La favola di Bookcity a Milano

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Già buio a Milano, ho varcato l’ingresso di Castello Sforzesco senza sapere se effettivamente ci fosse ancora qualcuna delle conferenze pubblicizzate da giorni. E a dirla tutta, senza aver capito bene cosa aspettarmi da Bookcity. Non mi ero preso la briga di visitare il sito web, o di informarmi bene con gente sicuramente più interessata di me a questo tipo di eventi.

– Una conferenza? A quest’ora? – mi guarda perplesso un ragazzo da dietro al banchetto d’accoglienza. – Ce ne sono un paio adesso, ma sono già iniziate. –

– E quindi? – gli chiedo.

– Beh, adesso sono rimasti ancora gli “uomini libro”, qui nel Piazzale delle Armi. –

– Chi? –

– Gli “uomini libro”, un reading collettivo. –

Di fronte alla mia faccia tutt’altro che convinta, il ragazzo non perde altro tempo. – Segui le lucine – mi dice, indicando il buio del piazzale punteggiato da bagliori azzurrini.

M’incammino verso un gruppo di persone che da lontano sembrano Eloi, gli ebeti di un racconto di H.G. Wells, uomini del futuro privi di una profonda coscienza di sé e facile preda di una specie cannibale. Non senza esitazione, mi avvicino a quel vagolare che presto, e con mio stupore, si delinea come una costellazione di teatri umani. Giovani tengono in mano un libro a cui è stata fissata una lampadina puntata sulle pagine; i loro volti impalliditi dalle lucine azzurre, i loro occhi spiritati dalla recitazione. Comincio a capire la magia della situazione, quando un giovane con barba e coda mi sbarra la strada:

– Sono “Moby Dick”!

– Come scusa? –

– Sono “Moby Dick”! –

E che gli dico? Piacere, Cristiano. Ed ecco che lui comincia a recitare l’incipit del romanzo di Herman Melville. “Chiamatemi Ismael”. La pagina prosegue poi con la spiegazione del perchè il protagonosta di Moby Dick si è imbarcato sul Pequod: per sfuggire, in sostanza, al tedio della vita cittadina, all’irrequietezza che addirittura lo spingerebbe a far del male gratuito ai suoi simili. Poi il giovane recita un passaggio sulla caccia alla Balena bianca che Ahab e il suo equipaggio conducono senza tregua. E nella mia mente si ridipingono le immagini impresse nel mio subconscio da quando, dieci anni fa esatti, lessi il libro. Eccolo Fedallah, seduto sul ponte del Pequod, il mistico mediorientale capace di “sentire” la presenza del mostro. Sono nel piazzale del Castello Sforzesco, e però mi “investe” il vento atlantico, e addosso ho gli spruzzi delle onde gelide; sono di nuovo sulla lancia dove Queequeg, il selvaggio ramponiere, urla dietro ai capodogli, all’epoca la maggior fonte di combustibile per le lampade. E sono giù nel universo blu, mi manca il respiro, ma risalgo veloce dalle profondità, fra le bolle d’aria che escono dal boccheggiante Ismael, prima che l’oceano si richiuda come una lastra tombale. Il giovane con la barba ha finito di leggere la sua pagina. Fatico a riprendermi, a sbarcare di nuovo sulla terra ferma milanese. Ringrazio emozionato, e subito però sono abbordato da un uomo sulla trentina:

– Sono il “Barone rampante”.

Sorrido. Quanto m’era piaciuto quel romanzo di Calvino. Dalle creste delle onde atlantiche ai rami del vasto elce su cui il 12enne Cosimo decide di arrampicarsi e di rimanervi per sempre. Sono di nuovo a quella tavola imbandita, quando i genitori intimano al figlio di sottostare agli aridi ordini, e lui rifiuta quella disciplina che non prevede discussioni. Ma non è un capriccio: è la presa di posizione di un individuo che sceglie una vita dura ma libera piuttosto che la cieca obbedienza all’interno di un dorato palazzo.

