Rana Plaza, Bangladesh: il crollo della civiltà occidentale moderna

L’estate scorsa sono andato a Manchester, Inghilterra, la prima città industriale moderna della storia, e a lungo capitale tecnologica dell’Occidente. A partire dall’800 si moltiplicarono le fabbriche dove si producevano manufatti tessili in cotone. La materia prima arrivava dalle piantagioni degli Stati Uniti, raccolta a mano dagli schiavi deportati dall’Africa. I prodotti finiti, poi, venivano venduti in tutte le piazze europee. Era la globalizzazione dell’epoca: le rotte atlantiche tracciavano il triangolo che abbiamo studiato sui manuali di storia delle superiori; a margine, gli approfondimenti sulla schiavitù, l’alienazione e lo sfruttamento dei lavoratori. Dentro e intorno a quei telai, sempre più automatizzati grazie al progresso tecnologico, si affannavano i primi operai della rivoluzione industriale, per la maggior parte donne e bambini. Era l’alba del proletariato: turni bestiali, paghe da fame, attività nocive e rischiose, zero diritti.

A Manchester ho visitato il Museo della Scienza e della Tecnologia, situato in un ex polo manifatturiero, simbolo della devastante delocalizzazione degli anni 70′-80′. Lì, sono esposti i telai dell’800: pachidermi lucidi e metallici che per un secolo si sono mangiati mani e salute di innumerevoli persone. Non a caso nel 1844 Frederich Engels appoggiò la filosofia “materialista” di Karl Marx dopo aver trascorso un periodo a Manchester, nella fabbrica tessile del padre; là, vide da vicino la vita dell’operaio e lo squallore dei ghetti industriali. Engels e Marx pubblicarono il “Manifesto del Partito comunista” nel 1848: in ogni società esistono oppressi che con la loro opera assicurano benessere e ricchezza a pochi; per loro era necessario rompere quella catena con la rivoluzione del proletariato. Oggi conosciamo gli orrori perpetrati dei regimi comunisti; tuttavia la coscienza di classe e le lotte nate nelle fabbriche inglesi hanno portato a conquiste sociali di cui noi occidentali siamo tutt’oggi beneficiari.

Nel tempo le istituzioni più democratiche hanno via via varato leggi per la difesa dei lavoratori: dal bando allo sfruttamento minorile fino alle norme per la sicurezza pensate per ogni specifico ambiente lavorativo. L’essere umano che lavora, nelle assemblee parlamentari, ha il massimo rispetto; e viene difeso con un patto che oggi diamo per scontato: una persona presta la sua opera, e il datore offre condizioni accettabili secondo le leggi, con lo Stato garante del contratto. Per questa ragione quando in Italia una persona perde la vita facendo il suo mestiere, la notizia conquista i titoli dei quotidiani nazionali. Nel 2011 il Presidente Giorgio Napolitano, in occasione della giornata nazionale per le vittime sul lavoro, lo aveva ripetuto con forza: “è inaccettabile morire sul posto di lavoro”. L’anno prima, nel 2010, in totale le “morti bianche” erano state 980 (Fonte Inail).

Lo scorso 24 aprile tra le rovine del palazzo Rana Plaza, in Bangladesh, sono rimasti uccisi 1.127 lavoratori; la maggior parte erano ragazzine e giovani donne. Oltre 2.400 sono stati estratti vivi dalle macerie; molti resteranno invalidi per sempre. Il crollo dell’edificio di nove piani, il progetto in realtà ne prevedeva cinque, è stato causato dalla presenza di generatori elettrici nei piani abusivi; con le loro vibrazioni hanno minato la stabilità della struttura in vetro-cemento, progettata solo per uffici. Il crollo del Rana Plaza è il più grave disastro di sempre nella storia dell’industria dell’abbigliamento.

