La ragazzina di Busto Arsizio e la Guerra in Siria

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Busto Arsizio, 1942 – Quell’alba Fiorenza si svegliò e vide il letto dei genitori vuoto: si prese spavento, pensava che il suo papà se ne fosse andato senza nemmeno salutarla. E invece era nella sala, la valigia vicino alla soglia di casa; era pronto per partire verso la Germania come lavoratore coatto nelle fabbriche tedesche; si stava spalmando un po’ di burro su una fetta di pane. La mamma intanto posava i piatti sulla tavola apparecchiata, e la guardava invitandola a prendere posto per la colazione. La piastra della stufa buttava il suo tepore per tutta la stanza, e l’odore del pane caldo risvegliava lo stomaco della ragazzina ancora assonnata; si scarabocchiò gli occhi con le nocche, e sedette accanto al suo papà.

Fiorenza aveva 11 anni o giù di lì, lo sguardo furbo, la stessa risata argentina che adoro ascoltare e non mi stanco mai, quando mi invita a casa sua.

Mangiarono pane, uova e formaggio; i suoi genitori bevvero caffè e latte, lei solo un bicchiere di latte con una noce di miele. Quand’ebbero finito, la mamma spazzolò le briciole dalla tovaglia, e le raccolse con uno scopettino. Si sedette di nuovo, posando in grembo le mani di massaia e donna di campagna. Papà si accese una sigaretta, poi si tastò le tasche di nuovo, per controllare di avere addosso tutto quello che occorreva per il viaggio; intanto, il fumo gli saliva adagio sul viso, irretendo la sua calvizie di trentacinquenne. Gli oggetti di casa sua, e la sua donna, e la sua bambina, e la città che s’era scelto per vivere: stava per lasciarsi alle spalle la serena compattezza della sua storia privata, per avventurarsi nel cuore nero del suo tempo.

Fiorenza se lo guardava e se lo rimirava, il suo ometto, e non capiva bene la portata di quella partenza, non riusciva a immaginare l’assenza di lui, cosa davvero voleva dire ‘starà via per un po’.

Su quelle sedie, a pasto finito, il silenzio cominciava a farsi tristezza, e non c’era molto da dirsi, ormai. Alzatisi, i tre si aggrupparono con spontaneità, l’amore della famiglia come un magnete naturale; si abbracciarono forte, massaggiandosi le schiene e le nuche. Il papà si divincolò: ‘è ora, o nina, devo andare’. La sua era una parlata placida, si muoveva piano.

La mamma di Fiorenza si mordeva le guance per non piangere. Con la mano, al marito, gli faceva segno sul volto appena rasato: ‘staghete atento, ma racomandi’. Lui con una smorfia, le rispose. E poi aggiunse: ‘Anca voialtri, piutost’.

Si abbassò, si bacio la sua bambina, se la strinse, ne carezzò la fronte, e le tempie, e il mento tremolante. ‘Ciao, oh nineta’. Lei gli respirò un’ultima volta l’odore di buono sul suo collo di musico nei giorni di festa, e onesto lavoratore nei feriali.

La mamma di Fiorenza la prese per mano, e ne seguirono la schiena, accompagnandolo alla soglia di casa. Lo salutarono nella luce del mattino, il loro uomo, mentre si avviava al punto di incontro fissato in uno spiazzo di Busto Arsizio.

Lo avrebbero rivisto anni dopo, a guerra finita, quando ormai avevano perso ogni speranza, e lo piangevano, perchè lo credevano morto. Trascorsero da sole, una donna e sua figlia undicenne, il periodo più tragico, in Italia, del secondo conflitto mondiale, quando scoppiò la guerra civile.

