Doping: lasciamo gli Dei nel loro Olimpo

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Il bivio me lo sono trovato di fronte nella semioscurità di una discoteca: avevo 20 anni circa quando per la prima volta mi è stato offerto un acido. Ormai ci pensavo da parecchi giorni, imbeccato da un amico: provalo, mi diceva, non fa male come dicono. Ed è uno sballo incredibile.

La tentazione è stata forte: come in un gorgo mi sono fatto trascinare verso quella pasticca colorata che promette viaggi e visioni che non conoscerai mai finché non ti ci cali dentro. Quella trasgressione aveva il volto non troppo convincente di quel mio amico: lui era la prova che si torna dal trip lisergico? Se l’ha fatto lui, se te lo dice lui, davvero fa così male come si dice in giro? Alla fine ho lasciato perdere: ho imboccato la via giusta del bivio, ricordandomi del calvario di una persona cara per uscire dalla droga.

Anche molti atleti, giovani dilettanti o professionisti, si sono trovati di fronte a quel tipo di bivio: assumere sostante illecite e  sottoporsi a pratiche sospette, o continuare la carriera cercando di ottenere risultati solo con le proprie forze e l’allenamento? La proposta ha luogo in uno spogliatoio profumato di shampoo, o nell’atrio luminoso di una palestra; ai bordi di una piscina, con l’odore del cloro nelle narici, o fuori da un bar, la domenica mattina, prima di montare in sella e spararsi 80 chilometri d’allenamento. Alcuni l’hanno ricercato liberamente quel bivio, l’hanno voluto; altri sono stati condotti di fronte a quella scelta; in ogni caso la proposta, un discorsetto di “mezze parole” a quattrocchi , ha il volto rassicurante di un allenatore, di un dirigente, di un medico sportivo, di un compagno di squadra.

“Non fa male, non come si dice. E’ un aiutino”

L’atleta abbassa gli occhi, dentro la sua testa pensieri e domande stanno acquisendo la forza di un gorgo: voglio davvero diventare un campione? Non basta quello che ho? In fondo posso prendere quella “roba” solo per poco tempo, non mi può far così male: perché no? Dopo tutti i sacrifici e le rinunce che ho fatto.

Il giovane rialza lo sguardo, si specchia negli occhi di quelle persone che Sandro Donati, nel suo libro Lo Sport del Doping, chiama “adulti significativi”: e ci vede la certezza, il “si fa così”.

Sandro Donati oggi è consulente della Wada (Agenzia mondiale nella lotta al doping), ed è uno dei massimi esperti della materia: ha iniziato a entrare in contatto con la realtà del doping già dalla fine degli anni ’70, quando allenava velocisti e alcuni mezzofondisti nella nazionale di atletica leggera. Nei suo libri, Campioni senza valoreLo Sport del Doping, spiega come fossero proprio quegli “adulti significativi” a convincere gli atleti a sottoporsi a pratiche illecite per migliorare le prestazioni. Donati ha cercato di spostare l’attenzione dal singolo atleta, alle prese con una scelta decisiva per la vita, e si è focalizzato sulle federazioni nazionali e internazionali, sulle squadre, e in generale sugli ambienti sportivi competitivi. Il doping è stato “normalizzato” attraverso un copione messo in atto innumerevoli volte, una forca caudina attraverso cui passano migliaia di giovani sportivi: questi ragazzi hanno fatto i conti con i propri limiti e insicurezze; e al tempo stesso, con i loro sogni di gloria, di fama, di successo. A volte sono bastate poche ore per decidere; a volte la riflessione è durata giorni, mesi; perché il gorgo, quando è in moto, risucchia ogni certezza, ogni valore. Ci vuole una grande forza interiore per rimanere aggrappati a uno sport pulito, mentre gli avversari, da quel gorgo, ricevono energia inesauribile.

Il doping era organizzato direttamente dalle Istituzioni sportive

Per evitare che uno sportivo accetti la prima iniezione, o la prima pillola, è necessario affrontare la meccanicità di quella situazione: bisogna smascherare chi lavora a quella catena di montaggio di atleti destinati a primeggiare, e utili solo in funzione di quel risultato. Perché se il doping ha un giro d’affari di 500 milioni di euro all’anno solo in Italia, è la vittoria che consolida, nelle parole di Donati, un sistema di potere politico che sono le Istituzioni sportive pubbliche e private.

Ormai è coscienza collettiva il doping di Stato praticato dai famigerati allenatori dell’Europa comunista; il governo della Germania dell’Est, già dal 1968, finanziava i cosiddetti “mezzi di sostegno” nello sport a livello nazionale: veri e propri programmi di dopaggio in cui erano previsti anche test prima delle competizioni ufficiali per tenere sotto controllo i valori nel sangue e nelle urine. Quando negli anni ’90, dopo la caduta del muro, venne tutto alla luce, nemmeno una delle 102 medaglie olimpiche della Repubblica Democratica Tedesca si salvava.

Gli stessi metodi venivano utilizzati anche dall’Unione Sovietica, e almeno otto atleti sono morti prematuramente a causa, si sospetta, degli anabolizzanti assunti durante le varie olimpiadi. Negli anni 2000 sono stati denunciati i metodi degli allenatori rumeni per bloccare lo sviluppo puberale delle ginnaste.

Quel che ancora oggi stenta a diventare memoria storica condivisa, è il “doping di Stato” in Occidente.