In Italia l’evento non ha rotto gli argini dell’indifferenza nell’opinione pubblica. In parte perché l’informazione è rimasta balbettante: in nome dei contratti pubblicitari con le decine di aziende che producono in Bangladesh, radio e giornali hanno evitato approfondimenti e inchieste sulla tragedia; inoltre al Rana Plaza sono stati prodotti abiti Benetton, azionista di Rcs, Il Gruppo Espresso, e del Sole 24 Ore. E’ altrettanto vero che i Paesi del sud-est asiatico alla maggior parte degli italiani appaiono come “destinati” alla sofferenza, alla rassegnazione. Digeriamo tragedie come quella del Rana Plaza come se fossero opera di un ciclone monsonico, anche solo per associazione dei grandi numeri di vittime. E invece il fenomeno della delocalizzazione della manodopera all’estero ha già destrutturato la nostra industria tessile, sta smontando la produzione manifatturiera, e minaccia ormai qualsiasi tipo di occupazione, anche nel settore terziario.

Siamo consapevoli che lo tsunami asiatico, con il suo modello di mercato del lavoro, ci ha già investito; prova ne è il premio Strega 2011 assegnato a “Storia della mia gente”, di Edoardo Nesi “. Questo romanzo autobiografico è l’urlo di dolore di Nesi per la chiusura della sua e di altre centenarie fabbriche tessili a Prato; imprese affossate dalla competizione cinese, spesso abusiva, “vincente” grazie alla mancata osservazione delle leggi italiane. Solo ora, come sistema-Paese, ci stiamo accorgendo della grande onda della disoccupazione, con l’acqua che ci ha già raggiunto alla vita. Eppure il crollo del Rana Plaza non ha sollevato che un tenue dibattito in Italia: non colleghiamo i nostri giovani disoccupati con le ragazzine bangladesi sepolte vive mentre stavano cucendo le magliette da esporre nelle vetrine di corso Buenos Aires, via Condotti, e in tutte le arterie dello shopping italiano.

Dal produttore al consumatore: l’economia dell’ingiustizia

Due domeniche fa ho accompagnato una mia amica da Benetton; mentre lei si provava dei vestiti da sera, passeggiavo tra gli abiti esposti sui banchi o appesi ai carrelli girevoli. Pubblicità di giovani sorridenti alle pareti: “United Colors of Benetton”. Ho dato un’occhiata alle etichette: una maglietta made in Tunisia; una camicetta made in Egypt. C’erano un paio di pantaloni made in Bangladesh: in cotone, moderni, con taglio avvitato; li ho presi tra le mani, ne ho carezzato la superficie, come se fossero un catalizzatore di due mondi lontani. Su quel tessuto c’erano le invisibili impronte di un’operaia bangladese, le sue dita pigiate vicino alle cuciture, quando la pezza è passata sotto la macchinetta. Quelle donne di solito vestono con il capo avvolto nel sari colorato, sulla narice una stellina dorata, gli occhi pietre nere con un baleno di luce: me la immagino così, nei suoi vent’anni. Per 1 euro al giorno ha manifatturato quel modello di pantaloni senza un contratto, senza un sostegno sindacale, probabilmente in un ambiente privo di sistemi di sicurezza antiincendio efficienti, e all’interno di strutture abusive. Del resto Benetton (come facevano altri marchi italiani minori) ha dato il via libera al subappalto di un’azienda tessile che operava al Rana Plaza. I due ordini, in totale da 200.00 pezzi, sono partiti a dicembre 2012 e febbraio 2013. All’epoca il New York Times aveva già lanciato una poderosa campagna di denuncia contro l’industria tessile in Bangladesh. Ad agosto 2012 un’inchiesta in più puntate a firma di Jim Yardley spiegava bene il meccanismo: le ditte allestite in poche settimane per soddisfare le commesse dei grandi marchi, gli ispettori corrotti per ottenere certificati di agibilità e sicurezza, gli operai a rischio per la mancanza di sistemi di sicurezza adeguati, gli attivisti e sindacalisti minacciati e addirittura fatti fuori (fonte). Un’accusa pesante contro l’industria tessile del Bangladesh, che rappresenta il 10% del Pil con le sue 4000 ditte: imprenditori e supervisori sono dipinti come aguzzini senza alcun rispetto per la vita altrui.