Se sei ragazzina, mi ha spiegato Fiorenza ormai ultraottantenne, non hai la lucidità di capire a fondo cosa sta succedendo al mondo intorno a te, e che impatto la guerra ha sulla tua esistenza. Sai che sparano al fronte, e ci sono battaglie, e gli arerei che passano in cielo volano a sganciare bombe da qualche parte; ma tu, in fondo, non capisci bene perché a un certo punto è pericoloso stare vicino alla stazione, o perché è meglio non andare più a scuola, ma devi stare sempre vicino alla mamma. E non immagini neanche cosa significherà perdere quei preziosi anni di studio. Le compagne di classe e i vicini, poi, fuggono verso le case di lago o di collina o da parenti lontani, e non hai la minima idea che molti non li rivedrai mai più. Ascolti soldati parlare una lingua straniera; minacciano, ti puntano i fucili contro mentre cammini per strada. Poi le sirene anti-bombardamenti squarciano il brusio della povera vita quotidiana che ti è rimasta, e scappi di corsa verso i boschi, e pensi che gli adulti sono così: si combattono per motivi che tu non comprendi, e non puoi farci niente; cerchi di fidarti di chi ti sta intorno, e devi solo correre più in fretta che puoi quando te lo dicono, nell’aria infuocata del mezzogiorno, o nel buio della notte. Corri perché hai paura, perché il tuo corpo vuole la vita, e percepisce che c’è la morte, c’è sangue e immobilità. E pensi a papà: dove si troverà? Sarà vivo? Starà bene? E lo pensi in continuazione, e dici le preghiere: perché torni, e perché questa cosa della guerra finisca al più presto.

In realtà il primo pensiero di Fiorenza, alla mattina, era il cibo. Chi ha patito la fame in quel periodo, si è svegliato ogni giorno, per il resto della sua vita, con questa domanda: ‘cosa mangerò oggi?’. Sua madre inforcava la bicicletta e pedalava anche fino a quindici, venti chilometri per un sacco di riso o di farina; li poggiava sulla canna, e si rifaceva il ritorno a piedi, col carico in equilibrio precario. Spesso era costretta a rimanere in casa da sola, la ragazzina, incerta se giocare con la sua fantasia ancora innocente, o comportarsi come una piccola adulta. Quindi, all’inizio, non le sembrò poi così strano ritrovarsi senza la mamma, ospedalizzata per un brutto virus: la giovane donna giaceva pallida e delirante per la febbre, e non riconosceva nemmeno la sua bambina.

‘Te ghe quelc d’un che a ca’ te s’a prend cura de ti, oh Fiorenza?’, le chiesero le infermiere.

‘Sì, ghe n’ho, i vicini’, rispose la ragazzina. Non era vero, perché nella corte dove viveva non c’era praticamente più nessuno. Ma aveva il terrore che la prendessero e la spedissero lontano dalla mamma, e che non l’avrebbe più rivista, come il suo papà.

‘Ben, alura vegn duman, se ti vo”.

I suoi capelli biondi e il suo corpo acerbo Fiorenza non ce li portò all’ospedale; decise di aspettare la mamma a casa, l’unico posto dove era certa che sarebbe tornata, prima o poi.

In quei primi giorni, però, quando le provviste finirono, Fiorenza la sentì la fame nera nella pancia, quel vuoto che mastica lo stomaco, le fitte di crampi che impediscono al cervello di pensare a qualsiasi altra cosa all’infuori di una pagnotta e una fetta di formaggio. Le ante spazzolate con gli avambracci alla ricerca di un velo di farina, o di un pugno di riso. Le scarpe nella terra dei campi, strappando qualche radice da bollire e buttare giù con il suo brodo amaro e sassoso.

Furono dei tedeschi al ceck point nazista vicino casa a sfarmarla. Fiorenza non se li ricorda i nomi. Quella biglia di vuoto in pancia che s’ingrossava sempre di più la portò a superare, piano piano, tutto il terrore di quelle divise, di quelle armi, e di quel latresco idioma straniero. Li aveva osservati per giorni, con i loro coltelli a serramanico che tagliavano fette di pane, o insaccati, e spalmavano creme e infilzavano caciotte. Si nascondeva dietro a un muro, ma non troppo: voleva fargli capire, in caso avanzassero qualcosa, ecco, guardandoli timida, che quel qualcosa potevano darlo a lei. Quel che iniziarono a offrirle, al suo esile corpo acerbo bastava per tutta la giornata. E ne accettò anche il consiglio: a gesti e un poco di francese, simile al dialetto di Busto, quei nazisti le spiegarono che sarebbero partiti presto, e sarebbero stati rimpiazzati da altri uomini con la stessa nera uniforme. Ma le facevano ‘nein! con il dito.

