Cittadinanza, clandestinità e Cie: una questione intricata

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Qualche giorno fa su Nuovi Italiani, blog del Corriere della Sera, è stata segnalata la petizione “L’Italia è anche Andrea e Senad”; il documento è a favore di due fratelli nati in Italia da genitori bosniaci, e finiti nel Cie (Centro identificazione ed espulsione) di Modena per essere espatriati in un Paese a loro estraneo. Andrea e Senad, infatti, 23 e 24, non avevano ancora regolarizzato la loro posizione. Secondo la Legge Bossi-Fini un individuo nato in Italia da genitori immigrati deve fare domanda di cittadinanza tra il 18esimo e il 19esimo anno di età, altrimenti è da considerarsi a tutti gli effetti uno straniero. Come del resto lo è stato per i primi 18 anni di vita, visto che in Italia vige lo ius sanguinis e non lo ius solis. Quell’individuo è uno straniero anche se ha sempre vissuto nel nostro Paese, parla l’italiano in modo perfetto, e lo parla perfino con se stesso, quando si confronta con i propri sentimenti e le proprie pulsioni.

Presentata così, la vicenda dei fratelli mi ha indignato; non osavo pensare alla disperazione e alla confusione di quei due ragazzi di Modena, magari con l’accento emiliano. Me li ero immaginati come le centinaia di migliaia di giovani figli di immigrati che, nel rispetto delle leggi, stanno cercando di costruirsi un futuro nell’unico Paese che possono chiamare casa, pur avendo in sé le radici della patria dei genitori. Andrea e Senad rinchiusi in una “prigione” in attesa di essere spediti in una Nazione in cui non hanno mai messo piede.

Prigioni, sì. I Cie sono nati per recintare uomini, donne e minori in attesa di essere identificati; se la loro eventuale richiesta di asilo viene respinta, o si prova che i loro documenti non sono in regola, vanno rimpatriati. Il sito del Ministero dell’Interno dice che in Italia di Cie e strutture simili, Cda (centri d’accoglienza) e Cara (centri di accoglienza per richiedenti di asilo), ce ne sono almeno 25: da Lampedusa fino a Gradisca d’Isonzo, cancello al confine con i Balcani. La maggior parte degli “ospiti”, gergo ufficiale, è accusata di clandestinità, reato amministrativo bocciato nel 2011 dalla Corte dell’Unione europea. In realtà inchieste e reportage fotografici descrivono Cie, Cara e Cda come luoghi detentivi: le persone vivacchiano su una branda anche fino a 6 mesi. Delegazioni di “Medici senza Frontiere” hanno visitato più volte Cie, Cda e Cara, denunciando che quelle strutture sono emergenziali, e non badano minimamente alla condizione degli ospiti, le loro esigenze igienico-sanitarie e psicologiche. Un’indagine di “Medici per i diritti umani” nel Cie di Ponte Galeria ha fatto emergere storie da brivido: simulazioni di suicidi, numerosi casi di autolesionismo, distribuzione di psicofarmaci senza visite psichiatriche al solo fine di tenere calma la gente. Si sono verificate, infatti, varie rivolte nei centri, roghi appiccati nelle stanze, fughe di massa. La giovane tunisina Nabruki Mimuni, arrestata mentre era in coda per il permesso di soggiorno e tradotta nel Cie di Ponte Galeria, si è impiccata il giorno prima di essere rimpatriata. Un caso estremo, ma sono moltissime le persone che hanno perso dall’oggi al domani un lavoro onesto e si sono ritrovate in uno di questi luoghi, prima di essere rispedite al loro Paese d’origine. Il blog Nuovi Italiani curato da Alessandra Coppola ha seguito alcune storie esemplari e terribili. Come quella di Adama Kebe, somala accoltellata dal suo convivente e finita in un Cie invece di un ospedale perchè non in regola. Volevano rispedirla in un Paese sfasciato dalla guerra civile. Poi c’è il caso di Nadia, 19enne nata e vissuta a Guidonia che non aveva regolarizzato il suo status e, non avendo rinnovato il permesso di soggiorno, stava per essere spedita in Africa prima che il buon senso rischiarasse le teste delle autorità. Dietro alle sbarre Nadia imprecava in romano. Ai microfoni di Amisnet Giuseppe Di Sangiugliano, direttore del Cie di Ponte Galeria, ha confermato che “casi come quello di Nadia ce ne sono moltissimi, a riprova che qualcosa non sta funzionando”.

