L’Unione Europea tra immigrati, rifugiati e “regime change”

La crisi dei rifugiati da zone di guerra ha già un impatto sull’Europa, e potrebbe durare anche 20 anni; insieme all’insorgere di un estremismo violento, la crisi rischia di minare la stabilità e la pace del continente”

Queste sono parole di Martin Dempsey, capo delle Forze Armate congiunte degli Stati Uniti, espresse lo scorso 18 agosto, quando non era ancora scoppiato nella sua enormità il magmatico flusso di profughi siriani attraverso l’Europa continentale. Dall’inizio dell’estate, a decine di migliaia sono salpati dalle coste della Turchia per raggiungere le isole greche; da lì hanno continuato il loro inarrestabile cammino superando le frontiere di Macedonia, Serbia, Ungheria, Repubblica Ceca, Austria, Germania.

Un fenomeno che sta mettendo in discussione la coesione dell’Unione Europea, e il trattato di Schengen, ovvero il transito dei cittadini europei tra un Paese-membro e l’altro senza controlli alle frontiere.

Negli ultimi mesi, almeno 30.000 profughi sono giunti sulle coste delle isole greche; in una sola giornata sono stati registrati 7.000 arrivi.

Secondo le stime dell’Unhcr, l’Alto Commissiariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite, l’85% delle persone giunte nel 2014 in Europa, navigando il mediterraneo, provenivano da nazioni in guerra, e quindi considerati richiedenti d’asilo; entro la fine del 2015 ne sono attesi almeno 450.000, un numero destinato ad aumentare nel 2016.

In realtà, dal Pakistan allo Yemen, dall’Iraq alla striscia di Gaza, dalla Libia alla Siria, dalla Nigeria alla Somalia, sono decine di milioni le persone che vivono in zone di guerra, rischiano di perdere la vita sotto le bombe, o sono oggetto di persecuzione: tutte loro potrebbero ottenere lo status di rifugiato all’interno dell’Unione Europea, se presentassero domanda.

Finora la pressione di queste ondate migratorie si è concentrata soprattutto su Paesi mediterranei come la Spagna, l’Italia e la Grecia. Dal 2011, l’anno delle cosiddette Rivoluzioni Arabe, sono giunti via mare 360.000 migranti, la maggior parte dei quali aspirava a risiedere, o a presentare domanda d’asilo, in Francia, in Belgio e Gran Bretagna, o nei Paesi dell’Europa centro-settentrionale: per via della lingua, il francese e l’inglese; o per ricongiungersi con parenti, familiari o amici; o perché attirati da condizioni socio-economiche migliori.

Secondo la Convenzione di Dublino, un profugo di guerra o un perseguitato politico può richiedere asilo nel Paese che lo accoglie. Decine di migliaia di profughi giunti in Italia sono rimasti bloccati entro i nostri confini, e si sono affidati a connazionali, trafficanti o reti solidali per varcarli illegalmente. Molti sono stati rispediti indietro dalla Francia, dalla Germania, addirittura dalla Svezia, solo perché si erano registrati in Italia.

Eppure, da almeno una decina di anni, i governi del nostro Paese hanno sollevato il problema dell’immigrazione via mare in sede europea, sottolineando come si trattasse di una crisi umanitaria di tutto il continente. Nei 23 anni precedenti al 2011, secondo le stime dell’autorevole blog Fortress Europe, si contavano 20.000 persone affogate nelle acque del Mediterraneo: tentavano di attraversare lo stretto di Sicilia, o lo stretto di Gibilterra, o di raggiungere qualche isola greca. La maggior parte proveniva dal Magreb, il Corno d’Africa, o dai Paesi dell’Africa Nera; e tra loro non tutti avevano i requisiti per richiedere asilo nei Paesi Europei, come ad esempio i nigeriani o i magrebini.

Dal 2009 il numero degli sbarchi in Italia, e quindi delle vittime, era sensibilmente calato grazie agli accordi bilaterali tra il governo Berlusconi e il dittatore libico Gheddafi, con l’attuazione dei respingimenti. Quella politica era stata condannata dall’Unione europea e dalla Corte di Strasburgo, perché impediva ai rifugiati e ai profughi di esercitare un loro diritto sancito dalle Nazioni Unite; tuttavia aveva dissuaso i migranti economici a partire, e i trafficanti di esseri umani a organizzare i viaggi.

L’emergenza si è riaffacciata nel 2011 con le rivolte di piazza in Tunisia, Egitto, Libia e Siria, e il tentativo dei rispettivi dittatori di reprimerle con l’esercito e l’uso della violenza.

