Israele-Palestina: i danni collaterali di una guerra territoriale

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Il 22 giugno scorso ho scritto una email a S. e C., due amici che vivono in Palestina: giungevano notizie di una pesante operazione poliziesca in vaste aree della Cisgiordania, in particolare di Hebron, da parte dell’esercito Israeliano: si cercavano Eyal, Naftali e Gilad, tre adolescenti rapiti dieci giorni prima. In pochi hanno collegato quel fatto all’uccisione di due ragazzini Palestinesi a Beitunia: il 15 maggio Nadeem e Mohammed erano stati freddati da una pattuglia di soldati israeliani. Non s’era levato nessun grido di orrore nella comunità internazionale, forse perché quasi nessuno se n’era accorto.

In moltissimi però, e giustamente, hanno cominciato a dedicare i loro pensieri ai tre ragazzi israeliani nella speranza che potessero tornare a casa sani e salvi.

Hamas si è dissociata da quell’evento, ripetendo di non saperne nulla; eppure il movimento fondamentalista che dal 2006 tiene in pugno la striscia di Gaza e usa la violenza come mezzo di lotta contro Israele, è stato duramente colpito con decine di arresti, la chiusura di opere sociali, e il congelamento di attività finanziarie. Più che una caccia all’uomo, sembrava l’inizio di una resa dei conti. In prigione sono finiti anche insegnati, medici, minorenni. E’ cominciata così l’operazione Bring-Back-Our-Boys, nonostante il governo di Tel Aviv avesse prove della morte dei tre nel giorno stesso del rapimento (l’assassinio dei poveri ragazzi è avvenuto in diretta telefonica con una centrale polizia).

Nei 18 giorni passati prima che Eyal, Naftali e Gilad venissero trovati semisepolti in un campo a nord di Hebron, 9 palestinesi hanno perso la vita per mano dell’esercito israeliano. Un altro palestinese, il quindicenne Mohammed, è stato rapito da alcuni giovani coloni e bruciato vivo.

S. quindi, che lavora a Gaza City per la Ong francese MdM, quel 22 giugno mi ha risposto che lì la situazione era più tranquilla rispetto alla Cisgiordania, aggiungendo però che ci fosse il sentore di “qualcosa di storico” in arrivo, da parte Israeliana.

La notte del 7 luglio sono stato alzato fino a tardi per leggere le agenzie dei primi bombardamenti su Gaza. Dalla Striscia infatti, da giorni erano cominciati i lanci di razzi in ritorsione alla ritorsione per l’uccisione dei tre adolescenti israeliani, in quella che forse è stata una ritorsione all’esecuzione dei due ragazzini palestinesi di Beitunia.

Ho mandato una mail a S., di stanza Gaza City, cercando di informarmi se stesse bene.

“E’ terribile. Bombardano ovunque, anche di fianco a casa mia. C. è a Ramallah, lei almeno è al sicuro. Io devo uscire da Gaza, ma non so ancora come e quando.”

Tre giorni dopo C. mi ha mandato una email, aggiornandomi sulla situazione:

“Io sto bene, sono ancora a Ramallah, l’aria è molto tesa. S. è uscito da Gaza, ma è molto provato psicologicamente e fisicamente. Dice che sono stati i tre giorni più brutti della sua vita.”

Le vie del Signore sono in un vicolo cieco

Tempo fa S., impiegato in Ong francesi da 7 anni con missioni dalla Cambogia all’Iraq, mi ha raccontato la sua precedente esperienza tra Gaza, Israele e i Territori palestinesi, a cavallo tra il 2011 e il 2012. Quelle ore di conversazione hanno permesso a me, che non sono mai stato in quei luoghi, di figurarmi le diverse facce di una realtà altrimenti difficile da comprendere.

“E’ come se fossero in un vicolo cieco”, mi ha detto S.; “non riescono a uscire dalla logica dello scontro e della guerra. Perché c’è sempre una vittima da vendicare, un lancio di razzi da punire, un pezzo di terra da rivendicare, un pozzo d’acqua da contendersi. Molti adolescenti ebrei, in particolare tra i coloni, provano disprezzo puro verso gli Arabi; i ragazzini palestinesi crescono nel rancore. Come possono trovare una via d’uscita con tutto questo odio cieco gli uni per gli altri. L’unica soluzione è tornare indietro, e costruire un’altra strada che porti alla pace.”

