Asia. Insieme al suo capo John O’Neill, Soufan era riuscito a interrogare Fahad Al Quso, uno dei leader qaedisti implicati nell’attentato dell’ottobre 2000 contro la nave militare USS Cole, nel Porto di Aden, in cui avevano perso la vita 17 marinai americani.

Soufan e O’Neill scoprirono che Al Quso aveva avuto anche un ruolo centrale negli attentati del 1998 alle ambasciate Usa di Nairobi e Dar Es Salam, con 224 vittime e migliaia di feriti. E durante gli interrogatori riuscirono a ottenere, fra gli altri, il nome di Khallad “Bin Attash”, uno degli architetti dell’attacco alla USS Cole. Al Quso rivelò che lui e Bin Attash si erano incontrati nel gennaio 2000 in una stanza di hotel a Bangkok, Tailandia. Soufan trovò conferme; e in più si insospettì a causa delle numerose telefonate per Kuala Lumpur, in Malesia: Bin Attash era arrivato proprio dal Paese del sud-est asiatico.

Con questi indizi, l’agente Fbi cominciò a sospettare che Bin Attash avesse incontrato altri qaedisti prima di soggiornare a Bangkok, magari collegati all’attentato alla USS Cole. Così John O’Neill, il capo di Soufan, chiese lumi alla Cia su un possibile collegamento fra gli affiliati di Al Qaeda nello Yemen con la Malesia.

L’agente Fbi lo ignorava, ma in Malesia c’era stato effettivamente un summit dei seguaci di Bin Laden: si era tenuto agli inizi del gennaio 2000 nella capitale Kuala Lumpur, e la Cia l’aveva monitorato. Eppure, in diverse occasioni, alla squadra di O’Neill vennero negate informazioni sulla pista qaedista in Malesia.

La Cia non svela informazioni preziose sul summit del 2000 in Malesia

In realtà la Cia era venuta a conoscenza di quel summit ancora prima del suo svolgimento.

Da tempo l’Nsa (Agenzia della Sicurezza Nazionale) monitorava un edificio nei sobborghi di Sana’a, la capitale dello Yemen; si trattava di un covo qaedista nel quale la Cia era riuscita a impiantare delle cimici. L’Nsa, allora diretta dal Generale Michael Hayden, era così venuta a sapere che importanti seguaci di Bin Laden si sarebbero incontrati a Kuala Lumpur in quella che, a detta degli investigatori, era una sorta di “internazionale” del terrorismo qaedista.

L’informazione venne passata a Richard Blee, il direttore di Alec Station, l’unità della Cia dedicata Bin Laden. All’epoca Blee aveva due vice: uno era Tom Wilshire, e l’altra era Alfreda Bikowsky; per i tre il summit rappresentava l’occasione di ottenere informazioni vitali su Al Qaeda e i suoi esponenti di punta. Si misero così sulla pista dell’uomo che da Sana’a partì per la Malesia.

Si trattava del saudita Khalid Al Mihdhar, uno dei futuri dirottatori dell’11 Settembre; infatti Al Mihdhar ci abitava nel covo di Sana’a, insieme alla moglie e al suocero. Durante il viaggio per la Malesia, Al Mihdhar  fece scalo a Dubai; quando consegnò il passaporto alla dogana, Alec Station fece in modo di fotocopiarlo: si scoprì che il qaedista era in possesso di un visto multiplo per gli Stati Uniti. Il cablo con questa informazione venne inviato subito a tutti gli uffici della Cia coinvolti nel monitoraggio del summit di Kuala Lumpur.

Era il 5 gennaio del 2000, 20 mesi prima dell’11 Settembre.

Ad Alec Station operavano anche gli agenti di collegamento dell’Fbi, Doug Miller e Mark Rossini. Quando lesse del visto per gli Usa, Miller pensò di avvertire subito il quartier generale dell’Fbi; gli fu impedito da Michael-Anne Casey, ai diretti comandi di Wilshire e Bikowsky. Il giorno dopo Miller e Rossini si confrontarono con la Casey e la Bikowsky; erano convinti fosse loro dovere avvertire l’Fbi che un pericoloso terrorista avesse un visto per gli Stati Uniti. Secondo la testimonianza di Rossini,  gli venne detto: “i qaedisti sono intenzionati a colpire in Asia; e poi, siccome Al Mihdhar non si trova ancora negli Stati Uniti, non rientra sotto la giurisdizione dell’Fbi.”

I due agenti Fbi vennero minacciati: se avessero trasgredito quel divieto, sarebbero stati espulsi da Alec Station, e denunciati presso una Corte Federale.

Quello stesso giorno la Casey, come ha appurato la Commissione dell’11 Settembre, spedì un cablo a tutti gli uffici della Cia coinvolti nel summit di Kuala Lumpur: Alec Station, si leggeva nel cablo, ha avvertito l’Fbi riguardo al visto di Al Mihdhar per gli Stati Uniti.

Quel cablo finì nelle caselle elettroniche anche di Richard Blee, Tom Wilshire e Alfreda Bikowsky: non sarebbe mai partito senza il loro assenso.