L’Università di Berlino ha appena portato alla luce ricerche su pratiche dopanti attuate con finanziamenti dei governi della Germania dell’Ovest, e che avrebbero coinvolto non meno di 500 atleti di varie federazioni sportive.

Tra il 1983 e il 2000 la commissione medica dell’Usoc (Comitato olimpico degli Stati Uniti), ha coperto la positività a test anti-doping di centinaia di atleti prima delle competizioni ufficiali; come ha ammesso il suo direttore Robert Voy, molti hanno poi vinto medaglie (fonte). Il caso più celebre è quello di Carl Lewis: al figlio del vento erano stati rilevati valori altissimi di tre ormoni poche settimane prima delle Olimpiadi di Seul ’88. Dopo la squalifica di Ben Johnson, Lewis è stato promosso oro nei 100 metri piani, una gara in cui 6 atleti su 8 sono risultati positivi in carriera (fonte). Chi seguiva i campioni americani nei loro programmi doping già dalle Olimpiadi di Los Angeles ’84, era il professor Robert Kerr: distribuiva ormoni e anabolizzanti ad atleti delle varie federazioni, oltre che ai campioni delle leghe professionistiche.

E in California praticava come dopatore anche David Jenkins, ex velocista britannico, vincitore dell’oro nella 4×100 alle Olimpiadi di Mosca del 1980. Anni dopo Drew McMaster, un altro componente di quella staffetta, ha accusato Jimmy Ledingham, medico della nazionale di atletica dal 1979 al 1987, di aver prescritto in quelle Olimpiadi sostanze illecite a lui e ad altri velocisti, con il beneplacito del direttore degli allenatori Frank Dick.

Questa versione verrà confermata poi in Canada dalla Commissione Dubin, preposta a far luce  sul caso di doping di Ben Johnson. L’allenatore canadese Charles Francis e il dottor Astaphan ammisero i contatti con Ledingham per sviluppare il loro programma doping.

La Finlandia in questi anni sta facendo i conti con un passato di nazione vincente nell’atletica leggera e nello sci di fondo. Quei risultati erano il frutto dell’emotrasfusione, pratica pericolosa, dichiarata illecita a metà degli anni ’80. Già dagli anni ’70 i parenti degli atleti si facevano prelevare del sangue che poi, previa aggiunta di globuli rossi che trasportano ossigeno, e quindi energia, veniva reiniettato negli atleti stessi prima delle gare.

E proprio i tecnici finlandesi sono stati gli “untori” dello sport italiano: hanno insegnato i segreti dell’emo-doping a Francesco Conconi, professore e in seguito rettore dell’Università di Ferrara, a lungo consulente anti-doping per il Coni (Comitato olimpico nazionale italiano). Conconi ha stilato programmi di auto-emotrasfusione di decine di atleti di varie federazioni sportive nazionali: atletica leggera, canottaggio, nuoto, ciclismo, sci, lotta (fonte: Donati, sentenza processo Conconi). Anche grazie ai finanziamenti ricevuti dal Cio (Comitato olimpico internazionale), per cui è stato consulente anti-doping, Conconi ha raffinato pratiche illecite e la somministrazione di PED (sostanze per l’aumento delle prestazioni), trasformando Ferrara in una vera e propria scuola del doping; sotto la sua guida si è formato, tra gli altri, il professor Michele Ferrari, futuro preparatore di Lance Armstrong, vincitore di 7 Tour de France di fila. Nel 2013 l’Uci (Unione ciclistica internazionale) è stata costretta a cancellare quei 7 Tour, dopo che l’Usada (Agenzia anti-doping degli Stati Uniti) aveva raccolto decine di testimonianze giurate sul programma di dopaggio messo a punto dal ciclista texano e Ferrari.

Da Conconi, secondo le ricostruzioni, non si sono rivolti solo campioni come il ciclista Marco Pantani, ma anche squadre straniere, come la Banesto del plurivincitore del Tour de France Miguel Indurain. Dal 1991 al 2010, tranne Carlos Sastre, tutti i vincitori della più importante competizione ciclistica al mondo sono stati trovati positivi a test anti-doping, o è stato accertato dalla magistratura che fossero clienti di chi, come Conconi, Ferrari, o il dottore spagnolo Eufemiano Fuentes, distribuiva PED.

Non è solo la magistratura ad aver accertato che Conconi in tutto il decennio degli anni ’80 aveva gestito, in ambito istituzionale, la “preparazione” di molti fra gli atleti italiani di punta (sentenza processo Conconi), ma è lo stesso professore di Ferrara a raccontarci in un libro di come abbia seguito personalmente l’esplosione atletica di una giovane promessa dello sci: Alberto Tomba, che per altro ha ammesso di essere stato corteggiato da “apprendisti stregoni del Coni e altri medici per migliorare il sangue in laboratorio” (fonte).

All’epoca già si conoscevano i rischi dell’emotrasfusione, peraltro bandita esplicitamente dal Cio nel 1985: l’aumento di viscosità nel sangue riduceva il normale flusso di ossigeno nel corpo, aumentando i rischi di infarto, arresto cardiaco, emboli polmonari. A Los Angeles, nel 1984, un nuotatore azzurro aveva avuto un collasso in seguito all’emotrasfusione. Eppure il presidente della Fidal (Federazione Italiana Atletica leggera) Primo Nebbiolo, il presidente del Coni Franco Carraro e il suo segretario generale, Mario Pescante, non hanno esitato a mettere nelle mani di Conconi i nostri migliori ragazzi; o per lo meno, coloro che avevano fatto una precisa scelta, senz’altro non troppo informata, di fronte al bivio. Anzi, i vertici dello sport italiano hanno ostracizzato ed escluso le persone che lottavano contro quello stato di cose. Nel libro, Donati racconta che durante la sua odissea gli è stato rinfacciato questo: “gli atleti non sono tua proprietà, ma patrimonio della nazione”.