S. non ha risparmiato nessuno: la cattiveria che circola tra i campi mediorientali non appartiene a una bandiera, ma è una cultura.

A partire da quella estremista di Hamas, il movimento islamico che tiene in ostaggio 1,6 milioni di palestinesi nella striscia di Gaza con una politica di repressione negli usi, nei costumi e nelle idee; i cittadini sono costretti a una vita da bersaglio, in un perenne scontro con il nemico. Il lancio  di razzi da Gaza verso Israele, da parte del braccio armato di Hamas o di cellule impazzite nella galassia della jihad, denota lo spregio della vita. A Sderot, Ashkelon e in altre città, gli Israeliani convivono con lo stillicidio della sirene, e la fuga verso i rifugi. Tuttavia, come spiega l’analista di Haaretz Gideon Levy, quella di Hamas è una tattica per battere un colpo di protesta contro l’isolamento forzato di Gaza. Le casuali esplosioni nelle zone desertiche, di cui S. è stato diretto testimone mentre viaggiava in macchina, cercano di attirare l’attenzione sulle drammatiche condizioni socio-economiche in quei 40 km2 di terra martoriata, investita da tre guerre in 6 anni: Piombo Fuso nel ’08 e Pilastro di Difesa nel ’12; più quella in corso.

E i racconti di S. mi hanno spinto a documentarmi sulla durezza dell’occupazione militare di vaste aree dei Territori palestinesi, e la determinazione dei coloni, supportati dal governo di Tel Aviv (con le linee guida del rapporto Levy) nello strappare nuovi fazzoletti di terra agli arabi.

Oltre 500.000 Israeliani vivono in Cisgiordania, distribuiti su 115 colonie; dal 2013 i progetti per nuovi insediamenti hanno subito un’accelerazione: 2000 nuove costruzioni nei primi 4 mesi del 2014. I Palestinesi osservano villaggi nuovi di zecca sorgere sulle colline, dopo che i bulldozer hanno spianato le loro case per far posto a strade che non potranno percorrere. I frutteti vengono rasi al suolo, i corsi d’acqua deviati per rendere il suolo infertile, o per fornire di rete idrica le colonie. I giovani ortodossi arrivano a vivere in tenda o nelle caverne, pur di avere il loro appezzamento nella Terra promessa (hill top youth).

Spesso le persone vengono intimidite e fatte oggetto di violenza verbale e fisica dagli ebrei ortodossi; che a loro volta, subiscono sassaiole e insulti.

La struttura sociale Cisgiordania, ma anche Israele stesso, rischia di diventare una sorta di apartheid, come ha affermato lo scorso aprile il Segretario di Stato americano John Kerry prima che fosse costretto a scusarsi. I segnali ci sono già tutti: il privilegio degli ebrei nell’acquisto delle case in Israele, confisca dei terreni ai palestinesi, circolazione limitata, lavoro sottopagato agli arabi, il no ai matrimoni misti. Ma poi è la maggioranza stessa degli israeliani, secondo un sondaggio del 2012, che auspica un regime del genere (fonte).

Spesso la colonizzazione in Cisgiordania è avvenuta contro ogni buon senso, in apparenza. Ad Hebron, ad esempio, il governo israeliano ha supportato la costruzione di insediamenti sulle alture della città; truppe di leva vengono spedite in una città palestinese ostile per proteggere qualche migliaio di coloni. I soldati non hanno compiti di polizia: se per caso un colono aggredisce dei palestinesi di fronte a una pattuglia, non viene perseguito; e su di lui non ha autorità la polizia palestinese. Su Breaking the Silence ex militari israeliani raccontano la loro esperienza in Cisgiordania; a distanza di tempo questi giovani crollano: si rendono conto delle violenze gratuite, a volte veri e propri atti criminali, commesse per reprimere la popolazione palestinese, e garantire il possesso del suolo agli israeliani, loro sì liberi di circolare.