Davanti alla Commissione dell’11 Settembre, venne spiegato che l’Fbi era stata avvertita a voce.

Secondo Richard Clarke, consigliere al contro-terrorismo della Casa Bianca (1998-2002) il comportamento dei tre di Alec Station può avere una sola ragione: volevano infiltrarsi all’interno di Al Qaeda qualora Al Mihdhar fosse giunto negli Stati Uniti. L’operazione doveva aver avuto il via libera dai vertici della Cia.

Infatti il monitoraggio del summit di Kuala Lumpur era stato seguito in tempo reale anche dal Direttore della Cia George Tenet – Blee era stato nominato a capo di Alec Station da Tenet in persona, e i due lavoravano a stretto contatto. Per la Cia era una priorità assoluta sconfiggere Bin Laden e i suoi accoliti: nel gennaio 2000 gli Stati Uniti erano ancora guidati da Bill Clinton: per il presidente democratico al Qaeda, dopo gli attentati stragisti di Nairobi e Dar Es Salam del ’98, rappresentava il maggior pericolo per la sicurezza Usa, in patria e all’estero.

Se da una parte Clarke sembra comprendere la scelta di far entrare Al Mihdhar e mettergli qualcuno alle calcagna, d’altro canto ha mosso contro Tenet un’accusa pesantissima: i vertici della Cia hanno nascosto l’arrivo di un potenziale terrorista negli Stati Uniti non solo all’Fbi, ma perfino al consigliere al contro-terrorismo della Casa Bianca, ovvero Clarke stesso. Ma non basta: da quel 5 gennaio 2000 il trio di Alec Station, in particolare Richard Blee e Tom Wilshire, tennero il nome di Al Mihdhar fuori dai radar delle indagini su Al Qaeda.

Al Mihdhar e Al Hazmi, da Kuala Lumpur alla California

Non è ancora ben chiaro che tipo di monitoraggio fosse stato approntato nel condominio di Kuala Lumpur dove, dal 5 all’8 gennaio 2000, ebbe luogo il summit di Al Qaeda: se vi fossero state anche intercettazioni ambientali, oltre alle note riprese visive senza audio. Di sicuro vennero fotografati tutti i leader qaedisti che per quattro giorni si incontrarono lì per discutere le strategie contro l’Occidente e i suoi alleati in Medioriente. Fra gli altri c’erano Hambali, un noto terrorista implicato nel piano Bojinka, un attentato simile all’11 Settembre da compiere nelle Filippine e sventato nel 1995. C’era anche Abd Al Nashiri, attivamente impegnato nell’attentato all’ambasciata Usa di Nairobi del 1998.

Naturalmente partecipò anche Khalid Al Mihdhar, in coppia con Nawaf Al Hazmi, un altro saudita e futuro dirottatore dell’11 Settembre.

I due condividevano una stanza nello stesso hotel dove risiedeva Khalid Shaik Mohammed, l’uomo che cinque anni più tardi si sarebbe autoaccusato di essere l’architetto dell’11 Settembre. La partecipazione di KSM al summit di Kuala Lumpur, sebbene mal documentata, avrebbe dovuto innalzare la guardia al massimo, vista la sua leadership nella pianificazione di precedenti attentati terroristici.

Al summit di Kuala Lumpur era presente anche Kallad Bin Attash; quel Kallad Bin Attash sulle cui tracce, qualche mese dopo, si sarebbe messa la squadra Fbi di John O’Neill e Alì Soufan dopo aver interrogato Al Quso in Yemen.

Infatti l’8 gennaio 2000, finito il summit,  Bin Attash si recò in Thailandia a discutere proprio con Al Quso della preparazione di un attentato nella Penisola Arabica; che 10 mesi dopo avrebbe preso forma, appunto, con l’attacco kamikaze alla USS Cole.

Insieme a Bin Attash avevano viaggiato anche i futuri dirottatori dell’11 Settembre Al Mihdhar e Al Hazmi. Le autorità malesiane avevano notificato alla Cia la partenza dei tre, tuttavia l’ufficio di Bangkok non sarebbe stato in grado di intercettarli.

Negli stessi giorni Richard Blee scrisse dei rapporti nei quali spiegava che Alec Station stava ancora monitorando il summit di Kuala Lumpur, senza accennare al viaggio dei tre a Bangkok.

Il 15 gennaio 2000 i tailandesi avvertirono le autorità Usa (ma non è chiaro se passarono l’informazione ad Alec Station) che Al Mihdhar e Al Hazmi erano partiti per Los Angeles via Hong Kong. I due entrarono negli Stati Uniti con i loro passaporti originali, senza problemi. Quel giorno, tra i 50 e i 60 agenti della Cia, compreso il direttore George Tenet, ricevettero un cablo riguardo all’arrivo dei due affiliati di Al Qaeda in California.

La Commissione dell’11 Settembre, nel 2004, ha stabilito che questi cabli sono stati sicuramente letti dall’agente incaricato di monitorare i due, e cioè Tom Wilshire, vice-direttore di Alec Station e stretto collaboratore di Alfreda Bikowsky e Richard Blee.