Mi scosto dal “Barone rampante”, ancora stordito ma già alla ricerca di un nuovo “libro”. Devo essere sfacciatamente contento, perchè quando incrocio lo sguardo con una donna, sciarpa e cappellino rosa, mi fa un sorriso che non finisce più. Ci intendiamo al volo: siamo come Peter Pan e Wendy sull’isola che non c’è mai stata a Milano, circondati da un nugolo di Trilly che ci sussurrano all’orecchio le letture della nostra vita. Sfarfalliamo entrambi verso una nuova avventura. E’ una giovane dalla voce gentile a raccontarmi di Emma convalescente, intenta a pettinarsi i capelli; alle sue spalle un Leon ancora esitante ma già innamorato perso della sua giovane paziente. Il ricordo di “Madame Bovary” mi ha sempre riempito di amarezza, ma nelle pagine recitate davanti a me “vedo” l’amore totale di quell’ottocentesco dottore di campagna, e penso che in qualche modo lui, destinato a corna seriali, fosse la persona più felice del mondo quando Emma sull’altare gli ha detto sì.

L’esperienza degli “uomini libro” già da sola vale la manifestazione intera che si è sviluppata dal 16 al 18 novembre. Ma quel venerdì ancora non mi è ben chiaro in cosa consista questa 1° edizione di Bookcity. Uscendo dal Castello sforzesco prendo un depliant; il logo della manifestazione è un Duomo stilizzato composto da libri, antitesi dei coltellacci del “Gomorra” di Saviano. Quando sfoglio il depliant non credo ai miei occhi: 400 eventi circa tra conferenze e reading, ospitati in oltre 100 spazi culturali e promossi da una settantina fra enti, aziende e istituti; assicurata la presenza di almeno 140 editori. Tutto questo in due giorni! Leggo a caso il titolo di un paio di eventi che sembrano molto interessanti: “Stop al consumo di territorio: il suolo è dei nostri figli”; “Donna non rieducabile, memorandum teatrale su Anna Politkovskaja”; “Ritorno al futuro: la libreria come presidio culturale”. A occhio e croce ce ne sono almeno una ventina che mi paiono imperdibili, o per gli argomenti o per i relatori. Decido di studiare per bene il programma, e di definire un piano per i due giorni successivi. Seguo il consiglio di Umberto Eco: è da pazzi pensare di partecipare a tutti gli eventi, manco fosse una maratona. No, in mezzo al tutto bisogna scegliere con cura le conferenze, ritagliare su misura un Bookcity personalizzato.

La città che cambia, la città che vogliamo

In questo preciso momento storico, il rapporto tra scienza e città, in chiave di crescita ma soprattutto di sostenibilità, è uno dei temi che mi stanno più a cuore. Sabato 17, al museo di Storia Naturale, viene presentato “Le città scientifiche: integrazione di politica e saperi”, raccolta di saggi curata da Pietro Redondi. E’ l’occasione di ribadire, nelle parole del moderatore Giovanni Caprara del Corriere della Sera, quanto la ricerca scientifica debba essere a favore del benessere della società; ma soprattutto, quanto i ricercatori debbano “coinvolgere” il cittadino, attravareso una comunicazione chiara e stimolante. Si parla di vero e proprio acculturamento di tutte le fasce, perchè la scienza, priva del consenso e della spinta della politica, e quindi degli elettori, non può avanzare. L’arretratezza spunterebbe come cespi tra l’asfalto. Questo discorso è ancor più valido oggi, perchè si è passati da una “città scientifica” alla “smart city”, la città intelligente che, a costi contenuti e riducendo l’inquinamento, deve garantire i servizi essenziali e favorire lo sviluppo di imprese e privati. Il “milanese” deve chiedersi che cosa sia “il benessere”, per capire bene qual è la via per raggiungerlo. Quindi non scienza in quanto tale, ma progresso al nostro servizio. Soprattutto perché la politica di oggi, parole dell’ex presidente lombardo Piero Bassetti, “non è in grado di gestire questa sfida”.

