Berlusconi, lodo Mondadori e spread: una parabola italiana

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Arcore, 9 Luglio 2011. Ha scelto la sua dimora, Silvio Berlusconi, per attendere il giudizio della Corte d’Appello di Milano sul maxirisarcimento che la sua Fininvest dovrebbe dare alla Cir di Carlo De Benedetti. Me lo immagino sprofondato nel divano del suo salone preferito. I silenzi. L’autistico ondulare della testa avanti e indietro, lo sguardo furente sugli oggetti, la mente rivolta alle mosse da prendere. Intorno a lui gli avvocati e i collaboratori più stretti. Chissà se in quelle ore avrà ripensato a quel giorno del 1991, nell’Italia di Bettino Craxi e Giulio Andreotti, e all’incarico dato a Cesare Previti, all’epoca suo avvocato e futuro ministro della Difesa: corrempete il giudice Metta, dategli 400 milioni di lire.

Il giudice Vittorio Metta era componente del collegio arbitrale che, appunto nel 1991, aveva annullato la sentenza della Corte d’Appello di Roma sul Lodo Mondadori, vicenda relativa agli accordi presi dagli eredi di Arnoldo Mondadori con la Cir di Carlo De Benedetti. Grazie a quel verdetto la situazione si ribaltò: Berlusconi scippò a De Benedetti la casa editrice più importante d’Italia e alcuni tra i giornali più diffusi del Paese. Furono aperte delle indagini. Il passaggio di denaro dalla Fininvest al giudice Metta è stato comprovato fino alla conclusione di tutti i processi penali: Previti è stato condannato nel 2007 a 1 anno e mezzo per corruzione; invece Silvio Berlusconi, giudicato “corresponsabile”, è stato prescritto nel 2001 solo perchè i giudici, a suo tempo, gli avevano riconosciuto le attenuanti generiche.

Vent’anni dopo. Ad Arcore giunge la telefonata dal tribunale di Milano. Presidente, deve avergli detto uno dei suoi avvocati, è confermato: deve versare alla Cir di De Benedetti 560 milioni di euro.

Giudici comunisti. Ecco secondo me cosa deve aver detto il Cavaliere, dopo aver distorto il volto in una smorfia di disgusto. Si avvicina alla porta finestra che dà sul parco principesco, rivolge lo sguardo al cielo di Milano. Il silenzio è interrotto dal suo portavoce: e adesso? che succede?

Berlusconi si prende ancora un po’ di tempo prima di mettersi a studiare la strategia migliore; intanto alle spalle gli giunge una voce: presidente, la borsa di Milano sta andando a pezzi, i titoli di stato italiani stanno crollando.

Il giorno dello spread

Il pomeriggio del 9 luglio 2011 negli uffici e nelle case degli Italiani, sebbene per motivi diversi, rimbomba la stessa domanda: “e adesso? che succede?”. I bollettini radio diffondono voci allarmate e allarmanti: a Piazza affari il ‘titolo di stato italiano a 10 anni’ (Btp) sfonda la soglia psicologica di 300 punti. E’ il giorno in cui si comincia a capire che qualcosa di grave si sta per abbattere sul nostro Paese. Quel valore rappresenta il differenziale (spread) in punti percentuali degli interessi pagati dalla Germania e gli interessi pagati dall’Italia per finanziarsi sul mercato: per ogni 100 euro ricevuti, a dieci anni di distanza ne dobbiamo dare circa 105. E’ il rendimento più alto mai registrato, e su di esso si determinano i Credit Default Swap, ovvero le assicurazioni in caso di fallimento di chi emette il titolo.

Fino a un mese e mezzo prima lo spread era a 170, stabile da circa un anno, ovvero dall’esplosione della crisi del debito greco. Insomma, fino al giugno 2011 l’Italia, in quei mesi declassata da Standard&Poor’s e Moody, era riuscita a tenersi fuori dal contagio della crisi greca, che aveva già investito Portogallo e Irlanda. Grazie anche a Giulio Tremonti, potente ministro dell’economia del governo Berlusconi, il quale aveva promesso il pareggio di bilancio entro il 2014 per rassicurare i mercati. “Potente”, perchè era risaputo che l’economia italiana era appaltata a Termonti; a lui in realtà interessavano soltanto i conti, dei quali poi rispondeva nei vertici europei, e non si curava della grave stagnazione del prodotto interno lordo. Dallo scoppio della crisi (2008), in pratica dall’inizio della legislatura, era lui a dettare legge nei Consigli dei Ministri: qualunque proposta doveva passare sotto le sue lenti di ingrandimento, e molto spesso lui le rigettava anteponendo il budget prima di tutto. Poi sono cominciati i tagli lineari, e se il titolare di un dicastero invocava l’intervento di Berslusconi per protestare contro la riduzione di fondi, il presidente del consiglio abbassava il capo.

