Peppino Prisco, l’interista nella neve

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Nella stagione 2006/07, l’Internazionale di Milano vince il suo 15° scudetto; è il secondo consecutivo, dopo quello assegnatole a tavolino per gli scandali di calciopoli. Questo è stato un torneo da record, e la vittoria è strameritata!

Eppure ci danno addosso a noi interisti! Ci rinfacciano che l’anno scorso ci hanno dato uno “scudetto di cartone”. Ci spiegano che questo campionato appena terminato era falsato; ci accusano d’aver conquistato il primato “giocando contro nessuno”, favoriti dalla retrocessione della Juventus, e dalle penalizzazioni di Milan, Lazio e Fiorentina. Ci scherzano, ci dicono “ oh, bravi”, con il sorrisino sulle labbra, e in fondo non accettano il verdetto. Ben inteso, passi che non rispettino quello agonistico, del campo: in realtà faticano ancora ad accettare il verdetto della giustizia penale, che ha riconosciuto reati per associazione a delinquere e illeciti sportivi. Nelle sentenze emesse si è parlato di cupola, di monopolio, di doping, di sistema fraudolento.

Ebbene, abbiamo vinto un campionato finalmente regolare, e ci danno addosso!

Proviamo a difenderci, a dire che erano tutti gli altri campionati ad essere dei falsi. Non si arrendono: straparlano e confondono le idee.

Davvero non si sa cosa dire! Non si trova modo di ribattere, se nemmeno la parola del campo basta…

…E penso: magari ci fosse ancora lui, l’avvocato Prisco! Tono cantilenante e irridente, sguardo innocuo, battuta fulminante! Avrebbe tagliato le gambe a tutti i nostri detrattori con paio di freddure delle sue, arguzie salaci, capaci di irretire i polemisti più accesi, e di sollevare l’ilarità generale degli interlocutori. Ne ricordo una, tanto per citare:

“Dopo aver stretto la mano a un milanista corro a lavarmela. Dopo averla stretta a uno juventino, mi conto le dita.”

Stoccata tirata tanto tempo fa…ma lui era del 1921, ne aveva viste tante, e la sapeva lunga! La sua fede nerazzurra era cieca, tanto da fargli dire che avrebbe tifato per l’Inter anche se fosse stato presidente Adriano Galliani.

Peppino Prisco, il mitico vicepresidente dell’Inter F.C., reduce di guerra e principe del foro di Milano. Amava definirsi così:

“un ometto di grandi passioni, sottotenente degli alpini, tifoso dell’Inter e avvocato. Ometto, non uomo: è troppo impegnativo.”

Era diventato vicepresidente della società nerazzurra nel ’63, alle porte la presidenza Angelo Moratti e l’epoca d’oro di Herrera e Mazzola. Divenne il portavoce ufficiale nei dopo-partita proprio perchè si evitassero le sfuriate del “Mago”, causa di squalifiche per l’allenatore argentino e deferimenti per la società. Peppino Prisco adempì al proprio dovere di dirigente ogni domenica di campionato, per tutti gli anni a venire. Commentava con sagacia le gare e l’andamento del torneo, e chiosava con sarcasmo di torti arbitrali o di sconfitte subite. I giornalisti lo circondavano e lo corteggiavano, e lui dispensava massime di vita rivestite dalla fine patina dell’ironia. Le sue frasi andavano a impreziosire gli articoli delle pagine sportive del lunedì.

Di Facchetti disse che era l’interista più simpatico: “Giacinto fece gol al Napoli in mezzo alla nebbia e venne a cercarmi a bordo campo per abbracciarmi. Ci mise tre minuti a trovarmi.”

Ora al popolo interista piace pensare a loro lassù in cielo, abbracciati come un tempo, a gioire per questo scudetto vinto sul campo, e che mancava da tanto, tanto tempo.

Di Peppino Prisco ricordo la sua memoria interista, ma conservo la sua testimonianza di reduce della II Guerra Mondiale. Fu un superstite della Campagna Russa del Corpo Armata degli Alpini, uno dei soli 3 ufficiali tornati a casa in una Compagnia di che ne comprendeva 53.

Faceva parte dei 200.000 dell’Armir che, parole di Mussolini, avrebbero dovuto pesare in maniera decisiva sul tavolo della vittoria.

La maggior parte riuscì a tornare durante la disastrosa ritirata; purtroppo, circa 75.000 italiani rimasero laggiù, in Ucraina, ad annerire i campi imbiancati di neve.

Ebbene, io Peppino Prisco lo associo con la drammatica storia dell’Armir. Il vicepresidente dell’Inter non mancava mai di sfruttare la ribalta del calcio per ricordare la sua esperienza in trincea, sul fronte russo.

I militari caduti nella II Guerra Mondiale, da El-Alamein a Cefalonia, erano ancora lontani dall’essere riabilitati e ricordati con celebrazioni ufficiali. Ma lui, il piccolo avvocato, tra i complimenti per i gol di Mazzola e la battuta sugli odiati cugini del Milan, ci infilava il suo “quando ero in Russia a combattere nella II Guerra Mondiale….”, e concludeva il pensiero con l’accorato ricordo per tutti i commilitoni persi nella steppa ucraina.

Una volta gli chiesero di commentare la notizia secondo cui i giocatori dell’Inter andavano a donne prima degli incontri. E lui rispose: “Ai giocatori piacciono le ragazze. E allora cosa c’è di strano? Sarebbe strano se i calciatori si piacessero a vicenda. Alla loro età anch’io avrei fatto lo stesso, se non fossi stato incidentalmente impegnato nella campagna di Russia.”

Questa battuta assomiglia così tanto alla dichiarazione di un altro reduce della disastrosa ritirata dal fronte russo; Mario Rigoni Stern, in una sua prefazione a Il sergente nella Neve, afferma che tra il 1940 e il 1945, gli “capitò di fare la guerra.” In questo meraviglioso libro, poetico e vitale, l’autore narra la sua storia di superstite, e di tutti gli altri che invece no, “a baita” non arrivarono mai, come l’alpino Giuanin, commilitone di Rigoni.

Il freddo e la fame, gli stenti e i patimenti; le uccisioni e il terrore, i compagni sfiniti abbandonati sul bordo della via e gli atti di umanità verso i nemici, perfino in quel girone di ghiaccio e di bianco.

Prisco, in quei brevi interludi durante le domeniche di calcio, ci parlava di questi accadimenti, la sua storia non dissimile da quella di Rigoni Stern o dei nostri nonni.

Il vicepresidente dell’Inter non riteneva di possedere la capacità di scriverne un libro, ma rivedeva anch’egli le scene disperate della sua Campagna di Russia, riviveva anch’egli la disumanità della guerra. Cercava di accennare a questo nelle trasmissioni sportive. Ci distraeva per brevi momenti per tenere vivo il ricordo dell’insensato sacrificio di tanti giovani uomini.

Io credo che Peppino Prisco lavorasse con lucidità e costanza a questo suo progetto: rimembrare i caduti, e metterci in guardia dalla guerra. Me lo ricordo con il tono cantilenante, lo sguardo misurato, il pensiero che corre alla sua giovinezza, quando era un interista nella neve.

di Cristiano Arienti

Articolo scritto per l’Angolo nel 2007

In copertina: la ritirata degli Alpini dal fronte russo, inverno 1943

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