Lo scorso 24 novembre, 120 lavoratori sono morti nel rogo del Tazreen, un edificio in Bangladesh dove ditte subappaltate producevano per grandi marchi internazionali. Una delle uscite era stata lucchettata: il fumo ha tramortito uno ad uno gli operai che al buio tentavano una via di fuga(fonte). Sumi Abedin, una sopravvissuta intervistata dal New Yorker, ha spiegato come i manager della ditta avessero ordinato agli operai di restare ai loro banchetti invece di coordinare l’evacuazione. La stessa cosa è avvenuta due mesi dopo, nel rogo della ditta della Smart E.G., dove sono morte 7 persone. Molti hanno paragonato la tragedia del Tazreen al rogo della ditta newyorkese Triangle Shirtwaiste, nel 1911, dopo il quale entrarono in vigore le prime elementari norme di sicurezza nelle fabbriche tessili negli Usa.

Eppure i grandi marchi dell’abbigliamento hanno dovuto vedere il crollo del Rana Plaza prima di decidersi a firmare il Fire and Building Safety Agreement; si tratta di un protocollo legalmente vincolante riconosciuto dal governo del Bangladesh, pronto da parecchio tempo, e sottoscritto da alcune aziende già dopo il rogo del Tazreen. Steso dai sindacati internazionali IndustriALL e Uni Global Union, l’accordo prevede che un ispettore capo indipendente verifichi se una ditta rispetti norme di sicurezza e attività sindacali. Le sue relazioni verranno trasmesse a un consiglio in cui sono rappresentati lavoratori, governo, aziende internazionali, ditte bangladesi, sindacati. Sarà il consiglio poi a definire sanzioni e contributi per la sicurezza. Alcuni multinazionali americane, come Walmart e Gap, non hanno firmato l’accordo, definendolo lacunoso e privo di buon senso. In un’intervista a Euronews, Philip Jennings di Uni Global Union, ha definito i boss di Walmart e Gap persone senza dignità. Però è altrettanto vero che un accordo senza i giganti americani può creare confusione: un’azienda europea potrebbe dover finanziare la messa in sicurezza di una ditta bangladese che produce anche per Gap. Un’altra critica mossa ai promotori riguarda il profilo nazionale dell’accordo: l’industria tessile di altri Paesi asiatici, come la Cambogia, presenta gli stessi problemi del Bangladesh. Non era meglio puntare a un accordo più ampio, magari meno esigente, ma sottoscritto da tutte le aziende globali di settore? Se l’accordo si rivelasse un fallimento, c’è il rischio che le aziende dell’abbigliamento abbandonino il Bangladesh.

Sarebbe un colpo per le donne bangladesi: l’impiego in una fabbrica tessile in zone urbane rappresenta una conquista. Si emancipano dalla vita di campagna, fuggono da villaggi dove non ci sono le scuole e nemmeno un anagrafe, ma solo aratri e campi. Parecchie non hanno un cognome. Però grazie a quell’impiego portano a casa i soldi per l’affitto, e tentano di assicurare ai figli un’educazione cittadina. E’ sul sacrificio e le aspirazioni di queste donne che le multinazionali risparmiano in modo osceno sul costo della manodopera. Se in Cina in media la prestazione di un operaio tessile è di 1.26 $ all’ora, in Cambogia di 0.45 $, in Bangladesh è di 0.26 $ all’ora; al cambio sono 0.18 € all’ora (fonte Eurasia Group). Un litro di latte, nelle città del Bangladesh, costa 0.60€; un abito da sera H&M 20 € (fonte).

Papa Francesco lo ha definito schiavismo, “una forma di egoismo che va contro ogni principio di giustizia sociale.”