I due futuri dirottatori tra i servizi segreti sauditi e l’Nsa

Il 16 gennaio 2000, il giorno stesso del loro arrivo in California, Al Mihdhar e Al Hazmi vennero accolti da Omar Al Bayoumi, un cittadino saudita residente da molto tempo negli Stati Uniti. Bayoumi li ospitò nel suo appartamento presso un residence di San Diego; in seguito, fece in modo che i due futuri dirottatori trovassero un alloggio nello stesso stabile, anticipando i primi mesi di caparra dell’affitto. Intanto, li introdusse nella comunità saudita di San Diego.

Al Mihdhar e Al Hazmi ebbero il tempo di cercarsi una casa, aprire un conto corrente, comprare la macchina. Il tutto usando i propri nomi e i documenti originali, e incappando in controlli di vari, dalle multe per eccesso di velocità, all’indagine sul loro status di immigrati ( Al Hazmi sporgerà perfino una denuncia per borseggio, nel maggio 2001, dando alla polizia le proprie generalità).

Nella primavera del 2000, Al Hazmi e Al Mihdhar, insieme a un altro futuro dirottatore dell’11 Settembre, Hanj Hanjour, si presentarono a una scuola di volo di San Diego. Agli istruttori i tre spiegarono di voler imparare a pilotare un boeing.

I due sauditi ospitarono un altro futuro dirottatore, Mohammed Atta. A loro volta Al Mihdhar e Al Hazmi avrebbero ricambiato la visita, trasferendosi per qualche tempo in New Jersey, nei pressi di uno dei tanti domicili di Atta.

Queste informazioni sono state raccolte dalla squadra Fbi Able Danger, che per un periodo molto lungo intercettò Mohammed Atta e altri affiliati di Al Qaeda presenti negli Usa. La stessa Able Danger che, invece di diventare operativa, verrà chiusa nel marzo 2001 dopo essere stata ripetutamente intralciata e boicottata, e i suoi dati distrutti.

Ma Atta non era l’unico futuro dirottatore sottoposto a intercettazioni: dal suo alloggio di San Diego Al Mihdhar chiamava casa sua in Yemen (e quindi il covo qaedista di Sana’a); quelle telefonate vennero raccolte dalla Nsa. Tuttavia il Generale Hayden, il Direttore della Nsa, davanti alla Commissione dell’11 Settembre avrebbe detto che i suoi non erano stati in grado di risalire al luogo di partenza delle chiamate; versione smentita da due “wistleblower” dell’Agenzia, Thomas Drake e Bill Binney.

Le telefonate verso il covo di Sana’a partirono anche da un’altra casa presso cui alloggiarono Al Hazmi e Al Mihdhar; era l’abitazione di un loro connazionale, Abdussatar Shaikh, che in teoria lavorava come informatore dell’Fbi. Anch’egli ospitò per mesi i due sauditi: accolse in casa sua anche Hanjour, e in almeno un’occasione pure Atta. Tuttavia Shaikh, davanti alla Commissione dell’11 Settembre, dirà di non aver mai avuto sentore che Al Hazmi, Al Mihdhar e Hanjour stessero organizzando un attentato terroristico.

La Commissione dell’11 Settembre darà “poca importanza” al ruolo di Bayoumi e di Shaikh; in generale, considererà “poco rilevante” sapere chi supportò per quasi due anni, a livello finanziario e logistico, Al Hazmi, Al Mihdhar, Hanjour, Atta e gli altri principali dirottatori.

Eppure nel 2002 la Joint Commission on the Intelligence of 9/11 (Commissione interparlamentare sull’Intelligence dell’11 Settembre), usando come fonti le principali agenzie americane, era giunta a delle conclusioni: figure di primo piano dell’Arabia Saudita ebbero un ruolo centrale nell’aiutare i futuri dirottatori prima dell’attacco dell’11 Settembre. Le prove, come da anni va ripetendo l’ex senatore Bob Grahmam, co-presidente della 9/11 Joint Commission, sono nelle 28 pagine contenute nel rapporto finale della Commissione dell’11 Settembre, tutt’oggi interamente classificate; e che il Presidente Obama si rifiuta di rendere pubbliche.

Dal 2002 è in vigore una legge, varata dall’amministrazione Bush-Cheney, che garantisce immunità a tutti i cittadini sauditi in qualche modo collegati all’attacco terroristico del 2001.

Bayoumi, espatriato a Londra dopo l’11 Settembre e arrestato dalle autorità britanniche, diede una sua versione dei fatti nel 2003: aveva incontrato Al Hazmi e Al Mihdhar per caso. L’ex senatore Graham ha bollato questa versione come altamente improbabile.

Invece di essere estradato negli Stati Uniti, Bayoumi, su pressione dell’ambasciatore saudita a Londra Turki Al Faisal, venne consegnato alle autorità di Ryyad; da allora è irrintracciabile.

