La vergogna dell’America

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Nell’ottobre del 2010 centinaia di migliaia di rapporti militari secretati dal governo Americano relativi alla guerra in Iraq nel periodo tra il 2003 e il 2009, vennero resi pubblici dal sito WikiLeaks. Alla luce di quei documenti Robert Fisk, corrispondente in Medio Oriente della testata britannica Indipendent, scrisse un feroce “j’accuse” contro gli Stati Uniti d’America: a chi negli anni aveva chiesto conto dell’andamento di quella guerra, il governo americano rispondeva in modo colpevolmente elusivo o addirittura con sistematiche menzogne. L’articolo in questione,  “The shaming of America“, è memoria preziosa di una delle pagine più buie della nostra storia recente. Ne ho avuto la conferma questa estate, viaggiando in Inghilterra. Ogni volta che qualcuno mi faceva domande su Silvio Berlusconi con un sorrisetto ironico, io chiedevo conto di Tony Blair, e della partecipazione della Gran Bretagna all’invasione dell’Iraq. I miei interlocutori, compresi conservatori come ad esempio Adrian, un ingegnere del Lincolnshire, si facevano subito seri: “Tony Blair dovrebbe essere processato per le bugie che ci ha detto a proposito della guerra in Iraq; ha le mani sporche di sangue.”

Sono passati quasi 10 anni da quando l’allora segretario di stato americano Colin Powell agitò le famose fialette di fronte all’Assemblea delle Nazioni Unite; prove costruite ad arte, come ha ammesso lo stesso Powell, per convincere il mondo intero che Saddam Hussein possedesse armi di distruzione di massa. Furono sufficienti per scatenare un conflitto il cui strascico miete ancora oggi vittime innocenti. Solo in questi primi giorni del 2013 cinquantacinque persone hanno perso la vita in scontri a fuoco, attentati e autobombe (fonte Iraq Body Count). La guerra è stata dichiarata conclusa nel dicembre del 2011.

La vergogna dell’America – di Robert Fisk

Come al solito gli Arabi lo sapevano. Sapevano tutto delle torture di massa e sul fuoco indiscriminato sui civili; sapevano del violento uso di forze aeree contro case abitate da famiglie, dei dissoluti mercenari americani e britannici, dei cimiteri delle vittime innocenti. Tutti gli Iracheni lo sapevano. Perchè loro erano le vittime.

Solo noi potevamo fingere di non sapere. Solo noi in Occidente potevamo respingere ogni accusa contro gli Americani o i Britannici con le dichiarazioni di qualche rispettabile generale (mi vengono in mente l’agghiacciante portavoce dell’esercito americano Mark Kimmet e il terribile Peter Pace, Capo di stato maggiore congiunto) che intorno a noi costruivano un muro di menzogne. Trovavi un uomo che era stato torturato e ti veniva risposto che si trattava di propaganda terroristica; scoprivi una casa piena di bambini uccisi da un colpo americano e anche quel fatto diveniva propaganda terroristica, o “danno collaterale”, o semplicemente “non abbiamo niente da dire su questo”.

Certo, sapevamo tutti che avrebbero avuto sempre qualcosa da dire. E il mare di memo militari pubblicati ieri lo prova ancora. Al-Jaazera (ndr: emittente qatariota) ha compiuto sforzi straordinari per rintracciare le famiglie i cui componenti, secondo i documenti, sono stati uccisi ai checkpoint americani. Di essi ne ho identificato uno perchè l’ho riportato nel 2004: l’auto distrutta dai proiettili, due giornalisti morti, perfino il nome del capitano americano. Ed è stato l’Indipendent on Sunday che per primo ha raccontato al mondo delle orde di pistoleri senza disciplina calate su Baghdad per proteggere diplomatici e generali. Questi mercenari, che hanno compiuto assassinii durante i loro spostamenti da una città all’altra dell’Iraq, mi hanno insultato quando nel 2003 dissi loro che avrei scritto delle loro azioni.

