Parola in libertà.

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La libertà di parola è un diritto fondamentale dell’uomo; in tutte le costituzioni moderne e liberali esiste un articolo inteso a preservarla. Uno stato è autoritario quando i suoi cittadini, facendo sentire la loro voce, temono ritorsioni; nei loro confronti la reazione di chi sta al potere è violenta. Intimidazioni e incarcerazioni sono all’ordine del giorno nelle dittature. In Italia c’è l’articolo 21 che recita: “tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto, e ogni altro mezzo di diffusione”. La parola come mezzo per esprimere se stessi; i prepotenti di un regime dittatoriale, negando la libertà di parola, non ammettono idee diverse rispetto alla loro visione di Stato e di società. Si potrebbe riassumere questa attitudine parafrasando Cartesio: “tu esisti solo se la pensi come me”. Comunicare, quindi, è l’atto di far sapere agli altri che esisto: creo il contatto tra il mio universo interiore e l’universo che mi circonda; lo posso fare con molti mezzi (modi di comportarsi, arte) ma la parola è quello più immediato, più chiaro, più naturale, più accessibile agli altri. Con la parola esterno sentimenti e riflessioni, racconto il mio passato, testimonio un fatto, ricostruisco quello che ho capito. Faccio conoscere le mie idee a chi mi sta vicino; i miei interlocutori ascoltano, se ne hanno voglia, la concezione della realtà che ho in testa, e la visione del mondo che vorrei. Da questa prospettiva, secondo me, l’atto di “parlare” implica alcune responsabilità: bisognerebbe farlo con sincerità. Le nostre parole, poi, dovrebbero esprimere coerenza. Essere sinceri e coerenti è una responsabilità verso se stessi prima di tutto. Altrimenti si finge, si parla solo per opportunismo. E’ un problema di coscienza e di valori. Parlare con coscienza è un atto di responsabilità anche verso gli altri. Questo ha senso nella sfera privata; chiunque lo intuisce, ben sapendo quanto le parole possano offendere, illudere, ingannare, e in qualche caso perfino tacere. A maggior ragione aumenta la responsabilità di chi “parla” alla comunità. Un politico che spiega un’idea, un giornalista che riporta un fatto, un amministratore che giustifica le proprie scelte: non ci aspetta davvero che le loro parole offendano, illudano , ingannino, o peggio tacciano qualcosa. In linea di principio, quando io parlo pubblicamente, creo un contatto tra universi interiori, il mio e quello di chiunque ascolti; e lo faccio con un fine: migliorare la mia condizione individuale e, si spera, quella della comunità in cui vivo. Questo processo di comunicazione è alla base della democrazia. In Italia a nessuno è vietata la possibilità di interagire con gli altri per convincerli delle cose che pensa, con il fine di migliorare la propria condizione. La libertà di parola è lasciare che il mio concittadino mi parli, o che si rivolga alla comunità; è permettere al mio interlocutore di convincermi che ha ragione, e che le sue idee migliorano davvero il posto in cui vivo. In ogni paese libero e democratico, quindi, assumono una particolare importanza i principi come la veridicità, la correttezza, l’attinenza ai fatti. Un politico, per convincermi di qualcosa, dovrebbe usare argomentazioni basate sulla realtà dei fatti. Altrimenti mi chiedo quale sia il vero scopo del suo parlare. Un giornalista può dare un’interpretazione molto soggettiva degli accadimenti, ma dovrebbe fare attenzione a non dipingere una realtà che non risponde al vero. E se lo facesse? Dipingesse una realtà truccata e io gli credessi? E se un politico mi abbindolasse con promesse irrealizzabili? O giustificasse le sue decisioni adducendo motivi fumosi? Purtroppo non è raro che ciò accada: confondere le acque, nel dibattito pubblico, in politica e nell’informazione, è uno stile. Si puà arrivare a tutto pur di giustificare la propria condotta, difendere il proprio credo, mantenere il potere. La libertà di parola viene sfruttata solo allo scopo di favorire se stessi e affossare gli altri. Veridicità, correttezza e attinenza ai fatti vanno a farsi benedire.