Il Principe Turki era stato capo dell’intelligence saudita fino al 31 agosto 2001, quando, dopo quasi 25 anni, si era improvvisamente dimesso. Oggi esiste un ampio consenso sul fatto che Bayoumi fosse un agente dei servizi segreti dell’Arabia Saudita. Nel periodo in cui i futuri dirottatori abitavano a san Diego, aveva ricevuto per via indiretta ingenti somme di denaro dall’ambasciatore saudita a Washington, il principe Bandar Bin Sultan.

In un’intervista ad Al Arabyia del 2008, il Principe Bandar Bin Sultan, oggi capo della Difesa e della Sicurezza di Ryyad, ha affermato che “l’intelligence saudita aveva seguito con precisione i futuri dirottatori, e aveva avvertito inutilmente le autorità americane della loro pericolosità”.

Khalid Al Mihdhar “coperto” da Tom Wilshire

Nel luglio del 2000 Al Mihdhar ritornò in Yemen, alloggiando a casa sua, ovvero nel covo qaedista intercettato dalla Nsa. Sana’a fu la base da cui il futuro dirottatore partì per diversi viaggi; andò in Malesia, nello stesso edificio di Kuala Lumpur dove si era tenuta la riunione qaedista del 2000. Volò a Singapore per recuperare finanziamenti per i suoi progetti terroristici, e si recò in pellegrinaggio alla Mecca, in devozione ad Allah. Tornato in Yemen prese parte, sul piano logistico, all’attacco kamikaze contro la USS Cole.

Forse Al Mihdhar fece anche una toccata e fuga negli Usa, sotto falsa identità.

Di certo atterrò a New York il 4 luglio 2001 e alla dogana presentò il suo passaporto; passò senza problemi.

Alla fine dell’inverno 2001, ben prima del rientro di Al Mihdhar negli Usa, la squadra Fbi di O’Neill era giunta a una conclusione: Bin Attash, uno degli architetti dell’attentato alla USS Cole, doveva essere collegato al summit tenutosi in Malesia nel 2000. O’Neill e Soufan cominciarono a premere sulla Cia per ottenere conferme e dettagli, ma si trovarono di fronte a un muro. Era proprio il vice-direttore di Alec Station Tom Wilshire, in quel periodo in servizio di collegamento nell’ufficio contro-terrorismo dell’Fbi, a gestire il flusso di informazioni agli investigatori della USS Cole. E in quei mesi, Wilshire accedette più volte al file di Al Mihdhar. 

O’Neill non si diede per vinto, e insistette per tutto aprile 2001.

Agli inizi di maggio Tom Wilshire autorizzò Clark Shannon, un suo collega della Cia, ad informare O’Neill che sì, Bin Attash aveva effettivamente partecipato a un summit.

Contemporaneamente, l’ex Direttore di Alec Station chiese all’agente Fbi Margareth Gillespie di trovare notizie su Al Mihdhar, definendolo un qaedista intenzionato a colpire obiettivi Usa in Asia. Wilshire, infatti, non solo omise che il futuro dirottatore era entrato negli Usa nel gennaio 2000 con regolare visto, ma invertì le tappe del viaggio: disse alla Gillespie che il saudita aveva fatto scalo a Los Angeles, e si era recato a Hong Kong.

L’11 giugno ci fu un incontro fra Shannon, Gillespie e Dina Corsi, tutti collaboratori di Tom Wilshire, e un terzo investigatore della USS Cole, Steve Bongardt, al quale venne mostrata, ma non consegnata, una foto di Al Mihdhar insieme a Bin Attash ritratti a Kuala Lumpur. Bongardt chiese lo spelling e la data di nascita di Al Mihdhar, per poi poterlo identificare con certezza; queste informazioni gli vennero rifiutate.

Come ha sottolineato in The Looming Tower il giornalista premio Pulitzer Lawrence Wright, sarebbero bastati quei dettagli a Bongardt, perché l’investigatore della USS Cole scoprisse le tracce di Al Mihdhar a San Diego, e bloccasse il più odioso degli attentati terroristici.

Due giorni dopo quella riunione, Al Mihdhar ottenne dal consolato Usa di Gedda, in Arabia Saudita, un nuovo visto multiplo per entrare negli Stati Uniti.

Nei tre mesi successivi Steve Bongardt rimase in contatto con Dina Corsi, la collaboratrice di Wilshire: mentre aumentavano gli avvertimenti che Al Qaeda fosse intenzionata a colpire gli Usa, lui continuava a chiedere informazioni più specifiche su Al Mihdhar. Inutilmente.

Corsi e Gillespie, in realtà, non avevano tutta questa fretta di individuare Al Mihdhar; e poi continuavano a cercarlo nel posto sbagliato: ancora a metà luglio Wilshire le aveva sollecitate, anche via email, a scovare il qaedista in Asia. Quella email verrà presentata dall’ex vice-direttore di Alec Station davanti alla Commissione dell’11 Settembre: sarebbe la prova della sua buona fede.

E quando Gillespie, a fine luglio, scoprì che Al Mihdhar nel 2000 aveva soggiornato per qualche mese negli Usa, l’informazione non venne passata alla squadra di O’Neill, Soufan e Bongardt.