Molti sono tentati di evitare una storia dicendo “niente di nuovo”. L’idea della “storia vecchia” viene usata sia dai governanti per raffreddare l’interesse giornalistico, sia dai giornalisti stessi per coprire l’immobilismo della nostra categoria. Ed è vero che i reporter hanno visto qualcuna di queste cose prima. La “prova” del coinvolgimento dell’Iran nella fabbricazione di bombe nell’Iraq meridionale era stata fornita dal Pentagono a Micheal Gordon, del New York Times, nel 2007. Le nuove notizie che ore possiamo leggere pongono seri dubbi rispetto alla versione spacciata dal Pentagono. Il materiale bellico iraniano giaceva su tutto l’Iraq dalla guerra Iran-Iraq del 1980-1988, e la maggior parte degli attacchi contro gli Americani erano condotti dagli insorti sunniti (ndr: gli Iracheni filoiraniani sono gli sciiti).

I report che suggeriscono che la Siria permetteva agli insorti di passare attraverso il suo territorio, comunque, sono corretti. Ho parlato con le famiglie di alcuni kamikaze palestinesi: quei giovani giunsero in Iraq dal Libano attraverso il villaggio libanese di Najdal Aanjar e poi attraverso Aleppo, città della Siria settentrionale, per poi attaccare gli Americani.

Ma, per quanto scritto nel tetro linguaggio militare, nei memo pubblicati da WikiLeaks c’è la prova della vergogna degli Stati Uniti. Questo materiale può essere usato dagli avvocati nei tribunali. Se 66.081 (mirabile l’81!) è il numero più alto a disposizione degli Americani per quanto riguarda le vittime civili, allora la cifra reale è di gran lunga più alta, visto che hanno registrato solo quei civili di cui conoscevano le generalità.

Ero presente quando alcuni civili deceduti vennero trasportati all’obitorio di Baghdad, e proprio l’ufficiale di grado più alto di quella struttura mi disse che il ministro della sanità iracheno aveva vietato ai dottori di eseguire autopsie sui civili morti portati dai soldati americani. Un fatto che pone delle domande: forse alcuni erano stati torturati a morte da Iracheni al servizio degli Americani? Centrava qualcosa con i 1300 report indipendenti americani che parlavano di torture nelle stazioni di polizia irachene?

Del resto gli Americani non avevano fatto meglio la volta precedente. In Kuwait soldati statunitensi potevano sentire Palestinesi torturati nelle stazioni di polizia dopo la liberazione della città dalle truppe di Saddam Hussein, nel 1991. Un membro della famiglia reale kuwaitiana era implicato nelle torture. Le forze americane non intervennero; si limitarono a lamentarsi con la famiglia reale. Ai soldati viene sempre ordinato di non intervenire. Dopo tutto, che cosa era stato detto al tenente dell’esercito israeliano Avi Grabovsky, quando nel settembre 1982 riferì al suo superiore che i Falangisti (ndr: gruppo fondamentalista cristiano libanese), alleati degli Israeliani, avevano appena assassinato delle donne e dei bambini? “Lo sappiamo, non ci piace, ma non interferiamo”. Così spiegò a Grabovsky il comandante del battaglione. Questo accadde durante il massacro del campo-profughi di Sabra e Chatila. La citazione si trova nel rapporto della commissione Kahan, commissionata da Israele nel 1983; e chissà cosa potremmo leggere se WikiLeaks mettesse le mani sulle montagne di file nel ministero della difesa Israeliano, o la sua controparte siriana, su quella questione. Ma a quel tempo non sapevamo usare il computer, a parte scriverci sopra. E questa, di sicuro, è una delle importanti lezioni dell’intero fenomeno WikiLeaks.

Nella 1° Guerra mondiale, o nella 2°, o in Vietnam, si redigevano i rapporti sulla carta. Potevano essere trascritti in tripla copia, copie che comunque venivano numerate: serviva per seguire la traccia di uno spionaggio, e prevenire fughe di notizie. I “Pentagon Papers” (ndr: documenti relativi ai rapporti tra Usa e Vietnam nel periodo compreso tra il 1945 e il 1967), erano effettivamente scritti su carta, e ci voleva una talpa per ottenerli. Ma la carta poteva sempre essere distrutta, eliminata, buttata via; si potevano distruggere tutte le copie. Alla fine della guerra 1914-1918, per esempio, un sottotenente britannico sparò a un uomo cinese dopo che degli operai avevano saccheggiato un treno militare francese. L’uomo cinese aveva cercato di accoltellare il soldato britannico. Ma durante gli anni 30, le tre copie del rapporto vennero eliminate e così non è rimasta nessuna traccia dell’incidente. Un impalpabile fantasma di quell’accaduto aleggia in un diario di reggimento che documenta il coinvolgimento cinese nel saccheggio del treno francese che trasportava provviste. La sola ragione per cui io so dell’uccisione è che mio padre era il tenente britannico e mi raccontò la storia prima di morire. Allora non c’era nessuna WikiLeaks.