Non è mai così facile capire quando qualcuno distorce la realtà in buona fede, o lo fa con piena coscienza, con il malanimo di un fine che giustifica i mezzi. La questione è delicata, la libertà di parola si gioca su un sottile confine: rispettare, più o meno, le idee altrui, anche quelle che giudichiamo sbagliare; perfino quelle che che ci sembrano idiote. la libertà di parola vale anche per chi esprime giudizi lontani dalla nostra sensibilità caratteriale, politica e religiosa. Ma quando siamo di fronte a falsità, calunnie, diffamazioni, storture, prevaricazioni, palesi bugie? Glenn Beck, commentatore dell’emittente americana di Fox News, sostiene che il presidente Usa Barack Obama sia musulmano; lo definisce imam, mette in dubbio che sia statunitense e denuncia che stia tramando contro l’America. Queste sono falsità: Beck ha diritto di dirle? I repubblicani definiscono la riforma sanitaria di Obama “socialista”, perchè obbliga tutti i cittadini ad avere un’assicurazione che copre le cure mediche; rientra nella libertà di espressione? Queste bugie hanno condizionato pesantemente le elezioni novembrine di metà mandato del presidente democratico, favorendo la vittoria dei repubblicani. La libertà di parlare diventa la libertà di imbrogliare. Nessuno negli Stati Uniti pensa di togliere la parola a Beck, non possono limitare la sua libertà di espressione. Solo il suo editore può farlo. I regimi comunisti dell’Europa dell’est avevano fondato i loro regni del terrore sul principio che qualunque idea diversa da quella delle segreterie di partito fosse un’eresia. In Cina, ad esempio, l’articolo 21 della costituzione italiana è inconcepibile. Parlare è una responsabilità assoggettata all’idea che il partito di regime sia sempre nel giusto. Nel grande paese asiatico  non si può varcare un certo limite di critica. Per un cinese, poi, dire che aspira a una società pluripartitica costituisce un reato punito severamente. Ma allora in democrazia come è possibile coniugare la libertà di parola con il rischio di credere a gente che vuole ingannarci? Come si fa a disinnescare un Glenn Beck senza ricorrere a censure o divieti? Importante quanto il diritto di parola è la capacità di discernimento, o “usare il cervello”. Ciascuno di noi ha una forma mentale ben delineata, legata a fattori individuali: il carattere, l’ambiente familiare e sociale, il bagaglio culturale, le esperienze di vita e le aspettative. E’ altrettanto vero che il pensiero, per usare l’immagine poetica di di una canzone di Lucio Dalla, “è come l’oceano, non lo puoi bloccare, non lo puoi recintare”: a maggior ragione in una struttura mentale. Uomini e donne sono costantemente rivolti al momento; sono focalizzati sul luogo dove vivono. Ricevono continuamente stimoli dall’esterno che gli impongono di pensare, di reagire. Il pensiero è qualcosa in divenire; ciascuno di noi lo può coltivare e modellare come meglio crede. Da cittadini, è bene occuparsi della cosa pubblica e attingere da più canali di informazione per capire la realtà che ci circonda, che ci appartiene, e per avere un’idea sul mondo che vorremmo. Sia per cambiarlo, sia per mantenerlo così come è. Se possiamo “parlare”, dobbiamo anche “ascoltare”, “vedere”, “usare il cervello”. Bisogna continuare a occuparci del momento e del luogo dove viviamo, tenendo presente il passato con un occhio al futuro, e soprattutto esercitando il pensioero critico. Il voto è l’espressione massima  del nostro discernimento: da cittadino giudico le persone che si candidano a governarmi, o che mi hanno governato. Saper ascoltare, saper vedere, essere in grado di criticare sono capacità scontate insopprimibili, essenziali per l’identità di un uomo e di una donna; rappresentano i pilastri di una società libera e democratica. Per questo è necessaria la libertà di parola per ognuno di noi, importante quanto quella di essere informati correttamente. Io sono libero di criticare la tua visione delle cose, dopo che hai finito di esporla; oppure, sono libero di abbracciarla. Purtroppo non tutti possono esercitare questi diritti. Ogni anno, e questo accade da decine di secoli, ci sono individui che vengono incarcerati o costretti al confino o all’esilio per quello che dicono. Alcuni pagano con la vita l’impeto di verità e giustizia di cui sono pervasi. Di fronte a un mondo che trovano ingiusto e disonesto, politici, attivisti, giornalisti, artisti e cittadini comuni non stanno zitti; le loro denunce sono così convincenti che incutono terrore a potenti, a generali, a depositari di verità divine, a prepotenti di qualunque sorta. Una tristezza ulteriore, per questi perseguitati, sarebbe che nessuno raccogliesse la loro voce. Cristiano Arienti – 12-11-2010 – per angoloweb.net