Eppure già da tempo si parlava di un possibile attentato agli Stati Uniti, in patria o all’estero, su indicazione di vari servizi segreti stranieri; a giugno la questione era stata all’ordine del giorno in una riunioni tra:

– il Direttore della Cia George Tenet

– il Direttore di Alec Station Richard Blee

– il Consigliere alla Sicurezza della Casa Bianca Condoleezza Rice

–  il Consigliere al Controterrorismo della Casa Bianca Richard Clarke.

Blee, già contattato più volte da Wilshire in quel periodo, non menzionò mai Al Mihdhar, nemmeno per segnalare il pericolo che il sospetto terrorista potesse colpire obiettivi Usa in Asia. Condollezza Rice dismise gli avvertimenti come generici e in sostanza non preoccupanti: un giudizio che avrebbe mantenuto nei successivi mesi. Anche quando la Cia prospettò al presidente George Bush che Bin Laden era intenzionato a colpire all’interno degli Stati Uniti con aerei dirottati ed esplosivi (PDB del 6 agosto 2001); nemmeno in quel momento qualcuno si ricordò che Al Mihdhar era entrato negli Stati Uniti con un visto multiplo. Senza contare che Al Hazmi, il suo compagno di viaggio e futuro dirottatore, dagli Stati Uniti non era mai uscito.

“Dopo l’attacco alle Torri e al Pentagono, sono risalito ad Al Mihdhar in mezza giornata”

Il 22 agosto John O’Neill rassegnò le dimissioni anche per protestare contro la mancata collaborazione della Cia nel caso della USS Cole. Sempre quel giorno, il suo collega Alì Soufan ripartì per lo Yemen: intendeva approfondire le indagini, per scoprire dove e quando Al Qaeda avrebbe colpito gli Stati Uniti.

E proprio in quel 22 di agosto Margaret Gillespie inciampò sul cablo che Tom Wilshire aveva tenuto nascosto: Al Hazmi e Al Mihdhar erano sbarcati a San Diego nel gennaio del 2000; scoprì che Al Mihdhar, uscito una prima volta dagli Usa, era rientrato il 4 luglio 2001. Condivise subito l’informazione con Dina Corsi, che a sua volta si confrontò con Tom Wilshire; l’ex vice-direttore di Alec Station consigliò di aggiungere i due a una lista di ricercati dell’Fbi come sospetti terroristi.

Tra il 28 e 29 agosto 2001 Steve Bongardt, uno degli investigatori della USS Cole, venne aggiornato sulla presenza  Al Mihdhar negli Usa; contattò Dina Corsi e chiese di passargli l’indagine. La Corsi rispose che Al Mihdhar era prerogativa dell’Intelligence, e diffidò Bongardt dal prendere iniziative.

In realtà Dina Corsi aveva assegnato l’incarico di dare la caccia a un leader di Al Qaeda, negli Usa e nel pieno di un’emergenza terroristica, a Robert Fueller, un agente Fbi alle prime armi. Fueller non inserì mai il nome di Al Mihdhar nei database in dotazione all’Fbi, usati per rintracciare sospetti e ricercati; e su suggerimento della collega Dina Corsi, evitò perfino di acquisire i dati della carta credito con cui il saudita aveva comprato il volo per gli Stati Uniti. Di fatto, la caccia ad Al Mihdhar e Al Hazmi si chiuse lì, nonostante i futuri dirottatori stessero seminando tracce in tutto il Paese con i loro documenti originali.

Tra il 31 agosto e l’8 settembre il Direttore della Cia George Tenet aggiornò personalmente il Presidente Bush, ma nei rapporti scritti non c’è traccia  di Al Mihdhar. Il nome del terrorista non uscì fuori nemmeno il 4 Settembre, durante la riunione d’emergenza sulla Sicurezza Nazionale, con Bush e Cheney attorniati da ministri e i direttori delle principali agenzie.

Davanti alla Commissione dell’11 Settembre, Tenet affermerà che la presenza di Al Mihdhar negli Stati Uniti non era tema della riunione. Come del resto nelle precedenti settimane si era disinteressato di Zacarias Moussaoui, un sospetto qaedista arrestato a metà agosto in Minnesota, il quale stava frequentando una scuola di volo. A Minneapolis, gli agenti Fbi erano convinti che Moussaoui facesse parte di un piano per dirottare aerei commerciali e schaintarli in qualche edificio tipo il World Trade Center. L’importanza di Moussaoui venne sminuita proprio da Tom Wilshire; l’agente Cia gestì il caso dal quartier generale dell’Fbi: da lì partì l’ordine di non effettuare ricerche sul computer del qaedista, in cui c’erano le prove della sua complicità con i futuri dirottatori.

E nel rapporto finale della Commissione dell’11 Settembre si legge di una manina sconosciuta del Dipartimento di Stato, che aggiornò il database in dotazione all’ufficio doganale: sebbene a Khalid Al Mihdhar fosse stato appena revocato il visto per sospetta attività di terrorismo, non bisognava trattenere il saudita perché possibile testimone in un’indagini dell’Fbi.

Era il 5 Settembre 2001.