I Territori Palestinesi esistono nella forma di un arcipelago: ogni isola, grande o piccola che sia, è separata dalle altre, recintata da muri e autostrade percorribili solo da Israeliani; la gente attraversa umilianti gabbie per il controllo dei documenti, e gli vengono puntati fucili addosso. E’ il regime di sicurezza che il governo di Tel Aviv ha predisposto dopo l’ondata di attacchi kamikaze fino alla metà degli anni 2000.

Prima di tutto viene la protezione degli israeliani, che si trovino in un bar di Tel Aviv o nella campagna sperduta della Cisgiordania. E per farlo, è necessario avere il controllo capillare del territorio.

Perché alla fine è questo il punto cruciale di tutta la questione: delle persone, negli ultimi decenni, hanno preso della terra ad altre persone che vivevano lì da secoli, sostenendo che Dio gliela aveva promessa millenni fa. Ma se nelle epoche antiche gli israeliti erano poche migliaia, suddivisi in una manciata di tribù, nello scorso secolo questa motivazione è servita a ospitare milioni di ebrei provenienti da tutto il mondo.

Nel conflitto israelo-palestinese, quindi, c’è una lettura religiosa; ma la chiave di tutto è la convivenza di due popoli su città e regioni contese. A meno che non si voglia sbarazzarsi di 6 milioni di Palestinesi.

La Risoluzione Onu 242 del 1967 imponeva la creazione della Palestina accanto a Israele, in confini ben definiti, compresa Gerusalemme Est; ma è con gli Accordi di Oslo del 1993, e la creazione dei Territori palestinesi, che la pace e la cooperazione sembravano a portata di mano. Hamas l’ha minata con i primi attentati kamikaze, perché non riconosceva allo Stato ebraico il diritto di esistere. La destra israeliana, oggi forza politica e culturale egemone nel Paese, ha semplicemente ritirato la mano che Yitzhak Rabin aveva teso al nemico. Il primo ministro israeliano, assassinato nel 1995 da Yigal Amir, un estremista armato della stessa ideologia di chi ha poi continuato a colonizzare, è stato rinnegato dai suoi successori.

Dopo la morte di Rabin, l’aspirazione d’indipendenza dei Palestinesi di fatto è stata cancellata. La terra su cui costruire uno Stato indipendente non esiste più.

Quindi, le rampe di lancio dei razzi di Hamas, e le piste militari da cui partono i cacciabombardieri di Tsahal, la forza di difesa israeliana, poggiano su un campo di battaglia, e il premio, nella loro ottica, è il campo stesso.

Si può discutere su chi fa piovere razzi su Sderot e Ashkelon, o su chi decide di uccidere un militante di Hamas e tutta la sua famiglia; possiamo parlare del ragazzino di Beitunia che lancia una pietra al soldato, o della signora che a Hebron cerca di strappare il velo a un’araba urlandogli di andarsene via, perché quella è la terra di Israele. Possiamo parlare a lungo del leader Israeliano Netanyahu e del capo di Hamas Khaled Meshal: entrambi sono stati vicini alla morte in questa lunga guerra, entrambi hanno perso parenti e amici per mano nemica.

Ma la questione è la proprietà della terra. Ed è il motivo che spinge una famiglia ebrea a stabilirsi all’ultimo piano di un palazzo abitato da palestinesi, nel quartiere arabo di Gerusalemme, e piantare sul tetto un enorme bandiera israeliana. Quella palazzina è sul monte degli ulivi, uno dei punti più alti di Gerusalemme. E il messaggio è: la città è nostra, questa terra è nostra. Oggi dietro a Gerusalemme Est ci sono solo chilometri quadrati di colonie Israeliane E allora si comprende il perché degli insediamenti sopra al mercato vecchio di Hebron. Israele è un popolo con 4 millenni di storia: potrà metterci 10, 50, 100 anni: ma anche su Hebron, un giorno, sventolerà solo la bandiera con la stella di David.

Come ha scritto Levy su Haaretz, “il popolo ebreo non vuole la pace, vuole quella terra per sé.”

La marcia della violenza calpesta ogni soluzione politica

A metà maggio del 2011 il presidente americano Barack Obama ha intimato a Israele di ritirarsi dai Territori palestinesi entro i confini del 1967, ovvero quelli sanciti dalla risoluzione Onu 242. Al tempo stesso ha chiesto ad Hamas di deporre le armi, e di riconoscere il diritto a esistere di Israele. Solo a queste condizioni, e con la creazione di uno Stato indipendente Palestinese, prenderebbe vita la speranza di una pace vera e duratura.