Con certe pratiche così caldeggiate, il tecnico negli anni ’80 lasciava libertà di scelta ai suoi atleti; premettendo che non avrebbe più allenato chi si fosse affidato a Conconi, ammetteva che emergere senza emo-doping o PED era molto più difficile. Infatti Pavoni, uno dei velocisti seguito da Donati, visti i continui contrasti tra il tecnico e il Coni sui “metodi di allenamento”, aveva fatto la sua scelta; l’atleta, grazie a una borsa di 50 milioni di lire concessa dalla Fidal, si trasferì in Canada per allenarsi con Charles Francis e il gruppo di Ben Johnson (Fonte: Lo Sport del Doping). Era il 1987. Eppure l’anno prima Donati aveva dimostrato che si poteva vincere senza pratiche illecite: nella gara dei 10.000 metri degli Europei di atletica leggera di Stoccarda, un suo atleta aveva battuto Alberto Cova, da anni nelle mani di Conconi; Stefano Mei aveva vinto l’oro rifiutando più volte l’emo-doping, sebbene sapesse quanto fosse diffuso tra gli avversari, cioè tra i suoi compagni di squadra.

E di lì a poco, sarebbe comparso sulla scena (anzi, nel sangue degli atleti), l’epo-doping: l’eritropoietina, un ormone riprodotto in laboratorio e usato in patologie come gravi anemie, malattie del sangue e insufficienza renale. L’epo è stata collegata alla morte di 18 ciclisti nel giro di pochi anni (fonte Nyt), e anche per questo bandita dal Cio già nel 1990; eppure è diventato il volano di tutti gli sport di resistenza per i seguenti 20 anni.

Dalla sentenza del processo Conconi: “rimane il dubbio che il Coni abbia continuato il patto associativo con il professore di Ferrara anche negli anni ’90”.

E’ un fatto però che nel 1994 Donati ha inviato un dossier dettagliato a Pescante, nel frattempo diventato presidente del Coni: illustrava il sistema doping nel mondo del ciclismo, e il ruolo di Conconi, Ferrari, medici e dirigenti delle squadre, nel fornire eritropoietina agli atleti. Il dossier è rimasto nel cassetto di Pescante per anni. Ed è in quel 1994 che Manuela Di Centa, fresca medaglia d’oro alle Olimpiadi invernali di Lillehammer, accusa fortissimi dolori addominali; si trovava in Svezia per una gara di Coppa del Mondo, ma non finisce nell’ospedale più vicino: viene trasferita in aereo a Ferrara e lì operata. La sentenza del processo Conconi, corroborata dalla testimonianza dello staffettista Silvano Barco, ha accertato che il professore aveva distribuito eritropoietina alla Di Centa, a Silvio Fauner, e a molti altri fondisti di Lillehammer. Nessuno, dall’atleta alla Fisi (Federazione italiana di Sci), ha mai spiegato i motivi di quel viaggio assurdo; però già i giornali dell’epoca adombravano la necessità di impedire che eventuali esami del sangue dei dottori svedesi facessero scoppiare uno scandalo.

“Fallo, se vuoi farcela”

La regina delle precedenti Olimpiadi invernali, ad Albertville, era stata la russa Yegorova, poi squalificata per doping nel 1997. Ed è questo uno dei motivi per cui una fondista dell’epoca cede: ha il sospetto che le avversarie più forti assumani sostanze illecite. Questo schema vale per tutti gli altri sport.

Charles Francis, l’allenatore del gruppo di Ben Johnson, spiegava ai suoi atleti che i più veloci erano tali solo perché si dopavano: “Fallo, se vuoi farcela”, era il suo slogan per convincerli. Come spiegano gli psicologi dello sport, negli atleti subentra la dinamica del “così fan tutti”.

L’atleta, in fondo, vuole fare dello sport che ama un lavoro, e guadagnare il massimo in un lasso di tempo relativamente breve. Consideriamo poi questi fattori moltiplicati all’ennesima potenza per chi vuole fare professionismo: passione, successo, fama, soldi; è un cocktail inebriante per dei giovani che hanno sacrificato i ritmi di una normale adolescenza, che hanno sputato sangue in anni di allenamenti per raggiungere solo le seconde o le terze file. Il doping, va da sé, è un’opzione.

Tutto questo è riassumibile in una frase di Tony Cascarino. Il calciatore irlandese, nella sua autobiografia, ha raccontato di quando accettò sostanze sospette all’Olympique Marsiglia (1994-96): “Tutti mi dicevano che mi avrebbe fatto bene…Dopo quelle iniezioni mi sentivo più sveglio, più carico…se avessero scoperto una qualche sostanza illegale, mi sarei preso la sospensione. Era un rischio che ero pronto a correre.”