Solo in quell’anno, secondo i dati che Fortress Europe è riuscita a raccogliere, oltre 2.300 persone hanno perso la vita nella acque del Mediterraneo: un’ecatombe. L’Unione Europea, pur consolidando Frontex, l’Agenzia di controllo dei confini europei, manteneva la sua politica: per quanto riguardo lo stretto di Sicilia, ad esempio, Italia e Malta erano le uniche responsabili della gestione dei profughi; Per Bruxelles insomma, si trattava di una questione di acque territoriali tra Roma e La Valletta.

E anche a causa della disputa su chi dovesse soccorrere i barconi non lontani da Lampedusa, ma in acque Sar maltesi, nell’ottobre del 2013 sono affogate oltre 500 persone in due naufragi distinti: una delle pagine più nere nella storia della Repubblica Italiana. La maggior parte delle vittime erano profughi siriani, uomini, donne e bambini.

Eppure ci sono voluti quasi due anni perché l’Unione Europea approntasse una seria politica comune nella ricognizione delle coste nordafricane, e la suddivisione dei profughi e dei rifugiati sbarcati sulle coste dei Paesi mediterranei.

E solo la commozione di fronte all’immagine del cadavere di Aylan, un bimbo annegato nelle acque turche all’inizio di settembre, sembra aver scosso l’Europa di fronte alla tragedia degli immigrati via mare, in particolare dei profughi siriani. La Germania ha sospeso unilateralmente il trattato di Dublino, dichiarandosi disposta ad accettarne decine di migliaia. Anche altri Paesi dell’Unione Europea e dell’America sono disposti ad accogliere quote chi scappa da una terra martoriata da quattro anni di guerra.

Io la scossa, di fronte alla tragedia dell’immigrazione via mare, l’ho avuta nel 2009, con il caso della Pinar. La nave turca aveva soccorso in mezzo al mare un barcone con 145 migranti, naufragato in mezzo al Mediterraneo; durante il trasbordo, Escheth Ekos, 18enne in attesa di un bimbo, scivolò in mare: venne recuperata a faccia in giù, quando ormai, cullata per troppo tempo dalle acque gelate, il suo cuore aveva già smesso di battere. Passarono quattro giorni prima che la donna ricevesse una degna sepoltura, e i suoi compagni di naufragio adeguata assistenza medica. Per tutto quel tempo il governo italiano e quello maltese, con la supervisione della Commissione Europea, si rimpallarono la Pinar e il suo carico di disperati.

Secondo la distinzione tra migrante e rifugiato, e quindi nuovi i parametri di accoglienza Ue, all’epoca Eschet Ekos non avrebbe avuto nessun diritto di rimanere legalmente in Europa; a lei sarebbe toccata la stessa sorte di molti suoi connazionali, rispediti in Nigeria su voli di linea.

L’Unione Europea si rifiutava di risolvere il problema dell’immigrazione via mare: allora come oggi, però, la tragedia non è quella dei profughi in sé, ma del tragitto scelto da un’ondata di esseri umani in fuga da guerre e persecuzioni, o da condizioni di vita miserabili.

Questo non toglie le responsabilità dei vari governi Italiani, che hanno stipato gli immigrati illegali nei Cie (Centri di identificazione ed espulsione)  e i richiedenti asilo nei Cara (Centri di accoglienza dei rifugiati e richiedenti d’asilo): spesso delle vere e proprie galere, appaltate a gente senza scrupoli (come dimostrano le inchieste su Mafia Capitale). Un destino peggiore toccava a chi dall’Italia veniva respinto in Libia; lì i migranti illegali finivano rinchiusi nelle fatiscenti prigioni del regime, inaccessibili al personale dell’Unhcr, e poi deportati nel deserto per riprendere la via di casa; pure chi una casa non ce l’aveva più.

L’Italia ha gestito col pugno duro la questione; ma le capitali d’Europa si sono voltate davanti al fenomeno di gente che “solca” le dune del Sahara, e “cammina” su un lenzuolo d’acqua steso sull’abisso del Mediterraneo, con il miraggio di una vita migliore. E per anni, a dirla tutta, hanno ignorato i profughi siriani che bivaccavano alla Stazione Centrale di Milano, sulle panche di marmo, assistiti dal Comune e da associazioni private.