Tuttavia sospetto che questa montagna di materiale relativo alla guerra in Iraq possa avere serie conseguenze per i giornalisti, non solo per le Forze armate. Quale sarà il futuro del giornalismo investigativo vecchio stampo che praticava Seymour Hersh per il Sunday Times? Che motivo c’è di mandare squadre di reporter per esaminare i crimini di guerra e incontrare “gole profonde” tra i militari, se quasi mezzo milione di documenti militari segreti presto compariranno davanti a voi su uno schermo?

Ancora non siamo arrivati alla conclusione della vicenda “WikiLeaks”, e temo che non sarà solo qualche soldato statunitense a essere coinvolto in queste ultime rivelazioni. Chissà che non lambiscano i livelli più alti. Nelle sue indagini, ad esempio, Al Jazeera ha scovato un frammento ripreso durante una ordinaria conferenza stampa tenutasi nel novembre del 2005. Peter Pace, il tutt’altro che convincente Capo di stato maggiore delle Forze armate congiunte, stava spiegando ai giornalisti come i soldati dovrebbero reagire di fronte al trattamento crudele dei prigionieri, facendo notare con orgoglio che il dovere di un soldato americano è di intervenire se vede le prove di una tortura. Poi la telecamera stringe sulla ben più sinistra figura di Donald Rumsfeld, all’epoca segretario della difesa americana; che  interviene all’improvviso, quasi con un borbottio, spiazzando lo stesso Pace: “Non credo intendi dire che loro (i soldati americani) hanno un obbligo di fermare fisicamente la tortura. L’obbligo è di riferirlo.”

Il peso di questa precisazione, cripticamente sadica per come è stata detta, non venne colto dai giornalisti. Ma il memo segreto Frago 242 ora dà più senso a quell’episodio. Presumibilmente inviato dal generale Ricardo Sanchez, il memo contiene le istruzioni impartite ai soldati: “premesso che l’iniziale rapporto deve confermare che le forze statunitensi non erano coinvolte nell’abuso del detenuto, nessuna ulteriore indagine verrà condotta a meno che non sia diretta dall’HHQ (l’Alto quartier generale)”. I fatti di Abu Ghraib avvennero quando era Sanchez a controllare l’Iraq. Fu lo stesso Sanchez, comunque, che non seppe spiegarmi, durante una conferenza stampa, perchè i suoi soldati avevano ucciso i figli di Saddam in uno scontro a fuoco a Mosul invece di catturarli.

Quindi il messaggio di Sanchez, sembra, deve aver avuto l’imprimatur da Rumsfeld. E così il generale David Petraeus, molto amato dai cronisti, presumibilmente è stato il responsabile del drammatico aumento degli attacchi aerei americani in due anni; nel 2006 i bombardamenti in Iraq furono 229, mentre l’anno dopo salirono a 1447. E’ interessante, perchè gli attacchi aerei in Afghanistan sono saliti del 172% da quando Petraeus ha preso il comando.

Tutto questo rende ancor più stupefacenti le accuse del Pentagono, secondo cui WikiLeaks potrebbe avere le mani sporche di sangue. Il Pentagono è ricoperto di sangue da quando è stata sganciata la bomba atomica su Hiroshima nel 1945, e per un’istituzione che ha ordinato l’invasione illegale dell’Iraq nel 2003 (non era loro il conteggio di oltre 66.000 vittime civili, su un totale documentato di 109.000?), affermare che WikiLeaks sarebbe colpevole di omicidio è davvero ridicolo.