A fine primavera Renato Brunetta, ministro della pubblica amministrazione e dell’innovazione, aveva pubblicamente criticato Tremonti, facendosi portavoce di un malumore dilagante. E a Maggio 2011 lo stesso Silvio Berlusconi, stufo dei modi spicci del ministro dell’economia, aveva annunciato il taglio delle tasse, ma senza dare un numero sulla copertura di una simile manovra. Da quel momento lo spread comincia a salire in modo preoccupante, fino ad arrivare quota 210.

Siamo alla fine di giugno. Tremonti, in linea con i suggerimenti dell’Unione europea, annuncia la bozza di una manovra finanziaria (Legge di stabilità) da 47 miliardi di euro da spalmare in 4 anni. Nelle sue intenzioni serve per salvaguardare i conti dell’Italia dagli attacchi speculativi che hanno affossato Grecia, Portogallo e Irlanda. La situazione sembra sotto controllo.

Il 5 luglio, il giorno della presentazione della Legge di stabilità, salta fuori che qualcuno ha inserito un emendamento che non riguarda l’economia, ma il codice civile; è fatto apposta per sospendere la sentenza della Corte d’Appello di Milano, qualora stabilisse che la Fininvest debba risarcire la Cir di De Benedetti per il Lodo Mondadori. Il capo dello Stato Giorgio Napolitano e lo stesso Tremonti sono pronti a bloccare il testo fin quando l’emendamento non verrà tolto; cosa che puntualmente avviene, senza che nessuno rivendichi la paternità di quell’atto. Berlusconi, chiamato direttamente in causa, dice che Tremonti sapeva, ma il ministro dell’economia, interpellato dai giornalisti, smentisce platealmente.

Il giorno dopo, venerdì 6 luglio, Silvio Berlusconi consegna a un cronista di Repubblica l’intervista che, o per vendetta o perchè stanco della situazione, di fatto “sconfessa” il suo ministro dell’economia. Il potente Tremonti, che in Europa garantisce sui conti dell’Italia, per bocca del premier diventa “l’uomo che pensa solo ai mercati”. E rincara la dose: “Pensa di essere un genio mentre tutti gli altri sono cretini”. Ripete che Tremonti sapeva dell’emendamento salva-Fininvest, “sacrosanto”. E infine, dopo aver ripetuto che abbasserà le tasse, la bordata finale: “in parlamento cambieremo la manovra”.

Nel corso della giornata lo spread vola a 244. Nei successivi due giorni, a mercati chiusi, nè Berlusconi nè alcuno del del suo staff smentiscono l’intervista e Repubblica.

Lunedì 9 luglio, alla riapertura dei mercati, l’Italia comincia a scricchiolare pesantemente. Il resto è storia. Lo spread a 400 punti agli inizi di agosto, e il precommissariamento della Banca centrale europea (Bce): a Francoforte sanno che se salta l’Italia, salta l’euro. In assenza di un’azione coordinata dell’Unione europea, la Bce inizia a comprare i Btp con la garanzia che il governo italiano vari riforme per rilanciare la crescita, ferma da 10 anni, e rimetta mano ai bilanci. A Ferragosto la manovra aggiuntiva da 80 miliardi con riforme molto blande. Settembre e Ottobre l’Italia è sotto attacco speculativo; a novembre, con lo spread a 575, è a un passo dalla soglia psicologica dell’insolvenza: rischiamo nei mesi successivi di non riuscire a raccogliere sui mercati centinaia di miliardi di euro. In quegli stessi giorni Berlusconi, davanti a una platea internazionale, dice che “l’Italia è solida, ci sono i ristoranti pieni”. Si dimetterà solo perchè non ha più una maggioranza in parlamento, solo per quello.

Il 24 e il 25 febbraio 2013, nel segreto dell’urna, gli italiani dovrebbero ricordarsi di quel 9 luglio, un giorno di paura e solitudine, quando il loro capitano non era a bordo della nave, ma nella sua dimora di Arcore, dedito agli affari suoi.

di Cristiano Arienti

In copertina: “Zattera della Medusa italiana”, di Sergio Michilini, opera ispirata al celebre quadro di Théodore Géricault.

http://www.corriere.it/cronache/11_luglio_09/lodo_mondadori_condanna_berlusconi_appello_ferrarella_753c2104-a9f2-11e0-9d03-960d18ba419d.shtml (ricostruzione vicenda Lodo Mondadori)

http://www.repubblica.it/politica/2011/07/08/news/intervista_berlusconi-18824931/ (intervista Repubblica a Silvio Berlusconi)

Andamento dello spread 2011

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-09-29/testo-lettera-governo-italiano-091227.shtml?uuid=Aad8ZT8D&p=2 (Lettera Bce)

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One Response to “Berlusconi, lodo Mondadori e spread: una parabola italiana”

  1. Raffaele V. February 7, 2013 at 4:16 pm #

    E’ vera una parabola italiana, sicuramente di matrice “schettiniana”, speriamo però -finalmente- discendente. Gran bell’articolo.
    Raf.

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