Solo ora l’Unione Europea, con i migranti che camminano lungo le solide autostrade dei Balcani, diretti verso le capitali del nord, la definisce un’emergenza umanitaria; un moderno esodo di proporzioni bibliche, essendo ormai esteso nel tempo e proiettato nel futuro – e destinato a moltiplicarsi a causa del riscaldamento globale e i rapidi cambiamenti climatici in molte aree del pianeta.

Il fenomeno ormai è paragonato ai flussi migratori della II Guerra Mondiale, quando l’Europa era attraversata da colonne di soldati sbandati, profughi e perseguitati.

Dalla Guerra in Iraq ai “regime change“: un nuovo conflitto mondiale

Oggi la maggior parte degli immigrati scappa dalle guerre etniche e settarie nel mondo islamico: ormai sono così intrecciate tra loro, che si configurano come un nuovo conflitto mondiale. L’Arabia Saudita ne è uno dei principali attori, impegnata in una folle corsa al dominio regionale sull’Iran, e coinvolta sul piano militare e di Intelligence in Iraq, Siria e Yemen; ma gli Stati Uniti, stretti alleati di Ryad e con un economia fondata sul petro-dollaro, sono stati i registi di questo scenario.

MENA-Map

Nel 2003, con la scusa di farsi giustizia per gli attacchi dell’11 Settembre, e la falsa accusa che il tiranno Saddam Hussein possedesse testate nucleari, gli Stati Uniti invasero Baghdad; da allora l’Iraq è allo sbando. La politica post-bellica americana, con l’idea di esportare la democrazia in un Paese dove per decenni i Sunniti avevano perseguitato gli Sciiti e i Curdi, si è rivelata fallimentare. Le tensioni tra i vari gruppi etnici sono scoppiate in ostilità aperte dopo il ritiro delle truppe americane nel 2011, e la violenza è diventata la principale forma di conquista e difesa del potere.

Lo schema del “regime change”, una tattica consolidata tra i neo-conservatori americani, è stato riproposto nel 2011 in Libia, con l’intervento militare sponsorizzato da Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti; ufficialmente, per creare una no-fly zone e difendere i “ribelli”, repressi con la forza da Gheddafi: in realtà l’aeronautica della Nato attaccò l’esercito di Tripoli, e fu decisiva per la cattura e l’esecuzione del dittatore, per altro alleato strategico dell’Italia.

Quei “ribelli” libici erano stati equipaggiati dalle potenze occidentali: nel giro di pochi mesi la Libia è discesa nel caos; molte fazioni sono confluite nella galassia jihadista; chi affiliandosi ad Al Qaeda – ad esempio gli assassini di Chris Stevens, l’ambasciatore Usa a Tripoli, chi all’Isis. Nel 2014 Egitto ed Emirati Arabi, alleati dell’Arabia Saudita, hanno bombardato alcune fazioni di estremisti.

Oggi la Libia è divisa tra due governi, quello filo-occidentale di Tobruk,  e quello islamista di Tripoli, impegnate nelle trattative per formare un governo di unità nazionale: fronteggiare la partenza di navi cariche di immigrati verso le coste italiane non è certo una priorità.

Dopo il regime change in Iraq – il vano tentativo dell’amministrazione Bush-Cheney di proporlo in Iran – e l’abbattimento di Gheddafi, è toccato alla Siria: gli Stati Uniti hanno trasferito le armi dalla Libia nelle mani dei “ribelli” repressi dal dittatore Bashar Assad. Al tempo era poco rilevante che un gruppo di quei ribelli fosse Al-Nusra, una formazione jihadista vicina ad Al Qaeda. E a dar loro man forte, nel 2012-13, dall’Iraq sono giunti altri estremisti: tra di essi, molti reduci dell’esercito di Saddam Hussein, che si sono radicalizzati e coagulati nella prigione Usa di Camp Bucca, in Iraq.

Supportati da Arabia Saudita, Qatar, Turchia ed Emirati Arabi, stretti alleati degli Stati Uniti, nel 2014 gli jihadisti sunniti hanno creato l’Isis, lo Stato Islamico dell’Iraq e della Siria. Le formazioni qaediste e dell’Isis da allora si spalleggiano per abbattere la dittatura di Assad, e sostituirla con il loro regno del terrore; uno scenario paventato dal Pentagono sin dal 2012, come ha documentato il giornalista Nafeez Ahmed.

Questo, forse, fu il vero motivo per cui gli Stati Uniti, nel 2013, non intervennero militarmente in Siria, sebbene accusassero Assad di aver oltrepassato ogni limite gasando i suoi concittadini, in particolare con il massacro di Ghouta – una ricostruzione contestata da vari giornalisti di inchiesta, come Seymour Hersh e Robert Parry.