Nei giorni precedenti all’attacco kamikaze, Al Mihdhar, Al Hazmi, Hanjour e altri due dirottatori, pernottarono a Laurel, Maryland, dove c’è la sede della Nsa. A Laurel pagarono con le proprie carte di credito la spesa, un ingresso in palestra, e le armi da taglio con cui avrebbero sequestrato il Boeing. La mattina dell’11 Settembre Al Mihdhar e Al Hazmi si presentarono al check-in con i loro documenti originali e si imbarcarono sul volo A77; l’aereo che un paio d’ore dopo si sarebbe schiantato contro il Pentagono, causando la morte di oltre 180 persone.

Nelle ore successive all’attacco, con l’orrore ripetutamente trasmesso in mondovisione, l’Fbi rese pubblica la lista dei sospetti dirottatori. Fu proprio Dina Corsi, durante una conference call, ad annunciare a Bongardt la presenza di Al Mihdhar fra i terroristi; l’investigatore bestemmiò, urlando che era lo stesso Al Mihdhar su cui, per tre mesi, lui, O’Neill e Soufan avevano chiesto informazioni a lei e alla Cia. Gli fu risposto che erano state seguite le procedure. Bongardt tornò nel suo ufficio: come ha raccontato lui stesso, ci mise mezza giornata a risalire al domicilio di Al Mihdhar a San Diego.

Quando quel nome gli entrò nelle orecchie, Alì Soufan corse in bagno a vomitare.

Per entrambi, la rabbia e l’orrore di quella giornata si trasformarono presto in dolore personale: John O’Neill, il loro ex capo, era perito in una delle Torri Gemelle; per una tragica ironia del destino, il maggior esperto Fbi di jihad islamica aveva cominciato a lavorare come Capo della Sicurezza del World Trade Center poco prima dell’11 Settembre.

“Adesso è il momento di lavorare nell’ombra”

Il 16 settembre il Vice-Presidente Usa Dick Cheney concesse un’intervista in cui enunciò la futura politica estera americana, con accenni a quella domestica, in risposta all’attentato di cinque giorni prima.

Incolpò senza mezzi termini Osama Bin Laden, spiegando che alcuni dei dirottatori erano collegati all’attacco alla USS Cole, già rivendicato da Al Qaeda. Al tempo stesso scagionò l’Arabia Saudita, definendola una vittima dello sceicco del terrore, “membro di una famiglia ricchissima di quel Paese, ed evidentemente cresciuto con gravi complessi”.

“Gli daremo una caccia spietata”, affermò il Vice-Presidente, “lo prenderemo, anche se dovessimo impiegarci molti anni.”

Alla domanda del giornalista se l’America avrebbe usato la forza in reazione all’11 Settembre, Cheney diede una risposta che solo oggi, dopo quasi 15 anni, e con operazioni militari Usa in Afghanistan, Pakistan, Iraq, Siria, Libia, Yemen, Somalia, è possibile comprendere appieno:

“E’ stata dichiarata guerra all’America; in virtù del nemico, piccole cellule terroristiche sparse nel mondo e legate dall’odio per il nostro stile di vita, sarà una guerra molto lunga, probabilmente senza una data finale. Li sradicheremo, ma non basta: colpiremo tutti quei Paesi che offrono loro asilo o protezione.”

Cheney lasciò intendere che gli Stati Uniti avrebbero presto attaccato l’Afghanistan – il piano già pronto nei minimi dettagli prima dell’11 Settembre – precettando la cooperazione di Paesi come il Pakistan e l’Uzbekistan. Pur negando legami tra Saddam Hussein e l’11 Settembre, adombrò il rischio che l’Iraq potesse un giorno ospitare cellule di Al Qaeda; fatto che per l’amministrazione Bush divenne verosimile già qualche mese dopo: le prove emersero durante gli interrogatori di Al Libi, le sue false rivelazioni estorte con la tortura.

Durante l’intervista non venne usata questa parola, tortura, ma Cheney si velò dietro a perifrasi che oggi suonano lugubri. Disse che bisognava essere cattivi, brutali; che l’intelligence avrebbe dovuto agire nell’ombra, e sporcarsi le mani con ogni metodo e risorsa disponibili: “senza imbastire discussioni”. Cioè tenendo all’oscuro gli Americani.

E il “lato oscuro del lavoro” venne affidato proprio a Richard Blee, il Direttore di Alec Station, il quale implementò il programma di “rendition” concepito da Cheney: rapire sospetti terroristi ovunque si trovassero, trasferirli in prigioni segrete, ed estorcergli informazioni anche sotto tortura. Blee venne dislocato in Afghanistan a dicembre del 2001, e assunse il comando dell’ufficio Cia a Kabul: da lì doveva coordinare le operazioni di cattura di Bin Laden e degli altri qaedisti.