Ecco quindi che l’dea di Andrea e Senad rinchiusi nel Cie di Modena mi è parso un sopruso da parte dello Stato, in ritardo su una materia, la cittadinanza per chi nasce nel nostro Paese, cruciale a livello demografico, giuridico e sociale. Ho firmato la petizione e l’ho spedita a una quindicina di miei amici pur non avendo fatto la minima ricerca sulla storia dei due fratelli di Modena. Qualche giorno dopo ho provveduto, e insomma, il quadro è cambiato. ModenaToday ha cercato di ricostruire la loro storia intervistando l’assessore alle politiche sociali del comune di Sassuolo: Andrea e Senad Seferovic sono finiti in un Cie per ordinanza di un giudice di pace perchè considerati socialmente pericolosi, oltre che per non essere in regola con lo stato. In passato hanno commesso reati di furto. Il loro legale ha detto che hanno pagato per i crimini commessi. Tuttavia 10 mesi fa Senad Seferovic avrebbe preso parte al tentativo di furto di un rimorchio in provincia di Rovigo (fonte il Resto del Carlino) messo in atto da una banda di origini slave. La guardia giurata che ha sventato il furto ha rischiato di essere investita da un complice di Senad (fonte Sindacato nazionale guardie giurate).

La mente è volata a Nicolò Savarino, il vigile milanese morto dopo essere stato investito da Goico Jovanovic, alla guida di un suv, durante un normale controllo stradale. Goico è figlio di nomadi e aveva alle spalle furti e altri reati; grazie all’analisi delle ossa, si sa che è maggiorenne, ma non si conosce con esattezza il luogo di nascita: forse la Francia, forse la Germania, più probabilmente l’Italia. Insomma, mi sono reso conto di aver firmato una petizione affinché una persona con una storia simile a quella di Jovanovic venga fatta uscire da un Cie. In un primo momento, devo ammetterlo, mi sono pentito della firma, e perfino di aver pensato alla loro “disperazione e alla loro confusione”. Poi però ci ho riflettuto, e mi è parsa ancora più chiara la distorsione del sistema dei Cie, dove persone come Nadia, la ragazza di Guidonia colpevole di essere figlia di immigrati, o Adama Kebe, solo un’irregolare, sono costrette a restare fino a 6 mesi in una struttura che ospita persone in attesa di giudizio per reati penali.

La petizione in favore di Andrea e Senad è introdotta da un pensiero di Acnadi, 21enne transitato nel Cie di Bologna: “Chi è libero non può capire cosa vuol dire essere tenuti prigionieri e senza aver commesso reati. In carcere conosci la data di uscita. Nel Cie non sai per quanto tempo resterai, nè dove ti manderanno dopo, in un’attesa che distrugge, logora, fa diventare cattivi. Rischi d’impazzire.”

Il regista Ari Kaurismaki, con il suo poetico Miracolo a Le Havre, ha dipinto i Cie europei come prigioni di massima sicurezza per individui che non hanno fatto niente di male. Molti sono solo scappati da dittature, guerre e carestie, viaggiando per deserti e affrontando trafficanti d’uomini. Alessandra Coppola, con il suo reportage “Le madri perdute del Sinai“, ha gettato un faccia ai lettori del Corriere un po’ di quella sabbia impregnata di sangue innocente. Mare Chiuso, documentario di Liberti e Segre, mostra il respingimento di un gruppo di profughi rimandati tra gli sgherri di Gheddafi, in Libia, dove erano stati picchiati e violentati per mesi. Spesso chi giunge in Italia è un sopravvissuto che ha attraversato un lenzuolo d’acqua disteso sull’abisso, e noi lo mettiamo in galera. Vari parlamentari e molte organizzazioni chiedono la chiusura di Cie, Cara e Cda, o di ripensarli affinchè offrano condizioni diverse da quelle di un carcere.

E in un carcere italiano, se verranno giudicati colpevoli di reati, ci devono finire Andrea e Senad; ma ora che vengano liberati dal Cie di Modena. E’ quello che ha stabilito il 22 di marzo il giudice di pace che segue il loro caso. Da oggi la questura penserà a un modo diverso per azzerare il rischio che i due fratelli di Sassuolo siano ancora pericolosi per la comunità. Sperando che non si macchino di altri reati sul suolo dove sono nati, e che non compromettano i diritti e le ragioni di chi, al di là del sangue, contribuisce positivamente alla vita civile dell’Italia.

di Cristiano Arienti

Foto in copertina: Cie di Ponte Galeria  – di Patrizio Cocco

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2 Responses to “Cittadinanza, clandestinità e Cie: una questione intricata”

  1. Marty March 28, 2012 at 3:55 pm #

    Ciao Cri,

    ti scrivo brevemente perchè ho appena letto il tuo articolo che mi ha molto colpita…mi ha colpita soprattutto il completo silenzio che i media continuano a tenere su situazioni simili, che invece dovrebbero essere sotto gli occhi di tutti…cmq ci sentiamo presto per parlarne meglio… bello il tuo blog, BRAFO!!!

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  1. carCIEri? - April 20, 2012

    […] leggere con attenzione la riflessione di Cristiano Arienti. Su CIE, immigrati, nati in Italia e in attesa di giudizio. Share Nessun post […]

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