Il Nobel per la pace all’Ue e un continente senza guerra

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Quando alla radio ho appreso del premio Nobel per la pace assegnato all’Unione europea, una dolce pressione mi ha sciolto il petto, e ho sentito forte il calore dell’orgoglio e della commozione. Le esultanze pubbliche sono state quasi nulle, ma non pochi, nella loro solitudine individuale, hanno percepito la mia stessa gioia. L’Ue sta percorrendo un cammino, un destino, condiviso da uomini lontani nel tempo e sulle mappe, divisi dalla distanza del linguaggio; ma tutti diretti, in vita o come lascito spirituale, verso un’idea di pace reale, concreta, ispirata dal suo opposto: la guerra e tutte le sue conseguenze fisiche, psicologiche, sentimentali. E vedere riconosciuto questo sforzo è emozionante.

Eppure da molti la stessa notizia è stata accolta con freddezza, scetticismo, se non addirittura con sarcasmo e sberleffi. La ragione di questo astio sta nella motivazione  del premio: il progetto dell’Ue è partito dall’idea di pace tra i popoli, e l’avrebbe garantita per 60 anni in un continente dove si era combattuto, più o meno ininterrottamente, per qualche secolo; ecco, per molti sarebbe una spiegazione pretestuosa. Questo risultato non sarebbe stato possibile senza la “pax americana”, ovvero i fondi e l’appoggio politico da parte degli Stati Uniti ai governi dell’Europa occidentale dopo la Seconda Guerra mondiale. Non importa che quell’idea originale dei padri fondatori dell’Ue, perseguire stabilità ed equilibrio attraverso l’economia e il diritto, fosse in qualche modo limitata dall’ingerenza di Washington; infatti gli Usa erano  impegnati nella Guerra fredda contro l’Unione Sovietica. La militarizzazione del continente è stato sì un deterrente contro l’espansionismo dei comunisti sovietici, che avevano imposto governi fantoccio nei Paesi dell’est e una cortina lungo le loro frontiere; ma ha rappresentato anche un cielo sempre carico di atomiche. Nonostante quella minaccia, nell’agorà europea si è continuato a parlare di pace tra i popoli.

Questo concetto è sempre stato il faro con cui la classe dirigente a ovest, e i dissidenti a est, hanno cercato di indagare il futuro, per costruire una società vivibile e senza paura dei propri governanti. Hanno coltivato l’idea di uomini liberi dall’oppressione, dal nazionalismo imposto, dal conformismo di convenienza, se non di pura sopravvivenza. Infatti quando Spagna, Grecia, e Portogallo, negli anni ’70 sono usciti dalle rispettive dittature, si sono rivolti verso le sponde accoglienti della Comunità europea, per consolidare un cammino di democrazia interna e di amicizia tra Stati vicini. Lo stesso è avvenuto per Cipro, dilaniato da una guerra civile che ancora oggi nasconde i suoi ossari. E’ stato così anche per i Paesi baltici, e per i Paesi dell’est, che dopo il crollo del muro di Berlino, nel 1989, hanno deciso di ricostruire le proprie società cementandole con i valori della nascente Unione europea. La Russia di Elstin e Putin, invece, scegliendo l’American way, il capitale prima di tutto, si è consegnata alle oligarchie. Perfino la Serbia, storicamente filorussa, e la Bosnia Erzegovina, a maggioranza musulmana e tentata dal denaro saudita, aspirano a diventare Stati Ue per garantirsi un futuro di pace.

E però non basta. Fra le critiche piovute sull’Ue c’è quella di non essere una vera istituzione di pace, essendosi impegnata in missioni di guerra (o di pace imposta con le armi), come ad esempio la presenza di militari nei Paesi della ex Jugoslavia. Come se per fermare i sanguinari paramilitari delle varie etnie fossero bastate  le invocazioni ad abbassare fucili e cannoni. Tanto più che ci sono voluti i jet americani a spezzare l’assedio di Sarajevo (1992-1995), e porre fine alla guerra delle fosse comuni, dei campi di concentramento e delle pulizie etniche.

Se poi i singoli Stati si sono lanciati in guerre espansionistiche, vi hanno partecipato slegati dall’Unione europea. E’ il caso di Italia, Spagna e Gran Bretagna, che nel 2003 appoggiarono gli Stati Uniti nell’invasione unilaterale dell’Iraq del tiranno Saddam Hussein, a caccia di inesistenti armi di distruzione di massa. Da allora molto è stato fatto; è stato istituito un rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri e la sicurezza, per quanto sia una carica da potenziare. Soprattutto attraverso un maggior coinvolgimento dei cittadini europei, a partire dal consolidamento del parlamento di Strasburgo e l’inaugurazione di un voto diretto delle cariche esecutive. Sarebbe opportuno, inoltre, sensibilizzare l’opinione pubblica con una maggior presenza delle istituzioni sul territorio. Il processo di integrazione deve coinvolgere direttamente le persone, su un piano culturale parallelo a quello elettorale. Se non altro per ribattere al processo inverso, una crescente ostilità nei confronti del progetto europeo, oggi troppo imperniato sulle imposizioni della Banca centrale europea e in generale sulla finanza. E’ in calo anche la popolarità delle Commissioni di  Bruxelles; le loro decisioni spesso risultano lontane dal sentire dei comuni cittadini. Se i broccoli o le verdure Ogm possano essere brevettati o meno dalle multinazionali, è una decisioni molto importanti a livello economico e legale, o per gli esperti della materia; ma per il lavoratore che arranca resta una questione ininfluente. Anzi, è una dimostrazione di come a Bruxelles si fanno leggi astruse per il “disservizio” dei cittadini.

La reazione, quindi, non è comprendere bene cosa fa l’Unione europea, ma allontanarsene, e abbracciare movimenti che nel programma propongono l’uscita dall’Ue. Purtroppo il miglioramento della nostra condizione di vita non può avvenire certo attraverso l’azzeramento di un’istituzione che sta cercando di assorbire i maggiori contraccolpi di un processo di cambiamento globale inarrestabile. A oggi la Spagna senza i contributi Ue sarebbe in bancarotta, e l’Italia l’anno scorso ha rischiato il tracollo finanziario senza l’intervento della Bce.

Ma anche ammettendo che si potesse azzerare e rilanciare un’idea nuova di Europa, chi bisognerebbe ascoltare? Roberto Maroni della Lega Nord, che dice sì all’Europa ma solo su base regionale ed economica? O a Gert Wilders, a cui l’Unione europea piace solo su base etnica? O alla Polonia, che tollera poco la laicità e vedrebbe bene il cristianesimo cattolico come unica base di valori? Come si può capire, le spinte di un’Europa nuova sono più “distruttive” che altro, e lasciano molti dubbi sul futuro di un continente che si ritroverebbe diviso per quanto riguarda l’etnia, la religione, l’economia.

Forse ha ragione chi pensa che l’Europa, questa Ue, è una scommessa azzardata, e presto o tardi si troverà di fronte a un banco di prova improvviso e insormontabile. Il primo ad esempio potrebbe essere proprio la Spagna, in ginocchio per la sua crisi bancaria e occupazionale: è alle prese con la spinta secessionista della Catalogna, che potrebbe rimettere in moto la domanda indipendentista dei Paesi Baschi. Siamo sicuri che filerebbe tutto liscio? Con milioni di Spagnoli disoccupatie arrabbiati?

La Catalogna potrebbe essere il 29° Stato dell’Ue, o il 1° Stato di una nuova Europa che mi farebbe battere il cuore, e di sicuro non per l’emozione.

Cristiano A.

In copertina: Salvador Dalì – Galatea

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