Come sappiamo, Bin Laden è stato ucciso in Pakistan nel 2011 da un Commando Usa, e gettato sul fondo dell’oceano. Sei anni prima però, Gary Bernsten, agente della Cia a capo della squadra che dava la caccia al leader di Al Qaeda, era uscito pubblicamente con un’accusa pesantissima: nel 2002 si trovava sui pendii di Tora Bora, e aveva intercettato Bin Laden insieme a una coda di Talebani al confine con il Pakistan; Bernsten aveva richiesto rinforzi sul campo e un massiccio intervento aereo sui passi di montagna. Entrambe le richieste vennero lasciate cadere nel vuoto. Bin Laden ebbe così la via di fuga libera, sebbene per anni lo si sarebbe creduto nascosto in una grotta di Tora Bora. Ma anche se Bernsten fosse riuscito a prendere il leader di Al Qaeda, l’approccio deciso dall’amministrazione Bush non sarebbe cambiato.

Durante l’intervista Cheney l’aveva spiegato: “anche se avessi, qui, adesso, la testa Bin Laden su un piatto d’argento, il nostro lavoro non sarebbe terminato. Dobbiamo chiederci come e perché questi terroristi sono riusciti a vivere in America per due anni, e preparare un attentato frequentando le nostre scuole di volo, agendo indisturbati. E’ chiaro che dobbiamo rivedere qualcosa del nostro sistema.”

Cheney fu di nuovo criptico con gli Americani; si riferiva innanzitutto al Patrioct Act, una legge definita liberticida da Tom Daschle, all’epoca leader democratico al Sentato: garantisce alle forze dell’ordine di indagare o fermare chiunque sia sospettato di attività terroristica senza avvertire un giudice. In questo, Cheney coinvolse la Nsa del generale Hayden (che per due anni aveva intercettato Al Mihdhar): l’Agenzia di Sicurezza Nazionale cominciò ad archiviare e-mail e telefonate di chiunque, aprendo il campo alla sorveglianza di massa globale, pratica Usa svelata dal “whistleblower” Edward Snowden.

Fu così che dopo l’11 Settembre la Nsa invocò finanziamenti per centinaia di milioni di dollari, con lo scopo di implementare un nuovo programma di intercettazioni. Il programma si rivelò un fallimento, e il Generale Hayden venne rimosso nel 2005. Per essere immediatamente nominato Direttore Nazionale della Cia, e Direttore Generale nel 2007.

Il fallimento è successo

Il Generale Hayden non fu l’unico a invocare finanziamenti a pioggia; un altro esperto di lotta al terrorismo jihadista, molto ascoltato dopo l’11 Settembre, spiegò che bisognava investire enormi somme nell’Intelligence, se davvero gli Usa volevano sconfiggere Al Qaeda: era Tom Wilshire, l’agente che aveva “coperto” per 20 mesi uno dei futuri dirottatori.

Due dei maggiori responsabili del fallimento dell’intelligence Usa non solo non ammettevano le proprie responsabilità, ma spiegavano agli altri cosa fare. E come in una parabola orwelliana, tutte le persone colpevoli di negligenza nell’11 Settembre sono state promosse o premiate; compresi gli agenti Fbi che, dal quartier generale, avevano bloccato le indagini sul qaedista Moussaoui, in Minnesota.

La sottoposta di Wilshire ad Alec Station, Michael-Anne Casey, ha continuato a fare carriera nella Cia, lodata pubblicamente dal Direttore Tenet (nel 2004 decorato con la Presidential Medal of Freedom, la massima onorificenza Usa). L’agente Fbi Dina Corsi, complice di Wilshire nel “coprire” Al Mihdhar nell’estate del 2001, fu promossa a supervisore dell’analisi di intelligence.

Alfreda Bikowsky affiancò il suo capo Blee nell’implementare il programma di rendition; nessuno contestò ai due di aver bloccato la comunicazione all’Fbi che Al Mihdhar aveva un visto multiplo per gli Usa.

La Bikowsky in persona supervisionò le torture inflitte a Khalid Shaik Mohammed. Ancora lei assistì alle sessioni di waterboarding su Zubayda, sebbene il qaedista avesse già iniziato a collaborare – i filmati dei primi interrogatori, nei quali coinvolgeva in modo consistente l’ex numero uno dell’intelligence saudita, il Principe Turki Al Faisal, furono distrutti.

Col passare del tempo aumentò il numero di chi, anche all’interno della Cia, metteva in dubbio l’efficacia delle “tecniche di interrogatorio più decise”; soprattutto dopo il caso Al Masri, un cittadino tedesco omonimo di un sospetto qaedista, che la Bikowsky fece rapire e torturare per mesi. In un clima sempre più diffidente, fu lei a scrivere una specie di manuale in cui erano schematizzati “i successi” ottenuti grazie a queste pratiche: bisognava elencarli ogni qualvolta un superiore chiedeva riscontri.

Questi “risultati” e altri, in aggiunta alla grande esperienza sul campo e alla conoscenza di Al Qaeda, la spinsero in alto nella Cia, fino all’incarico di Direttore dell’unità globale anti-jihad – l’equivalente di un Generale dell’esercito.

Nel 2007 la Bikowsky affiancò a un’audizione del Congresso il Direttore della Cia Hayden, convocato alla Commissione di Intelligence; lei prese la parola e affermò che grazie alle “tecniche di interrogatorio più incisive” erano state salvatele le vite di migliaia di Americani.