La frase di Cascarino ha diverse chiavi di lettura: a) l’atleta, indotto a una pratica “sospetta”, finge che sia normale. b) l’atleta accetta quelle sostanze “sospette” perché si rende conto che l’energia si moltiplica, che in gara va molto più forte. c) l’atleta non si cura dei test anti-doping: la sostanza o non è stata ancora proibita o non viene rilevata, o i valori non superano una soglia vietata; e quand’anche fosse scoperto, l’ambiente trova un modo per coprirlo e sostenerlo. Al massimo si becca una squalifica che presto verrà dimenticata d.) l’atleta non si preoccupa degli effetti collaterali dell’assunzione di sostanze e medicine off-label (cioè usate diversamente dalla posologia): o perché non è stato ben informato, o perchè è disposto a prendersi dei rischi.

Chi cede al doping (o si sottopone a pratiche sospette), è nell’età in cui la salute, sulla bilancia della vita, ha un peso relativo se paragonata a risultati immediati formidabili. Il gioco vale la candela, salvo poi riconoscersi nella velocista deceduta nel sonno a 38 anni, nel 25enne morto in campo perché gli si è fermato il cuore, nel 45enne affetto da distrofia.

E viene sottovalutato un altro fattore di rischio: la dipendenza. Il ciclismo è l’unico sport con statistiche credibili grazie a controlli mirati ed estesi nel tempo e in frequenza: gli atleti scoperti a fare uso di sostanze illecite, molto spesso ci ricascano nonostante la minaccia di lunghe squalifiche. Senza doping, il loro rendimento cala così drasticamente, che faticano a stare al passo con gli altri. Jean-Cyrille Robin della Festina, già nel 1999 ammetteva di gare a tappe a due velocità: i dopati e i puliti.

Ma è un altro dato che oggi è preoccupante: spesso l’uso di PED può indurre all’abuso delle “brain drugs”. Recenti studi sul triathlon hanno confermato il legame tra cocaina e anfetamine con le “physical drugs”, cioè le sostanze che aumentano la prestazione sportiva. L’ex ciclista Graziano Gasparre aveva seguito un programma di doping per due anni, e in quel periodo aveva cominciato a farsi di “altra merda; chi si dopa, è in qualche modo predisposto a fare uso di sostanze stupefacenti, e pure questa diventa una dipendenza” (fonte: Il Fatto).

E’ inutile nascondersi: il caso più esemplare è quello di Marco Pantani. Nuovi esami sui campioni ematici prelevati al Tour del 1998, quello del trionfo, dicono che il ciclista romagnolo aveva assunto eritropoietina. L’anno dopo, al Giro ci fu lo scandalo di Madonna di Campiglio: il test di tappa denotava valori ematici non fisiologici; l’atleta venne squalificato, e successivamente escluso anche dal Tour de France.

Pantani, scioccato, seppe solo dire: “c’è qualcosa di strano”. Nessuno, tra corridori, dirigenti, giornalisti, si azzardò ad avanzare il teorema-Robin, dei due livelli di gara: quello pulito e quello dopato; tanto meno osò farlo Pantani.

La velocista canadese Issajenko, davanti alla Commissione Dubin, difese così Charles Francis, l’allenatore che la indusse alla scelta fatale: “quando qualcuno ha fatto cose buone per te, tanto da farti ottenere fama e successo, ecco, non dovresti rivoltarti contro persone così.”

E’ stato lo stesso percorso scelto da Pantani, e da molti atleti “beccati”: l’omertà. Tuttavia il Pirata non ha mancato di far sapere: “mi sento tradito”. Veniva da domandarsi allora: tradito da chi? Oggi si può azzardare una risposta: da tutti quelli che facevano parte del circo. E viene da dire: soprattutto da chi lo aveva sempre coperto durante la carriera.

Da quel giorno di Madonna di Campiglio, per Pantani è cominciata una parabola distruttiva che termina nella solitudine di una stanza d’albergo a Rimini: Marco muore a 34 anni per overdose da cocaina. Era il 14 febbraio 2004.

2004: il lato oscuro dello sport è imbattibile

Pantani è stato il più forte scalatore del ciclismo moderno. Regalava emozioni fortissime con i suoi violenti scatti su rampe al 16%; raggiungeva le vette trovandosi di fronte muri di tifosi che avevano appena il tempo di aprirsi, tanto veloce andava il Pirata. Era una gioia, uno spettacolo. Rivedere oggi quei successi lascia l’amaro in bocca: in quella mascella che mastica fatica, negli occhi pallati puntati verso il traguardo, riesci a scorgere quello che allora sospettavi in alcuni dei suoi avversari. E non sono certo i trionfi a mancarci di più: è l’uomo Pantani, più che il vincitore, ad aver lasciato un vuoto incolmabile nello sport italiano. Era il più amato, e lo è ancora, icona genuina come Roberto Baggio, o Valentino Rossi. Non è l’ascesa sull’Alpe d’Huez che vorremmo rivedere, ma il suo sorriso.

Ora, un campione in disgrazia muore per overdose di cocaina, e tutti sanno che ha cominciato a farne uso “in quantità industriale” dopo quel giorno di Madonna di Campiglio. Uno pensa: davanti a questa tragedia, adesso, si potrà aprire una vera fase di riflessione sul sistema doping nel ciclismo e più in generale nello sport.

In fondo qualcosa è cambiato in quei cinque anni. Nel 2002 Filippo Simeoni ha denunciato che era stato il professor Ferrari, preparatore di Lance Armstrong, ad avergli dato l’eritropoietina. E’ in corso un processo a Bologna, con Ferrari indagato. Nel 2003 i giornalisti Walsh e Ballester hanno pubblicato L.A. Confidential, un libro-inchiesta sui programmi di doping seguiti dal ciclista texano. Ormai è impossibile fare finta di niente. E la scomparsa di Pantani segna un punto di non ritorno.