– Non si parla di fare a meno dei politici, ma di spronarli, guidarli nella ricerca di questa “smartness”. –

Per acquisire nuove tecnologie nel settore energetico ad esempio, o per migliorare il rapporto tra il “centro” e il suo territorio. Le città scientifiche descritte nel volume curato da Pietro Redondi sono le Milano succedutesi nei decenni, e le esperienze più positive devono diventare esempi per modellare la città migliore per noi e i nostri figli. Il compito è dato ai ricercatori e gli esperti, ma l’input deve arrivare dai cittadini, e l’obiettivo garantito da chi ci rappresenta.

E di figli, in qualche modo, si è parlato anche alla seconda conferenza a cui ho partecipato sabato 17. Si tratta della presentazione della raccolta di reportage “Corpo a corpo”, della scrittrice  e giornalista Gabriela Wiener. Peruviana trapiantata a Barcellona, la Wiener sonda in profondità questioni solitamente trattate con piglio ideologico, se non dogmatico. La procreazione assistita, o la vita da transessuale, per citarne due, sono stati al centro della discussione moderata dalla giornalista del Corriere della Sera Alessandra Coppola. Al conformismo di alcune posizioni, indifferenti piuttosto che intransigenti, la Wiener risponde mettendosi in gioco, immergendosi fisicamente nella realtà di cui vuole parlare. “Consuma” l’esperienza, si fa “contenuto” per i propri lettori: è così che può scandagliare orizzonti introspettivi quasi irraggiungibili per un giornalista, attraverso la narrazione autobiografica. La Coppola stimola il dibattito: non è egocentrismo?

– Certo, –  risponde la Wiener – sono egocentrica; ma mi sento soprattutto una persona che vuole comprendere un fenomeno dal suo interno; ‘provarlo’ mi permette di prendere una posizione politica anche su argomenti poco chiari, che tormentano le coscienze, e documentarla davanti all’opinione pubblica. –

Ecco quindi che racconta la sua esperienza di donatrice di ovuli in una clinica privata di Barcellona; la Spagna, infatti è diventata terra promessa per tutte quelle coppie europee che non riescono ad avere figli, provenienti da Paesi dove vigono leggi restrittive. Come la contestatissima Legge 40 in Italia; ecco, non si può parlarne senza comprendere il dramma di molte donne che desiderano la gravidanza, o di uomini che vorrebbero figli senza gravi patologie ereditarie. E al tempo stesso la Wiener offre l’esperienza delle donatrici:

– Mi sono sentita la persona più buona del mondo, perchè per poche centinaia di euro, e dopo parecchie sofferenze fisiche e un po’ anche interiori, ho donato la felicità a una coppia”.

La scienza è in grado di renderci più felici, ma c’è chi non se ne rende conto, e lo nega addirittura. Come del resto, qui in Italia, si nega la floridità di un settore, la prostituzione, che non conosce crisi. Per un tansessuale sudamericano, voci raccolte sul campo dalla Wiener, Milano è come Harvard per uno studente di diritto. Le cronache raccontano di clienti tra politici e rampolli, mentre gli “addetti ai lavori” coinvolgono tutti, fino ai precari da 1.200 al mese. Un sottobosco notturno coltivato in privato, lontano da tutte le nostre certezze. E’ la stessa Wiener a sorprendersi del perchè di questo successo del “transessuale” a Milano. La Coppola si lascia andare a una battuta: “Repressione forse? Non so, ora lo chiediamo al nostro pubblico”, insinuazione che alza le risate di un centinaio di persone. Ma è il segno dei tempi se la prima domanda alla Wiener viene posta da un signore accompagnato da una “lei” inequivocabilmente maschio. E’ la città che cambia, la città che forse non piace a molti, ma che rappresenta la realtà più di quanto siamo disposti ad ammettere e accettare.