Trovati un altro modo per mangiare, piccolina. Arrivarono a farle capire questo: non avvicinarti a loro, perché possono anche essere di quei soldati che ti prendono a calci per un niente, o arrivano a fare di peggio. I gesti si fermavano alle pedate, o alle mani tese a simulare il taglio di uno schiaffo.

Fu così che Fiorenza, quando vide dei soldati nuovi al check point, quel giorno decise di tornare all’ospedale. La mamma si stava riprendendo: la spossatezza l’aveva tenuta in uno stato di semi incoscienza per settimane. Ma presto sarebbe tornata a casa. La donna diede alla ragazzina un po’ di cibo, tutto quello che era riuscita a conservare per la sua bambina.

Resistettero gli ultimi mesi di guerra, con gli aerei americani e britannici che solcavano il cielo del varesotto e portavano morte e macerie un po’ ovunque; Busto Arsizio fu risparmiata, in effetti, perché come si seppe poi era la sede del gruppo di contatto tra Resistenza Italiana e gli Alleati in quella parte di Prealpi. E poi c’erano i partigiani di cui aver paura: scorrazzavano di notte, e sapevi che potevano essere nascosti nell’ombra, con i loro fucili e le loro pistole. Erano a caccia di spie, gerarchi e di guai, e causa di altre urla latresche. Coi nazi-fascisti a piede libero, invece, si camminava zitti, tenendo lo sguardo a terra, pregando che non ce l’avessero mai con te, neanche per caso.

Il 25 aprile 1945 Radio Busto Libera fu la prima emittente ad annunciare la caduta del regime fascista in tutto il Nord Italia.

Quando il papà, il suo ometto, si presentò sulla soglia di casa, carico di insaccati, formaggi e dolci secchi, e l’odore suo sul collo di musico e onesto lavoratore, quello fu il giorno della pace e della gioia per Fiorenza la sua mamma.

Quante Fiorenze ci sono state in Siria ?

Levarla da lì, darle un tetto sicuro, offrirle tre pasti al giorno, fondare una scuola che le insegni le equazioni e l’analisi logica, le chieda di scrivere composizioni e di recitare poesie, e le metta in mano pastelli colorati per disegnare i sogni suoi. Ecco, quando penso alla Fiorenza preadolescente e la sua esperienza diretta con la guerra, il potere che vorrei avere tra le mani. Ecco, quando penso a tutti i ragazzini nelle cui orecchie rimbomba lo scoppio di un missile, o il crepitare di una mitra, il potere che vorrei la comunità internazionale esercitasse: trovare un modo di fermare i conflitti armati tra Stati, e soprattutto all’interno di una nazione.

E’ da due anni e mezzo che il calvario siriano si protrae, con una striscia di sangue lunga oltre 110.000 vittime (Ansa), un macello di feriti, e una colonna di due milioni di profughi (fonte). Agli albori della primavera araba, che nel 2011 ha dischiuso i petti oppressi di milioni di persone, alcuni ragazzini di Dara vennero arrestati perchè avevano osato scrivere su un muro frasi contro il dittatore Assad. Addosso alla gente scesa in strada per chiedere la loro liberazione, gli uomini di Bashar hanno sparato gas lacrimogeni e colpi di fucile. Dal tollerare gente per le strade, si finirebbe con il suo disarcionamento, come è accaduto ad Alì in Tunisia e Mubarak in Egitto: questo deve aver pensato il (così lo si dipingeva in occidente) mite oculista educato a Londra, erede del sanguinario Hafez Assad.