Il 18 febbraio 2004, il giorno dei funerali di Marco, viene allestita una puntata di Porta a Porta, il programma di approfondimento più seguito in Italia, in un’epoca in cui internet non era ancora quel pozzo di notizie che è oggi. Bruno Vespa invita alcuni personaggi dello sport e del ciclismo per commemorare Pantani, ma soprattutto per parlare del vero problema dietro alla sua morte: il doping. Tra gli altri ci sono:

– il professor Antonio Dal Monte, dal 1984 Direttore scientifico dell’Istituto di scienza dello sport del Coni, e membro della commissione scientifica anti-doping. Interpellato sul tema da Vespa, Dal Monte afferma: “il doping non crea dipendenza, e non vi è alcun nesso tra le sostanze dopanti e la droga”. Il professore non cita alcuna ricerca; nessuno in studio lo contesta.

– Francesco Moser, vecchio eroe del ciclismo italiano ed ex detentore mondiale del record dell’ora, conseguito nel 1984. Per quell’impresa Moser, all’epoca 34enne, fu assistito personalmente da Conconi. E il professore di Ferrara era al fianco del ciclista friulano anche otto anni dopo, per un nuovo tentativo fallito di poco.

– Marco Velo, gregario del ciclista romagnolo, che lancia uno scoop in diretta: so che Marco Pantani è stato vittima di un complotto; la provetta è stata manipolata. Vespa si getta al volo su quella notizia, la quale terrà banco per gran parte della trasmissione.

– Candido Cannavò, autorevole direttore della Gazzetta dello Sport, giornale-sponsor del Giro d’Italia e delle principali gare ciclistiche della penisola. Gli viene chiesto se prima di Madonna di Campiglio ci fosse il sospetto che Pantani si dopasse. “Mai e poi mai”, si affretta a rispondere Cannavò. “Anche Verbruggen, il presidente dell’Uci, è cascato dalle nuvole”. Quel Hein Verbruggen che nel 1998 aveva bollato il dossier di Donati come ridicolo. Quel Verbruggen che nel 1999 aveva sospeso Jean-Cyrille Robin per le sue affermazioni sui due livelli di gara. Quel Verbruggen che nel 2001 avrebbe coperto la positività di Armstrong a un controllo a sorpresa, in cambio di un “finanziamento” da 100.000 dollari. Quel Verbruggen che nel 1993 aveva nominato presidente della Commissione medica dell’Uci…Francesco Conconi.

– Davide Cassani, ex ciclista della nazionale italiana, dal 1998 commentatore Rai di qualsiasi gara trasmessa, dalla Laigueglia al Tour de France. Cassani aveva gareggiato nelle fila di una squadra il cui medico era stato pesantemente accusato di pratiche illecite nel dossier stilato da Donati nel 1994.

Quel dossier era rimasto per anni nei cassetti di Mario Pescante, ed era saltato fuori alla fine del 1996, solo su pressione della stampa, imbeccata da Donati. E proprio il presidente del Coni, a proposito del documento che avrebbe dato il via alle indagini su Conconi e al processo di Ferrara, aveva dichiarato: “questa storia del doping ci sta rovinando”.

A commemorare Marco Pantani in quella puntata di “Porta a Porta” c’è anche Mario Pescante, dal 2001 sottosegretario ai Beni Culturali con delega allo Sport dei governi Berlusconi. E’ toccato a lui, a Mario Pescante, che conosceva Conconi da 25 anni, aprire una riflessione sul doping davanti a milioni di persone.

Quello stesso Pescante che nel settembre 1998 se n’era uscito con un’affermazione che gli si ritorcerà subito contro: “il doping nel calcio non esiste.” Era la sua risposta alle dichiarazioni agostane dell’allenatore Zdenek Zeman: “ci sono troppi farmaci nel calcio; certi atleti hanno subito dei cambiamenti a livello fisico che raggiungi solo con il culturismo.”

Gianluca Vialli, capitano della Juventus che dal 1994 dominava in Italia e in Europa, venne indirettamente chiamato in causa; e si sentì di rispondere così: “Se quelli della Lega Calcio non sono dei buffoni, dovrebbero squalificare Zeman per un anno: è un terrorista, sta cercando di destabilizzare il sistema, non merita di farne parte.”

La procura di Torino aprì un’indagine, e saltò fuori che presso il laboratorio dell’Acqua Acetosa di Roma, dove finivano tutti i campioni dei calciatori, i controlli anti-doping non erano regolari, non si seguivano i protocolli. Il Cio chiuse il laboratorio, e Pescante, travolto dallo scandalo, fu costretto a dimettersi. Sullo sport del nostro Paese calò il discredito. E’ così che partirono i processi Conconi a Ferrara, e quello della Juventus a Torino.