Parole soppresse

La giornalista e scrittrice Anna Politkoskaja è stata assassinata nel 2006 per non aver mai smesso di criticare la guerra che la Russia ha condotto e conduce tutt’ora in Cecenia. Il suo connazionale Oleg Kashin, giornalista, è stato ridotto in fin di vita, pestato a sangue quasi per uno dei suoi articoli scomodi. Il dissidente cubano Orlando Zapata è morto alla fine del febbraio 2010. Faceva lo sciopero della fame in una galera dell’Havana per protestare contro il regime di Fidel e Raul Castro. Un altro detenuto, Guillermo Farinas, ha continuato la lotta di Zapata, ottenendo il rilascio di altri dissidenti dopo il ventitreesimo sciopero della fame in pochi anni. Ha ricevuto il premio Sakharov per la libertà di pensiero dal parlamento europeo di Strasburgo. Hrant Dink, giornalista turco, è stato ucciso nel 2007 da persone che non sopportavano i suoi articoli sul genocidio degli Armeni ad opera di nazionalisti turchi, avvenuto all’inizio del secolo scorso. Istanbul, a distanza di quasi 100 anni, continua a negare quel massacro di centinaia di migliaia di uomini e donne, un fatto ampiamente documentato. Il premio nobel per la letteratura Orhan Pamuk ha subìto un processo solo per averne parlato pubblicamente. In Iran il 20 giugno 2009 Neda Soltan, 25 anni, è stata ammazzata con un colpo di pistola durante la manifestazione di protesta contro le elezioni farsa che hanno confermato al potere Mamhoud Ahmadinejad. La voce di Neda e quella della maggioranza dei suoi connazionali,  i voti espressi nelle urne, non erano state rispettate. L’avvocato Shirin Ebadi, premio nobel per la pace 2003, è stata costretta all’esilio per le sue denunce contro il regime di Teheran. La sua vita, ormai, era in pericolo. Liu Xiaobo era negli Stati Uniti nel 1989, teneva lezioni di filosofia alla Columbia University. Tornò in fretta e furia  a Pechino quando scoppiò la protesta di piazza Tienanmen. Fu incarcerato per comportamenti controrivoluzionari, essendo il regime maoista nato sull’onda di una rivoluzione, e rilasciato due anni dopo. Ha visitato la galera varie volte negli anni. Nel 2009 è stato condannato a 11 anni di prigioneper aver cercato di sovvertire il sistema statale cinese. Liu Xiaobo ha commesso il crimine di pubblicare un manifesto politico, Charta ’08, che riconosce all’individuo diritti elementari. Il primo che Liu reclama è la libertà di parola.

 

Letture consigliate

Arcipelago Gulag, Aleksander Solzenicyn

 

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