E’ quello che sta avvenendo anche per gli immigrati e i loro figli, una presenza che a Milano e provincia non è più solo sfondo, ma condivisione di spazi urbani, professionali, istituzionali e oramai culturali. La nostra città è inequivocabilmente multietnica. Un cambiamento che fa paura a tanti, perchè percepito come fenomeno fuori controllo. Soprattutto in relazione alla presenza di una folta comunità musulmana. La presenza musulmana, soprattutto gli immigrati da regioni asiatiche rurali, vuole marcare quegli spazi condivisi: ha i contorni sempre più delineati, come i veli che incorniciano volti e arcate sopraccigliari, e ha un’identità molto forte. L’islam è religione, vita politica, cultura; per molti musulmani non è sovrapponibile, semmai affiancabile. E hai voglia a spiegare all’italiano medio che l’islam ha molte sfaccettature: qui è ancora percepito come un monolite, una pietra inintelligibile piazzatasi in un Paese laicamente cattolico. E ci si chiede: è l’islam di chi in Tunisia, l’anno scorso, ha bruciato una rete televisiva? Solo perchè aveva trasmesso “Persepolis”, film che parla della repressione messa in atto dalla teocrazia iraniana? E’ una domanda che molti cittadini si pongono: è quello l’Islam milanese tra 50 anni? Ed è quello l’islam che mi ha posto una questione: in metrò, o sul bus, posso leggere “Versetti satanici”? Posso leggere il romanzo di Salman Rushdie, testo ipercritico nei confronti del profeta Maometto e delle religioni in generale, senza subire lo sguardo o il rimbrotto di qualche fanatico? Se oggi posso farlo senza remore, potranno farlo i miei nipoti tra 50 anni? I milioni di musulmani italiani, tra cui i figli delle ultime ondate migratorie, che tipo di islam coltiveranno? Sarà come oggi in India, dove a un prestigioso evento letterario Rushdie non ha potuto partecipare, e agli attori è stato impedito di leggere le pagine del suo romanzo? Fra 50 anni a Milano sarà possibile ospitare una voce tipo la sua, come è avvenuto domenica 18? Al Teatro Parenti lo scrittore anglo-indiano, qui per presentare “Joseph Anton”, la sua autobiografia,  ha raccontato la propria esperienza di fuggiasco e clandestino dopo la fatwa lanciata da Rohuallah Khomeini. La condanna a morte emessa dalla guida suprema iraniana del tempo significò la sepoltura civile dell’autore di “Versetti satanici”; uscito negli anni ’80, quel libro era premonitore degli eccessi del fanatismo, ma soprattutto è un’opera letteraria capace come poche di descrivere la natura umana e le sue debolezze.

Il moderatore dell’incontro con Rushdie è il direttore della Stampa Mario Calabresi, vittima di un altro tipo di fanatismo, quello politico. Calabresi pone una domanda decisiva all’autore anglo-indiano:

– Quando hai cominciato a sentirti libero, ed evitare che la fatwa condizionasse la tua vita? –

– Nella mia testa. E’ lì che è nato il senso di libertà che mi ha permesso di andare oltre la condanna a morte di Khomeini, e riprendermi la mia esistenza. E’ il consiglio che ho dato anche a Roberto Saviano, l’autore di ‘Gomorra'”, condannato a morte dal crimine organizzato.

– Siamo liberi – continua Rushdie – non quando lo vogliono gli altri, ma quando lo decidiamo noi. –

E’ stata l’irrequietezza, l’arido conformismo, e la mancanza di libertà a spingere Montag, il protagonista di “Fahrenheit 451”, romanzo di Ray Bradbury, ad abbandonare la città.  In quella società impazzano i roghi di opere letterarie, testi sacri, saggi; lui scappa sui monti, e lì diventa “uomo libro”: con i compagni impara a mente dei testi per conservarne la memoria. Con Bookcity gli “uomini libro” sono tornati, per condividere con tutti i milanesi le loro idee. Per dare un volto al nostro futuro.

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