E proprio nel 2004 si hanno le sentenze di questi processi, che indagano sull’utilizzo di pratiche molto sospette nello sport italiano ai massimi livelli. I reati di Conconi erano caduti in prescrizione, sebbene la sentenza parli chiaro di somministrazione di eritropoietina ad atleti di varie discipline. A Torino la Corte di primo grado ha stabilito che il medico sociale della Juve era colpevole di abuso di farmaci off-label e della somministrazione di eritropoietina; la sentenza si basa su variazioni dei valori nel sangue di alcuni giocatori per nulla fisiologiche (fonte: Buon sangue non mente). La Juve è stata poi assolta in Appello; ma dopo il ricorso della procura di Torino, la Cassazione, depositando la sentenza di prescrizione, ha confermato che il processo avrebbe dovuto essere rifatto; per quanto riguarda la somministrazione di sostanze illecite, all’epoca dei fatti non comprese fra quelle proibite, la Corte d’appello aveva ignorato la legge 401 sulla Frode Sportiva.

Uno di quei farmaci incriminati, ad esempio, era il Neoton, il cui principio attivo è la creatina: il Neoton viene usato negli ospedali per la chirurgia cardiaca, o per pazienti con attacchi ischemici. Sarebbe la sostanza iniettata a Fabio Cannavaro prima della finale di Coppa Uefa del 1999, Parma-Marsiglia. E’ famoso il video in cui il futuro capitano della nazionale campione del mondo 2006, steso sul lettino con una flebo al braccio, dichiara tra il serio e il faceto: “facciamo schifo”.

Nel 2012 l’ex mediano della nazionale argentina Matias Almeyda ha rivelato: “quando ero al Parma (2000-02) ci iniettavano sostanze che chiamavano vitamine. Io però prima della partita, saltavo fino al soffitto.”

Ed è in quel 2004 che l’allenatore di Premier League Arsène Wenger rilascia una dichiarazione fin troppo eloquente: “Dall’estero arrivano giocatori con valori di globuli rossi nel sangue abnormi. Questo ci fa ritenere che alcune squadre usino doping. I giocatori non necessariamente ne sono al corrente; spesso la sostanza iniettata viene spacciata per vitamina.”

Nemmeno l’accusa dell’allenatore dell’Arsenal ha stimolato una riflessione autentica sull’utilizzo dei farmaci nel calcio. Anzi, nel 2004 l’ex allenatore di quella Juve, Marcello Lippi, neocommissario tecnico dell’Italia che sarà campione del mondo, attacca di persona Zdenek Zeman: “Io dico che non è giusto criticare il sistema sperando e continuando a farne parte. Se a uno non gli sta bene il sistema non ne fa parte.”

Le frasi, prima di Vialli, e sei anni dopo quella di Lippi, ricordano le minacce di Armstrong nei confronti del corridore francese Bassons, al Tour del 1999. Bassons aveva confermato a mezzo stampa che tutti quelli che gareggiavano per la vittoria finale si dopavano. Armstrong, durante una tappa, bloccò fisicamente Bassons; a fine gara disse: “Le sue accuse non fanno bene al ciclismo. Se pensa che il ciclismo funzioni così, si sbaglia, ed è meglio che torni a casa.” E infatti Bassons si ritirò dal Tour del 1999, e la sua carriera professionistica di fatto si chiuse. Nel 2004 Zeman, dopo anni di ostracismo, era tornato in serie A con il neopromosso Lecce, ma al termine della stagione è stato inspiegabilmente esonerato nonostante la squadra si fosse salvata.

Eppure lo stesso Lippi nel 2012 ha raccontato che quando giocava lui in serie A nella Sampdoria, agli atleti venivano iniettate sostanze spacciate per vitamine; “solo dopo abbiamo saputo che si trattava di corteccia surrenale. Ci davano anche pasticche colorate; ho smesso di prendere quella roba perché una volta mi sentii male. Di sicuro a quei tempi c’era un abuso di farmaci” (fonte).

Perché allora, quando allenava la Juve, non ha impedito al medico sociale di iniettare medicinali off-label ai suoi giocatori? E di certo, se avesse avuto il coraggio di svelare questi particolari all’epoca del processo Juve, Lippi avrebbe contribuito a una riflessione più seria e profonda del problema.

Invece, in quel 2004 l’omertà vince ancora, nel calcio e in molti altri sport, definendo la linea negli anni a seguire. Per i pochi che finiscono sulle pagine di giornale per positività, i casi sono due: o hanno assunto un medicinale per sbaglio, o sono mele marce. Come hanno cercato di far passare il marciatore Alex Schwazer, trovato positivo all’Epo due anni fa. Il messaggio è: i “positivi” sono pochi perché le federazioni combattono seriamente il doping. Di certo, l’oro di Pechino è stato pescato dopo due controlli a sorpresa da parte della Wada, non del Coni; pure in quel caso, sono rimasti tutti allibiti.

Il fenomeno è talmente contrastato dai vertici dello sport, che nel 2006 Mario Pescante, nominato commissario speciale per le Olimpiadi invernali di Torino, se ne salta fuori con una proposta grottesca: “moratoria sul doping in Italia durante tutto il periodo olimpico: altrimenti c’è il fondato rischio che gli atleti più forti non partecipino alle gare.”

La cultura dell’anti-doping

Quella di Pescante, da poco dimessosi da vicepresidente del Cio e dal comitato “Roma 2020”, non è una voce troppo fuori dal coro. Da tempo, soprattutto negli Stati Uniti, circola l’idea che per estirpare il problema alla radice si potrebbe liberalizzare l’assunzione delle sostanze dopanti: così tutti partirebbero alla pari. Una proposta assurda: costringerebbe gli atleti che giocano pulito a rischiare la salute non per aspirare alla vittoria, ma per iscriversi alle gare. Neo-gladiatori del terzo millennio disposti a tutto per soldi e gloria; per il sollazzo dei telespettatori, e il guadagno di chi vive attorno al puro evento sportivo.