Qualche giorno dopo il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha tenuto un discorso davanti al Congresso americano: oltre a spingere per la guerra contro l’Iran, ha affermato che i confini devono riflettere i drammatici cambiamenti degli ultimi anni, demografici e strategici. Netanyahu, durante il suo discorso, ha ricevuto ovazioni che Obama può solo sognarsi; i deputati americani lo sostengono prima di tutto su un piano culturale e ideologico, anche in relazione agli attacchi kamikaze dell’11 Settembre 2001, di matrice islamica. Eppure il direttore della Commissione d’inchiesta dell’11 Settembre Philippe Zelikow, nel suo rapporto finale, ha spiegato che Osama Bin Laden e i dirottatori hanno voluto punire gli Stati Uniti anche per il supporto a Israele contro i Palestinesi.

Il Presidente degli Stati Uniti sa quanto sia importante una soluzione al conflitto mediorientale, e a sua modo, soprattutto con l’azione del suo segretario di Stato Kerry, ci ha provato; ma Netanyahu e la destra che lo sostiene, seguono la loro agenda.

“Noi siamo i primi a volere uno Stato Palestinese”, ha detto il premier israeliano in quell’occasione. Senza aggiungere: alle condizioni unilaterali imposte da Israele, e sotto il regime militare di Tel Aviv.

Solo uno Stato vincitore può imporre simili condizioni unilaterali, e Netanyahu è convinto di aver portato il suo popolo al dominio nella gestione del conflitto e del territorio; crede, in sostanza, di aver costruito per Israele un ponte verso il futuro, nascondendo i Palestinesi sotto l’arcata di una storia lunga 4000 anni.

In molti la pensano in modo diverso. Amira Haas, giornalista di Haaretz, paragona la popolarità di Netanyahu a quella di Slobodan Milosevic, il leader serbo che negli anni 90′ ha condotto i nazionalisti della sua etnia a campagne di pulizia etnica.

Si pensi che la maggior parte delle 1300 vittime dell’operazione militare del 2008, durata 28 giorni, erano civili: solo due soldati sono stati condannati a 6 mesi per aver usato un ragazzino come scudo umano. Il rapporto Onu firmato dal giudice sudafricano Richard Goldstone parla di crimini di guerra; nonostante le accuse siano circostanziate, nessun altro è stato portato di fronte a una corte. Goldstone, che nel rapporto aveva formulato la stessa accusa anche contro Hamas, ha poi ridimensionato il risultato della sua indagine.

Questo però conferma il senso di impunità del governo di Israele: solo una denuncia su dieci relativa a reati di condotta perpetrati da coloni contro palestinesi viene presa in considerazione.

E’ impossibile pensare che la situazione possa andare avanti in questo modo: la Hass, già nel 2011, e quindi prima delle ultime due guerre, spiegava che la società di Israele ha raggiunto un punto di non ritorno accettando la discriminazione degli arabi, l’apartheid in Cisgiordania, l’isolamento di Gaza, e le periodiche guerre “per difendersi dai terroristi”. Solo la comunità internazionale, per la Hass, avrebbe il potere di cambiare la direzione intrapresa dai leader israeliani, se non è troppo tardi.

Mentre oggi, in Italia e nel mondo, si è già consumata la grezza divisione tra sostenitori degli Israeliani e supporter dei Palestinesi, in quattordici anni il conto delle vittime tra i due popoli è giunto a oltre 4000 (PeaceReporter). E il prezzo in vite umane è destinato a salire: si riconosca almeno che laggiù i morti, tutti, sono danni collaterali di una guerra per il territorio.

di Cristiano Arienti

In copertina: Monte degli Ulivi, Gerusalemme Est – Foto di Sacha Petryszyn / www.sachapetryszyn.com

http://www.breakingthesilence.org.il/ (Breaking the Silence)

www.euromedrights.org (reati di condotta)

www.vimeo.com/32448930 (Amira Hass – Israel and Palestine; Fear of the Future)

 

 

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