Fermiamo questa corsa

Dacca è il fondo di questa corsa verso il basso, che l’industria dell’abbigliamento, e della manifattura in generale, hanno iniziato una trentina di anni fa, delocalizzando in Cina e in India per sfuggire al costoso mercato del lavoro occidentale. Quando i salari in Cina si sono alzati e le spese aumentate, i grandi marchi hanno dirottato la loro domanda in Bangladesh, oggi secondo esportatore al mondo. Per la questione sicurezza, basta che il fornitore firmi un’autocertificazione etica supportata da documenti firmati dalle autorità bangladesi, persone ad alto rischio di corruttibilità, come riportano tutte le analisi sul Paese (fonte).

Qui sia annida la distorsione del sistema Bangladesh, del sistema Cambogia, e di tutti gli altri Paesi del sud-est asiatico. Ai dirigenti dei marchi occidentali non si chiede di conoscere Charles Dickens o Emile Zola, romanzieri dell’800 che con le loro opere di denuncia hanno contribuito allo sviluppo di un’etica nella società capitalista nel XX secolo; e nemmeno di ricordare gli approfondimenti a margine nei loro manuali di storia delle superiori. Però da loro si pretende una certa capacità di critica nel valutare le condizioni socio-economiche di un Paese, e di dare un valore ai loro codici etici. Se alla fine del 2012 si sceglie ancora di produrre o subappaltare in Bangladesh, o in Cambogia, si mostra un’attitudine incosciente, se non peggio.

Come ha ammesso l’amministratore delegato di Benetton Biagio Chiarolanza nell’intervista del 8 maggio all’Huff Post, la New Wave Style, l’azienda subappaltata che operava nel Rana Plaza, si era autocertificata con documenti regolari; ma nessuno, prima di assegnare la commessa, aveva pensato di verificarne la veridicità, o di ispezionare la ditta. Chiarolanza ha aggiunto che il gruppo di Treviso aveva già deciso di interrompere i rapporti con la New Wave prima del crollo del Rana Plaza; la ditta non rispettava gli standard qualitativi delle magliette. Resta il fatto che dal 2 al 4% degli abiti Benetton sono prodotti in Bangladesh. Alcune marchi internazionali, come H&M, dicono di inviare ispettori privati nelle ditte, per accertarsi che rispettino davvero codice etico e norme di sicurezza (fonte); ma evidentemente non è abbastanza per prevenire i disastri come quello del 24 aprile.

E il Rana Plaza è stato il tema di apertura della convention annuale di un prestigioso marchio brianzolo di alta moda di cui ometto il nome. Di fronte ai delegati provenienti da tutto il mondo, il presidente ha definito quella del Bangladesh una tragedia immane: “la mia è una azienda che crede nell’etica, l’ho fondata su princìpi solidi. La sicurezza nelle fabbriche dove produciamo i nostri abiti viene prima di tutto”. E’ anche vero che l’azienda in questione vende camicie a 250 euro, minimo.

La giornalista di Euronews Isabelle Kumar, intervistando il sindacalista Jennings, ha domandato: “con la crisi e la disoccupazione dilagante in Europa, come si può pensare che il consumatore possa fare a meno degli abiti a bassissimo prezzo prodotti in Bangladesh e negli altri Paesi asiatici?”

Sempre su Euronews è andato in onda un servizio in cui si intervistavano consumatori appena usciti da un centro commerciale; alla domanda su chi sia il colpevole del crollo del Rana Plaza, una donna ha risposto così: “Gli imprenditori in Bangladesh; ma anche io lo sono. Anche io e te siamo colpevoli.”

di Cristiano Arienti

In copertina: Jean-Michael Basquiat: “Museum Security –  Broadway Meltdown

Spunti e fonti

La Grande recessione e la Terza crisi della teoria economica, di Riccardo Bellofiore e Joseph Halevi

http://www.youtube.com/watch?v=BaSyUlmuSrs

 

 

 

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