Quello che poi già avviene in Leghe professionistiche come la Nba: lì i test antidoping, secondo la Wada, non hanno lo scopo di intercettare chi assume sostanze illecite, ma di “pulire” l’immagine di un circo con entrate da 4.1 miliardi di dollari all’anno (Espn / Fonte al 2012).

Non sono le regole anti-doping che vanno azzerate; anzi, quelle vanno integrate, come è stato fatto per il passaporto biologico nel ciclismo: i test anti-doping non si basano più su una soglia, ma sulle variazioni dei valori ematici riscontrate attraverso controlli a sorpresa. La Wada, poi, ha già ottenuto la collaborazione delle case farmaceutiche per rintracciare nuovi metodi e sostanze illecite. Vanno consolidati organismi di controllo indipendenti rispetto alle federazioni sportive, che sono centri di potere, e le Leghe professionistiche, che non hanno certo l’interesse a diminuire la spettacolarizzazione dell’evento sportivo.

E’ la cultura anti-doping che deve crescere e diventare un valore civico. Oggi, in realtà, è l’opposto. I medici parlano di una vera e propria emergenza sociale. Secondo alcune stime, nel calcio delle Leghe dilettantistiche la percentuale di chi abusa di sostanze illecite è circa del 25% (fonte). In questi anni i giovani hanno assimilato un concetto: per arrivare lassù dove si alzano le coppe e si guadagnano cifre a 6 zeri, non bastano talento, tenacia, fortuna; ci vogliono gli alari.

La comparsa di generazioni di atleti pronti a tutto è il risultato delle politiche anti-doping degli ultimi 25 anni. E anche della connivenza di molti sponsor, come ha sottolineato un’inchiesta pubblicata sul New York Times. Tyler Hamilton, ex compagno di Armstrong, ha detto che la US Postal, sponsor della squadra, avrebbe dovuto nascondere la testa nella sabbia per non accorgersi delle accuse di doping ai propri atleti; ma non ha mai sollevato un dubbio. In quattro anni la US Postal avrebbe guadagnato 103 milioni di dollari, il triplo dei soldi investiti.

Anche il mondo del giornalismo, a cavallo degli anni 2000, sapeva che il doping nel ciclismo era dilagato a tutti i livelli, ma perfino le inchieste più coraggiose e meglio documentate non hanno bloccato i racconti epici di fughe e imprese. Durante una trasmissione radiofonica di Radio24 sul caso Armstrong, al conduttore è stato rimproverato di non fare bene il proprio lavoro: “Bastava farsi un giro alle gare dei dilettanti per capire come funzionava il ciclismo”. Il conduttore si è indignato: “Non venite a dirmelo a me!”

E’ ovvio che molte inchieste dei singoli reporter siano state fermate sul nascere, e non solo per la paura di querele: il ciclismo, come lo sport in generale, per non parlare del calcio, è una risorsa economica trainante per i giornali. E gli introiti degli eventi trasmessi in televisione raggiungono cifre stratosferiche. Se la lotta al doping significa minacciare questo business colossale, allora i mezzi di informazione tradizionali non potranno mai diventare all’improvviso un’armata del bene. E infatti persone come Walsh e Ballester interpretano il mestiere del giornalista nella sua massima funzione etica.

Ma è proprio il caso Armstrong che sta facendo saltare la logica degli ultimi decenni; tutti hanno realizzato che il ciclista texano non è una mela marcia: era l’eroe di un sistema corrotto che ha giocato sporco con la vita di troppe persone. Dalla massaggiatrice Emma O’Reilly, prima grande accusatrice di Armstrong, querelata e tacciata di essere una prostituta alcolizzata, fino a Marco Pantani: lui doveva passare per un dopato mentre il texano passava sotto l’Arc de Triomphe osannato, anno dopo anno. In troppi ci hanno mangiato su quella rete di menzogne e omertà, disinteressandosi di tutti quelli che vi sono rimasti intrappolati.

E il ciclismo non è che un tassello di un quadro più ampio che si sta svelando piano piano, anche grazie alla potenza di internet. Oggi ad esempio, nessuno riuscirebbe a silenziare lo scandalo dei 27 atleti italiani con valori degli ormoni altissimi, ma partiti lo stesso per le Olimpiadi di Sydney 2000. E ormai ci si chiede che senso abbia far correre ancora i 100 metri piani, quando tutti gli avversari del recordman Husain Bolt sono inciampati nel doping, compresi i suoi compagni della squadra giamaicana. E nel tennis Roger Federer denuncia da anni controlli inadeguati; da prima che André Agassi, nella sua autobiografia, ammettesse l’uso e la diffusione di sostanze illecite tra molti giocatori. Il calcio spagnolo tiene i suoi scheletri in un armadio di vetro: dall’indagine Operaciòn Puerto sull’eritropoietina distribuita dal dottor Fuentes, sono usciti solo i nomi di ciclisti; ma lo stesso dottore e Jesùs Manzano, il testimone da cui è partita l’indagine, hanno parlato di calciatori famosi e atleti di altri sport. E l’ex presidente del Real Sociedad ha ammesso che Fuentes era stato a libro paga del club della Liga.

Le crepe nel lato oscuro dello sport sono così tante, così ampie, che siamo noi di fronte a un bivio: o apriamo gli occhi, o ci voltiamo dall’altra parte.