Questo fu messo in dubbio nel 2009 dal nuovo Direttore della Cia, Leon Panetta, quando ammise che la passata amministrazione aveva celato la vera natura delle rendition e delle “tecniche di interrogatorio più decise”. Panetta affermò, dopo una personale revisione del programma, che i responsabili ne avevano esagerato di molto i risultati.

Tuttavia, l’ascesa della Bikowsky non è stata frenata; le è stato affidato il programma di eliminazione di sospetti terroristi con il supporto dei droni. Su 2400 vittime accertate in Pakistan, neanche un centinaio erano affiliati ad Al Qaeda o ai Talebani: i restanti, tutti civili. I numeri sono simili anche in altri Paesi, come lo Yemen. Tuttavia, pure questo tipo di guerra viene descritto come un successo, mentre l’estremismo jihadista si sta diffondendo in tutto il Medioriente.

Ma forse il vero successo non è in campo militare o di intelligence, ma in quello culturale: negli anni passati programmi sul tipo di 24 Ore, o dibattiti televisivi, hanno sdoganato i metodi tortura come strumenti a fin di bene. Nel 2011 è uscita la pellicola hollywoodiana Zero Dark Thirty, diretta dal premio Oscar Kathryn Bigelow, in cui la figura della protagonista è ispirata ad Alfreda Bikowsky. La prima parte del film, dopo il preludio con le vere voci delle vittime dell’11 Settembre, racconta di come la tortura sia stata funzionale all’uccisione di Bin Laden; un successo inseguito con tenacia e dedizione dall’eroina, che nemmeno per un solo istante è assalita da dubbi morali.

Allo spettatore, che ignora quanto sia storicamente inaccurato il film, viene chiesto di giustificare la mortificazione fisica, mentale e spirituale di un uomo, non importa chi sia, perché solo così si sconfigge il Male, incarnato da Bin Laden.

E proprio di questo scrive nelle sue memorie Mohamedou Ould Slahi, prigioniero a Guantànamo da 12 anni, rapito in Mauritania e torturato per mesi e mesi. In “Guantànamo’s Diary“, libro pubblicato con l’aiuto del suo avvocato, il 39enne Mohamedou dice:

“So che in America c’è una piccola minoranza di estremisti convinti che tutti quelli detenuti in questa prigione cubana siano malvagi, e ricevano un trattamento migliore di quello che meritano. Ma mi piace credere che la maggioranza degli Americani vuole che giustizia sia fatta, e che non è interessata nel finanziare la detenzione di persone innocenti.”

A Mohamedou, dopo anni di angherie, alla fine gli hanno estorto una confessione di complicità in atti di terrorismo; ci sono riusciti minacciandolo di aver incarcerato a Guantànamo anche sua madre, e di essere pronti a torturarla. Sono gli stessi che, rifiutandosi di condividere una semplice informazione, hanno impedito che indagini del tutto legali potessero sventare l’11 Settembre.

di Cristiano Arienti

In Copertina: Un murales, di Mark Rothko

Fonti e link utili

http://www.historycommons.org/timeline.jsp?timeline=complete_911_timeline&the_alleged_9/11_hijackers=alhazmiAndAlmihdhar

http://uk.businessinsider.com/cia-lied-about-osama-bin-ladens-capture-2014-12?r=US

http://www.nbcnews.com/news/investigations/bin-laden-expert-accused-shaping-cia-deception-torture-program-n269551

http://www.newyorker.com/news/news-desk/zero-conscience-in-zero-dark-thirty

http://www.newyorker.com/news/news-desk/unidentified-queen-torture

http://newacademic.tumblr.com/post/109212645192/mark-rossini-interview-the-inside-information

http://www.huffingtonpost.com/gerald-posner/the-cias-destroyed-interr_b_75850.html

http://www.democracynow.org/2015/1/22/inside_the_us_torture_chambers_prisoners

https://www.youtube.com/user/TheDavidgold/videos

Tags: , , ,

3 Responses to “Dall’11 Settembre alle torture della Cia: il fallimento è successo”

  1. alessandra January 27, 2015 at 11:07 am #

    La cronologia degli eventi che si sgomitolano è prova del fatto che le coincidenze sovente nascondono la verità.

  2. martina February 4, 2015 at 9:06 pm #

    Non trovo parole adeguate a descrivere il mio sgomento e soprattutto il dolore…l’istinto mi porterebbe a voltarmi e non pensare più a tutto questo, ma grazie a te non posso più voltarmi…

    • Cristiano Arienti February 5, 2015 at 8:45 am #

      Grazie Martina, anche io ho impiegato molto tempo per decidere di guardare i fatti con mente aperta. Non saprei dire i gradi di responsabilità delle persone coinvolte nel fallimento dell’intelligence pre-11/9. So però che le ferite di molti parenti delle vittime, e dei soccorritori ammalatisi per aver respirato polveri tossiche al WTC, sono ancora aperte, perché non hanno avuto giustizia.
      E poi, se ci si volta dalla parte giusta, si può anche andare avanti, verso il futuro, con uno sguardo più attento e lucido.

Leave a Reply