Stranieri, ma umani

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Agosto 2010, Croazia.

Anche un piccolo gesto può ispirare le più grandi parabole. Tornavo dalla cima che sovrasta Lokva Rogoznica, un borgo a una quarantina di chilometri a sud di Spalato. La salita, su per gli impervi sterrati, era stata faticosa; ma quello spalto di 700 metri a picco sul mare permetteva di ammirare contemporaneamente l’ondulata terra dalmata da una parte, e l’isola di Brac dall’altra, la sua estesa costa frastagliata. Ne valeva la pena: il cielo era coperto di nuvole blu e grige; un invisibile sole, però, ne squarciava dei tratti con potenti fasci di luce, che doravano la superfice del mar Adriatico, altrimenti scura. Era uno scenario pieno di fascino, uno spettacolo della natura accessibile solo dopo la fatica di una lunga ascesa. Mentre camminavo scendendo per la stretta strada asfaltata che portava al borgo, mi sentivo davvero appagato, e intanto cercavo di apprezzare quella rapida visita di Lokva Rogoznica.  Ai lati, le case a due piani con persiane colorate, e i balconi con balaustre di ferro. Accanto alle porte i vecchi e le massaie, composti sulle sedie di vimini, osservavano senza curiosità quello strano turista che aveva trascorso la sua mattina sulla brulla montagna invece che in spiaggia. Vidi una donna sotto a un albero, sul ciglio della via. Mi colpì per il suo volto giovane, i capelli grigi e l’indolenza dei suoi movimenti. Le passai accanto nel momento in cui spiccava un frutto dal ramo, e si girava per rientrare in casa. Ci affiancammo. Furono un paio di metri che camminammo spalla a spalla. Ci scambiammo uno sguardo neutro; sorrisi, e fece un cenno con il capo. Mi disse qualcosa in croato. Feci di no con la testa, che non capivo la sua lingua. Forse mi chiedeva se stavo scendendo dal monte, vedendomi affaticato e sudato. Con mia sorpresa, alzò il braccio e mi tese il frutto che aveva appena spiccato. Un fico. Lo presi con esitazione, incredulo. “Hvala”, grazie, dissi. Sorrise, mentre svoltava per dirigersi verso la porta di casa. Ci separammo dopo essere stati appaiati per cinque secondi, forse sei. Mangiai il frutto mentre continuavo il mio cammino. “Dobro”, pensai, buono. Lo pensai del frutto, ma anche del gesto di quella donna. Quant’è poco scontato dare qualcosa a qualciuno che non conosci, che non parla nemmeno la tua lingua. Quando giunsi nel centro del borgo, dove avevo parcheggiato la macchina, mi sentivo sfamato di umanità.

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