La Russia, che ha in Assad un alleato strategico per via dei porti mediterranei, diede un appiglio al Presidente Usa Barack Obama a fare marcia indietro:Mosca  indusse il dittatore siriano a consegnare le sue scorte di armi chimiche. L’intervento degli Stati Uniti avrebbe coinvolto anche l’Iran, storico alleato del regime degli Assad.

Da allora i rapporti Usa-Russia si sono incrinati, con la crisi Ucraina e l’instaurazione di un governo filo-americano a Kiev. Ma soprattutto, la Siria è diventata un insensato teatro di guerra; lì hanno bombardato: la Turchia per colpire i Curdi; Israele per creare una zona-cuscinetto; la Giordania e gli Stati Uniti per colpire l’Isis; il regime di Damasco per colpire i ribelli; l’Isis per conquistare città e pozzi petroliferi e creare, insieme alle regioni sunnite dell’Iraq, un Califfato del terzo millennio.

A 14 anni dall’11 Settembre, l’Islam radicale, e se vogliamo la perversione dell’Islam, non è mai stato così forte, in una fascia di pianeta che va dall’Afghanistan alla Nigeria.

Solo in Siria si sono registrate 200.000 vittime, che vanno ad aggiungersi ad almeno 220.000 morti violente in Iraq dal 2003. I profughi sono svariati milioni, espatriati in Turchia, Libano, Giordania, e ridotti a una vita miserabile. Chi ha soldi e parenti all’estero, si reca nel primo aeroporto e prende un aereo; chi ha pochi soldi ma molto coraggio, s’imbarca sulle coste turche e sfida chilometri di onde su gommoni.

Attualmente il dibattito è concentrato su come assistere i profughi di guerra, a cui andranno ad aggiungersi la massa di iracheni pronti a partire per l’Europa, poichè sentono di avere gli stessi diritti dei siriani. Bruxelles sta studiando delle soluzioni: migliorare i campi profughi in Medio Oriente, aprire uffici di rappresentanza per vagliare le richieste di asilo, migliorare il sistema di ingresso per gli immigrati economici, aumentare le quote di immigrati, creare zone di accoglienza in Europa prima della ripartizione tra i diversi Stati membri.

Ma l’arrivo dei profughi mediorientali in Europa è l’effetto, non la causa di questa crisi. E’ necessario riconoscere che da anni in Siria è in atto un conflitto regionale: se nel 2011 la gente era scesa in strada chiedendo libertà, oggi si spara per affermare un’identità etnico-settaria, e piovono bombe per difendere interessi politici, strategici ed economici.

Non è più una questione di diritti, ma di geopolitica. Infatti oggi l’Occidente appoggia il dittatore Al-Sisi in Egitto, salito al potere con un sanguinario colpo di stato; i Fratelli Musulmani, vincitori di elezioni democratiche, erano a un passo dal trasformare il Paese in una teocrazia, e oggi i loro leader sono incarcerati.

E vanno considerate altre questioni: il conflitto regionale in Medio Oriente si inserisce nella crescente ostilità tra gli Stati Uniti e la Russia del dittatore Putin; e si inquadra nella storica tensione tra Washington (più i suoi alleati Israele e Arabia Saudita) e l’Iran.

Come è già stato notato da autorevoli voci, lo sforzo diplomatico affinché l’Iran sviluppi il nucleare senza velleità belliche, può rappresentare un modello nella regione: Stati Uniti, Russia, Unione Europea e Cina si sono impegnati in un lungo negoziato, costringendo l’Iran a sottoporsi a periodici controlli all’interno dei siti nucleari. La diplomazia, per ora, ha scongiurato un bombardamento dell’aviazione israeliana contro le centrali di Tehran, a cui si è andati vicini nel 2010, nel 2011 e nel 2012; un evento che avrebbe certamente coinvolto gli Stati Uniti.

Si impone un qualche tipo di Conferenza Mondiale per il Medio Oriente e il Mondo Musulmano, che coinvolga più attori possibili impegnati nei vari teatri di guerra. A noi europei non è più concesso subire il copione scritto da altri, come avvenne in Iraq nel 2003; o peggio imitarli, come in Libia nel 2011: dovremmo agire da veri registi di pace.

di Cristiano Arienti

in copertina: immigrati soccorsi da una nave della Marina militare Italiana

http://www.pbs.org/wgbh/pages/frontline/rise-of-isis/ The Rise of Isis – documentario della PBS sulla nascita dello Stato Islamico

 

 

 

 

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