E dopo i primi arresti di massa e cannonate sulla folla inerme di Dara, a quel punto sono sorti un po’ in tutta la Siria gruppi di ribelli. E’ una galassia difficile da comprendere; resistenti siriani, la maggior parte, combattono per ragioni diverse dai fondamentalisti islamici, o dalle cellule affiliate di Al Qaeda. Tutti hanno lo stesso scopo: cacciare il dittatore e togliere il potere dalle mani dalla minoranza sciita-alauita di cui Assad è massima espressione. Ma poi sorgerebbero questioni di altra natura: che tipo di governo succederà? Ci sarà una riconciliazione con chi sostiene l’attuale regime? I fondamentalisti musulmani chiederanno l’applicazione della sharia come legge civile? Deporranno le armi i Qaedisti?

Questa è una delle principali ragioni per cui gli Stati Uniti e altri Paesi non sono intervenuti più massicciamente per fermare la guerra. Non sono bastate le notizie di esecuzioni di massa, di bombardamenti sui civili, di attentati nei centri abitati. E’ sempre alto, poi, il timore di una escalation, da guerra civile a crisi internazionale. La Russia infatti sostiene il regime di Assad, da decenni suo partner fedele in Medio Oriente. E la teocrazia iraniana, insieme ad Hezbollah, il partito di dio libanese, minacciano ritorsioni in caso la Siria venisse attaccata; da sciiti, temono le mire dell’Arabia Saudita (Sunniti-Whaabiti) su un loro alleato strategico.

Alla scacchiera degli interessi economici, quindi, si affianca il teatro di una guerra di religione fratricida, di fatto estesa dall’Iraq fino al Libano, e che sta travolgendo altri Paesi come il Bahrein e lo Yemen (fonte).

Contro i gruppi ribelli, alcuni dei quali riconosciuti e sostenuti militarmente (ma non troppo) da Paesi Occidentali, Assad ha scatenato la sua aviazione: e infine, secondo il rapporto Onu del commissario Pinheiro, il 21 agosto scorso è arrivato a lanciare attacchi con armi ad agenti chimici a Ghouta, cittadina a venti chilometri dalla capitale Damasco.

Le armi chimiche sono conosciute anche come armi di distruzioni di massa, perché non guardano in faccia nessuno: il sarin o il nervino si prendono il respiro degli innocenti, non solo degli uomini con in spalla un kalashnikov o un lanciarazzi.

Brucia dover dichiarare inaccettabile la morte di 1000 persone (numero indicativo) per gli effetti di un gas, e sopportare di buon grado il trapasso di 109.000 persone morte ammazzate con armi “convenzionali”. Ma se la Russia di Putin, membro del Consiglio di Sicurezza insieme a Usa, Cina, Francia e Gran Bretagna, non ravvisa gli estremi di una condanna Onu, apripista per qualsiasi risoluzione, anche di peacekeeping, per la Comunità internazionale di fatto non ci sono vie legali per fermare i massacri.

Per questo la conferma dell’uso di armi chimiche da parte delle Nazioni Unite cambia lo scenario: potrebbero aprirsi spiragli per un intervento legalizzato, e anche la sua minaccia potrebbe ottenere risultati concreti per salvare la vita di tutte le Fiorenze in Siria.

La Russia, però, ha già presentato delle prove, le sue prove, che incolperebbero gruppi ribelli affiliati ad al-Qaeda di aver fatto uso di gas proibiti in altre circostanze (fonte). Accusa sostenuta già a maggio da Carla del Ponte, ex giudice della Corte Penale Internazionale e attualmente membro di una commissione Onu che indaga sui crimini commessi in Siria. Mosca, poi, disconosce le prove di Britannici e Americani relative all’eccidio di Ghouta, ma un’accurata inchiesta di Human Right Watch, organizzazione non governativa, punta il dito contro le forze armate di Assad, senza appello.