E se decidiamo di guardare in faccia la realtà, concentriamoci sul futuro, al di là delle operazioni di verità. A questo punto, infatti, non è importante pretendere dai campioni di ieri confessioni di massa: loro sono come Dei nell’immaginario collettivo, Divinità di altri tempi, quando “non era illecito”, “non era proibito”, si pensava “fosse scienza”.

E poi, in generale, è tutt’altro che facile ammettere i propri errori, le proprie debolezze, soprattutto con sé stessi. Questo vale a maggior ragione per gli atleti di oggi.

Ma doparsi è barare. L’ex primatista sui 200 metri Pietro Mennea, nel suo libro Il Doping nello Sport ha scritto: “l’insegnamento importante che lo sport offre è il profondo senso di giustizia: vince chi è più bravo degli altri, senza dover far ricorso a raccomandazioni, o all’uso di sostanze e metodi dopanti, o comunque illeciti.”

Molti atleti non sono disposti a raccontare di aver fatto qualcosa di illecito. E’ come il “drogato” che si “fa” in segreto, o tra persone fidate, e dentro di sé pensa: “esco quando voglio”, “riesco a gestirla”, “non mi fa poi così male”, “non lo saprà nessuno”; e in pubblico, ufficialmente, è pulito.

Ci sono atleti che a distanza di anni negano ancora l’evidenza. Non stanno fregando l’interlocutore, stanno mentendo a se stessi.

Il dramma però, è che molti di questi Dei e Dive non se ne stanno nel loro Olimpo: sono diventati allenatori, dirigenti sportivi, commentatori, e si candidano a cariche istituzionali nelle Federazioni. Così il sistema, che solo oggi riusciamo a scorgere nella sua ramificazione e complessità, si perpetua e non farà mai della battaglia anti-doping una priorità.

E dopo 35 anni di lotte, Donati ha capito due cose: la scuola è l’unica istituzione capace di trasmettere il rifiuto del doping come valore civico; e perciò è necessario separare lo sport giovanile da quello professionistico, dove si annidano gli “adulti significativi” aperti al doping. Solo così, una volta saliti ai livelli più alti, gli atleti saranno meglio preparati a dire no, di fronte al bivio. Ma questo avverrà solo se, ancora con le parole di Mennea, “sapremo dire ai giovani che lo sport non deve essere il traguardo della vita, ma deve rappresentare una tappa di un lungo cammino; lo sport ci può mettere sulla retta via per conquistare il traguardo finale di una giusta esistenza.”

di Cristiano Arienti

In copertina: Lo Stadio dei Marmi a Roma – Foto di Giorgio Clementi

Fonti e link utili

Lo Sport del Doping – Alessandro Donati

Buon Sangue non Mente – Giuseppe D’Onofrio

Il Doping nello Sport: normativa nazionale e comunitariaPietro Mennea

Dope: a Story of Performance Enhancement in Sport from 19th Century to Today (2008) – Daniel M. Rosen

http://www.treccani.it/enciclopedia/temi-olimpici-il-doping_(Enciclopedia-dello-Sport)/

http://www.4dfoot.com/2013/02/09/doping-in-football-fifty-years-of-evidence/

https://www.youtube.com/watch?v=ohT_zoodqfU (Documentario sul doping degli anni 80: Lewis/Johnson/Voy/Kerr/)

https://sites.google.com/site/dopingitalia/home/documenti/doping-nel-ciclismo—dossier-di-sandro-donati-1994

https://www.youtube.com/watch?v=u5m8RppoHKc (Conferenza di Sandro Donati sul doping)

https://www.youtube.com/watch?v=YAvERfhyzHo (Documentario su lance Armstrong)

http://archiviostorico.corriere.it/2000/ottobre/14/Sangue_fuori_norma_per_cinque_co_0_0010144319.shtml (Sangue fuori norma per 5 ori di Sydney)

http://www.nytimes.com/2013/06/19/sports/olympics/officials-accused-of-covering-up-italian-olympians-doping.html?_r=1&

http://www.podiumcafe.com/2011/2/16/1997823/tough-on-doping-tough-on-the-causes-of-doping-francesco-conconi-and

http://archiviostorico.corriere.it/2000/gennaio/23/Pescante_Conconi_sotto_accusa_doping_co_0_000123041.shtml

http://africanconfidential.com/kenya-sport-gets-doping-wake-up-call/ (Indagini sul doping cominciano a far tremare anche il Corno d’Africa)

https://www.youtube.com/watch?v=5BAoRCQTUYU (Tyler Hamitlon racconta la sua esperienza)

https://www.youtube.com/watch?v=PLBw3u0MB3A (Trailer del docu-film di Harto Halonen Sinivalkoinen valhe – La menzogna biancoblu che parla del doping in Finlandia e più in generale nello sci di fondo)

http://www.blitzquotidiano.it/video/fabio-cannavaro-la-flebo-di-neoton-assolti-1810397/ (video Cannavaro)

http://www.tennisworlditalia.com/blog/2010/10/25/la-vera-storia-del-doping-nel-tennis/

 

 

 

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2 Responses to “Doping: lasciamo gli Dei nel loro Olimpo”

  1. Daniela Sala May 16, 2014 at 11:49 am #

    Che tristezza!

    • Cristiano A. May 16, 2014 at 9:31 pm #

      Ciao Daniela, è vero, anche io, mentre raccoglievo il materiale, ho provato una grande tristezza!

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