E’ chiaro, se questo enorme tesoro di rapporti segreti avesse provato che: 1) il numero delle vittime fosse stato minore di quello avanzato dalla stampa, 2) che i soldato americani non avessero mai tollerato la tortura perpetrata dalla polizia irachena, 3) che raramenete avessero sparato contro i civili, 4) e che i mercenari fossero stati sempre costretti a rispondere delle loro azioni, sarebbero stati gli stessi generali americani, dai cancelli del Pentagono, a consegnare questi file ai giornalisti, e senza chiedere nulla in cambio.

I generali americani sono furiosi non perchè è stata violata la segretezza, o perchè potrebbe essere versato altro sangue, ma perchè sono stati colti in flagrante a dire bugie; bugie che noi tutti sapevamo essere tali.

I documenti ufficiali americani mettono in luce una vasta gamma di misfatti

WikiLeaks ieri ha pubblicato sul suo sito 391.832 messaggi militari che documentano azioni e rapporti in Iraq nel periodo 2004-2009. Ecco i punti più importanti.

Prigionieri oggetto di abusi e violenze

Centinaia di casi di abuso e tortura sui prigionieri perpetrati dai servizi di sicurezza iracheni, inclusi stupro e omicidio. Visto che nei report americani questi casi sono stati riferiti in modo particolareggiato, le autorità americane ora devono affrontare accuse di non aver condotto indagini su di essi. I maggiori esponenti delle Nazioni Unite e attivisti chiedono un’indagine ufficiale.

La copertura del numero totale di vittime civili

I leader della colazione (ndr: le nazioni che hanno invaso l’Iraq) hanno sempre detto di “non conoscere il numero totale delle vittime”, ma i documenti rivelano che molte di esse erano state conteggiate. L’affidabile organizzazione britannica Iraq Body County aveva conteggiato circa 107.000 vittime; dopo un preliminare esame di un  campione di documenti, afferma che deve aggiungere altre 15.000 vittime.

Sparare contro uomini che tentano di arrendersi

Nel febbraio 2007 un elicottero Apache uccise due iracheni, sospettati di sparare colpi di mortaio, mentre cercavano di arrendersi. Nella fattispecie vengono citate le parole di un legale militare: “non possono arrendersi a un velivolo e sono ancora obiettivi”.

Gli abusi delle società private di sicurezza

Il britannico Bureau of Investigative Journalism afferma di aver trovato documenti che espongono in modo dettagliato nuovi casi di presunti errati omicidi che coinvolgono la Blackwater, da allora denominata Xe services. Nonostante questo, Xe mantiene un gran numero di appalti in Afghanistan.

L’impiego da parte di Al Qaeda di bambini “mentalmente disabili” per gli attacchi dinamitardi

Il caso di un adolescente affetto dalla sindrome di Down, che ha ucciso 6 persone e ne ha ferite altre 34 in un attentato suicida a Diyala, è stato portato come esempio di una strategia in corso da parte di Al Qaeda, ovvero di reclutare persone con difficoltà cognitive. Un dottore è stato accusato di aver venduto agli insorti una lista di pazienti con problemi mentali.

Centinaia di civili uccisi ai checkpoint

Secondo le analisi del Bureau of investigative Journalism, su 832 vittime registrate ai checkpoint in Iraq tra il 2004 e il 2009, 681 erano civili. I soldati hanno sparato contro 50 famiglie, e 30 bambini hanno perso la vita. Solo 120 insorti sono stati uccisi negli incidenti ai checkpoint.

L’influenza iraniana

I report riferiscono le preoccupazioni degli Stati Uniti sul fatto che gli agenti iraniani avessero addestrato, armato e diretto militanti in Iraq. In un documento, l’esercito americano avverte che il comandante di un gruppo miliziano, ritenuto il responsabile della morte delle truppe americane e del rapimento di ufficiali iracheni, era stato addestrato da Iraniani, e precisamente dalla Guardia della Rivoluzione islamica.

di Robert Fisk, pubblicato sull’Indipendent il 24 Ottobre 2010

Traduzione di Cristiano Arienti

Foto di copertina: Moises Saman – Poliziotto iracheno si avvicina a un’auto nei pressi di Bassora, Iraq. 2008

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