Kaurismaki, miracolo al cinema

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Se si vuole ammirare un centinaio di quadri tutti in una volta, bisogna andare in una pinacoteca; oppure al cinema, a vedere un film di Aki Kaurismaki. Anche Miracolo a Le Havre, l’ultima opera scritta e diretta dal regista finlandese, è una successione quasi ininterrotta di immagini pressochè statiche; scene dominate dal contrasto di colori sgargianti negli ambienti ristretti della quotidianità, come un Toulouse Lautrec; o dal gioco di luci e ombre sui volti, come un Caravaggio. Alcuni paesaggi propongono grandi spazi che ricordano ora una campagna di Hopper, ora un estuario di Monet. E’ l’illuminato occhio di Kaurismaki, e non è una novità. Ma questo è solo lo sfondo del film, perchè al centro c’è l’uomo, la sua esistenza quotidiana, e la sua statura morale di fronte ai grandi e piccoli problemi della vita. Per questo Miracolo a Le Havre è un film distonico; è sì ambientato nel mondo fiabesco e senza tempo del suo autore, le sue periferie di vicoli e osterie, i suoi quartieri popolari con casupole in lamiera e porticine in legno, ma parla di uno dei fenomeno dei nostri giorni e della nostra Europa: l’immigrazione clandestina. Il tema è necessariamente doloroso; ma questo non impedisce a Kaurismaki di strappare agli spettatori risate ed emozioni.

Marcel Marx è il classico personaggio di Kaurismaki, il vecchio bohemien costretto a lustare scarpe, uno per cui è normale che un commesso di un negozio gli urli dietro, come nei romanzi di Dickens. E’ stato stato raccolto dalla strada da Arletty, la donna che poi lo ha anche spostato, regalandogli l’opportunità di una vita dignitosa. Marcel rappresenta il gradino più basso del popolo. A lui, sotto di lui, si aggiungono gli ultimi, i disperati, i diseredati che viaggiano dentro a un container pur di credere nel sogno di una vita migliore. E’ da una di quelle scatole di lamiera che parte la storia di Miracolo a le Havre, con un gruppo di immigrati dal Gabon salvato in tempo dalla morte per asfissia. Quando la polizia e il personale paramedico aprono quel container , il tredicenne Idrissa sgattaiola fuori e sfugge agli agenti, che lo avrebbero deportato in un centro di permanenza temporanea insieme agli altri immigrati. Pensa di essere a Londra, dove vive la sua mamma; e invece si trova in una città sconosciuta: è senza un soldo nè un posto dove andare. Si nasconde sotto a un molo, con il mare fino alla cintola, metafora degli annegati di tutte le traversate finite male. Sotto quel molo avviene l’incontro tra Marcel e Idrissa. La prima cosa che li unisce è il cibo, il panino che il vecchio bohemien cede al giovane immigrato. Il seguito è la storia di qualcuno che, memore di essere stato salvato, decide di aiutare incondizionatamente chi è solo, non ha niente, ed è braccato dalla polizia. Marcel, sostenuto da alcuni amici, nasconderà Idrissa in attesa di raccogliere il denaro per fargli attraversare la manica. Altri, rappresentanti e sostenitori di una legalità disumanizzante ma pur sempre uomini, cercheranno di ostacolare i piani del vecchio. Ed è questa la chiave di lettura di Kaurismaki: noi siamo quel che decidiamo di fare, siamo le nostre azioni di fronte alle sfide e ai drammi della vita. E spesso siamo di fronte a chi ha bisogno di aiuto, come Idrissa, anche se non ce ne accorgiamo, o facciamo finta di niente. Certo, con in gioco la vita di un ragazzino è facile immedesimarsi in Marcel. In realtà non è così semplice, nè così scontato. Tra la dedizione di Marcel nell’aiutare Idrissa a raggiungere la madre, e l’implacabile politica antiimmigrazione, che nell’immaginario di Kaurismaki assume i contorni di una caccia all’uomo, esistono le molte sfumature dell’inazione. Perfino di fronte a un dramma e a una sfida che investono tutta la nostra società.

In Miracolo a Le Havre l’atteggiamento indifferente di fronte all’immigrazione non ha il volto di qualcuno, ma è un’ombra che si estende su tutto il film: è il fatto stesso che esistono certe situazioni intollerabili, e che alcuni uomini, donne e bambini debbono sopravvivere in condizioni così miserabili e pericolose. Kaurismaki lo ammette in un’intervista pubblicata su cineblog.it: ha realizzato questo film perchè qualcuno deve pur raccontare agli Europei quel che in Europa sta accadendo, scuoterli dal loro torpore apatico. L’intenzione di Kaurismaki è abbassare l’asticella di sopportazione di fronte a certi drammi. E sembra urlarci: ehi, gli immigrati sono uomini, non alieni! Per farlo, mette in campo la sua poetica minimalista e incantata; gli basta lo scorcio di una stanza, un letto, un vaso di orchidee su un tavolino, e due persone che conversano: ecco l’immagine che può essere considerata un Van Gogh, o anche una delle scene più meravigliose della storia della cinematografia – giudizio confortato dalle “quattro stelle” di Mereghetti. In poco più di un minuto Kaurismaki racchiude il senso delll’immigrazione clandestina, e la realtà della stragrande maggioranza di questi uomini nella nostra società di terrestri.

di Cristiano Arienti

In copertina: Toulouse Lautrec

 

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