E quel che conta è che tutti abbiamo visto i filmati: persone che spirano in preda agli spasmi, e corpi inermi stesi sulle piastrelle d’ospedale, coperti da lenzuola bianche. Quando le mani dei sopravvissuti li hanno svelati davanti alle telecamere, ti sembrano addormentati, e non deceduti. Tra di essi bambini con i volti di porcellana, il colore duro della morte inalata in un fiato. Sono pianti dai nonni che creperanno di dolore, dalle zie che danno del cane ad Assad, dallo sconosciuto con il cuore spezzato che giura la vendetta atroce.

E’ proprio l’attacco a Ghouta del 21 agosto che ha spinto il presidente Usa Barack Obama a chiedere al Congresso di Washington il permesso di un intervento punitivo nei confronti di Damasco. Altri presidenti, per simili interventi bellici, non hanno sottoposto le loro decisioni al parere dei parlamentari Usa (Bill Clinton in Kosovo nel 1999). Sebbene alcuni la considerino un passo falso, indice di debolezza, altri vedono la scelta di Obama come la riaffermazione del diritto internazionale umanitario come faro della politica militare americana. Un atto di rottura rispetto al passato; nel 2003, ad esempio, l’Iraq venne aggredito unilateralmente dagli Stati Uniti, sulla presunzione che il tiranno Saddam Hussein disponesse di armi di distruzione di massa. Da quell’accusa sostenuta da prove risibili, l’allora presidente Usa George W. Bush lanciò una guerra che in realtà aveva mire espansionistiche.

“Stavolta è diverso dall’Iraq”, ha affermato Obama, “e non sono io a dire che Assad ha oltrepassato la linea, è il mondo a dirlo”, riferendosi alla messa al bando dello stoccaggio e uso di agenti chimici ai fini militari. Ed è forse un’accusa alle Nazioni Unite, perché la sua struttura, come altre volte è accaduto, si sta rivelando inadeguata a fermare un dittatore che davanti alle telecamere della Pbs, e con 110.000 vittime sulla coscienza, dice di essere “il dottore in grado di curare la malattia della  Siria”.

Assad ha accettato di consegnare le sue armi chimiche alla Comunità internazionale, spinto dalla prova di forza degli Usa, o forse convinto dalla Russia, che comunque vuole evitare uno scontro aperto con Washington. Per ora, Obama ha rimandato ogni decisione di attaccare la Siria, in attesa che Bashar si rimangi la promessa di eliminare tutti i suoi oppositori (Pbs). E forse sul tavolo diplomatico allestito a Ginevra tra Usa e Russia su Assad, non si parlerà solo di evitare altri massacri come quello di Ghouta, ma di cosa si possa fare per fermare sul nascere crisi come quella Siriana.

Oltre 65 anni fa, a Busto Arsizio, una ragazzina si guardava intorno, e in cielo, e non capiva perché c’era la guerra, e per quale motivo nessuno riusciva a bloccarla. La stessa cosa si chiedono i suoi coetanei che oggi, a Dara, a Homs, a Ghouti, a Damasco, vedono gli amici morire in un respiro.

 

di Cristiano Arienti

In copertina: Joan Mirò

 

 

 

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2 Responses to “La ragazzina di Busto Arsizio e la Guerra in Siria”

  1. Nicola Losito September 17, 2013 at 8:34 am #

    Commovente la vicenda di Fiorenza e delle tante ragazzine che, ovunque ci sia la guerra, soffrono e muoiono per colpa di governanti non adatti al loro ruolo. Complimenti per la competenza con cui scrivi della situazione in Siria e di ciò che si sta facendo per scongiurare la guerra.
    Nicola

  2. Cristiano A. September 17, 2013 at 3:17 pm #

    Ciao Nicola, la situazione in Siria è disperata, come poteva esserlo nel nord Italia nel 1944. L’insegnamento della II Guerra mondiale, della Guerra in Siria, e di molte altre, è che l’Autoritarismo alla fine è una forma di governo che fa soffrire la popolazione. Bisogna fare di tutto per promuovere la cultura della libertà, della democrazia, e del rispetto reciproco. Sono diritti umani inalienabili.

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