Sentenza Cucchi: siamo tutti meno sicuri

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Bisogna farlo, questo sforzo di immedesimazione, per comprendere la gravità della sentenza di oggi, nel processo d’appello ai poliziotti, ai medici e agli infermieri che hanno gestito Stefano Cucchi tra il carcere di Regina Coeli e gli ospedali Pertini e Fatebenefratelli, a Roma. Senza preconcetti sulla persona, uno spacciatore con una storia di droga pesante alle spalle. Bisogna cercare di immedesimarsi non in Stefano, perchè sarebbe troppo doloroso entrare nella sua pelle, sia fisicamente, che psicologicamente: in quell’ottobre del 2009 ha passato giornate orrende, solo, impaurito, con dolori lancinanti e spossatezza; deve essersi visto perduto, e deve aver percepito lucidamente, nell’animo e nel corpo, la fine, se è vero che rifiutava cure e cibo. Qualcosa in lui si era rotto: Stefano aveva il disperato bisogno di qualcuno che pensasse e agisse per lui, anche contro quella sua resa, descritta nelle sentenza di 1° grado.

No, bisogna immedesimarsi in un istante preciso del calvario vissuto dai genitori di Stefano.

I carabinieri irrompono a casa loro, con il figlio accusato di aver venduto della droga a un tizio; sanno che verrà processato per direttissima il giorno dopo. In tribunale il padre ha solo il tempo di salutarlo appena prima dell’udienza: il ragazzo ha addosso i segni delle percosse, ma non dice di essere stato picchiato. Forse è così deluso quel padre, che non ha il coraggio di reagire, ma si preoccupa davanti a quel panda scheletrico e intimidito. Magari pensa: è l’inizio di una nuova via crucis, ma alla fine potrebbe esserci il recupero, e chissà una nuova vita per lui, quel figlio problematico. E’ comunque con sgomento che il genitore osserva Stefano uscire claudicante dall’aula del tribunale, scortato dagli agenti di polizia.

Ecco, è l’ultima volta che un familiare vede Cucchi in vita. I rappresentanti dello Stato portano il trentunenne in carcere a Regina Coeli: deve stare in custodia cautelare in attesa di una seconda udienza. Seguono giorni di buio totale per la famiglia: i genitori e la sorella sanno che il ragazzo è in precaria salute, e cercano in tutti i modi di comunicare con lui, o per lo meno di conoscere il suo stato; non ce la fanno, non ci riescono. E non ricevono nessun segnale che la salute del ragazzo stia peggiorando in modo tragico – qualunque sia la causa del suo terribile stato.

Non riapriamo la cella del tribunale o quell’ala penitenziaria dove il ragazzo viene isolato, stenta a reggersi in piedi, non mangia, non riesce a urinare, subisce due fratture alla colonna vertebrale, una alla mascella, e spuntano bugni e lividi in varie parti del corpo. Non riparliamo di cadute dalle scale o pestaggi sul ragazzo. Ecco, restiamo fuori dal carcere: le testimonianze, le prove, i referti dell’autopsia, e il dibattimento processuale non hanno convinto i giudici della Corte d’appello che nella gestione di Stefano Cucchi da parte di rappresentanti delle autorità, dall’arresto fino alla sua morte, si configurino reati. Tra un po’ si conosceranno le motivazioni di questo giudizio.

Andiamo direttamente a casa della famiglia Cucchi, dove si presenta un ufficiale giudiziario per comunicare il decesso di Stefano, e chiedere il permesso per l’autopsia. Fermatevi nell’istante in cui comincia ad aver luogo la conversazione, prima ancora che il cuore dei genitori di Stefano si spacchi e le facoltà si ottenebrino: nella mente di quelle due povere persone si è fatta strada la sensazione, e poi la certezza, che loro figlio sia morto mentre era nella custodia dello Stato. Poi black out, poi fitte nel corpo, poi il dolore che li mangia vivi. Ma c’è stato quell’istante di sospensione in cui devono avere pensato: ‘non è possibile, nostro figlio, il nostro “amore” – perché Stefano era un ragazzo amato per quanto la sua situazione fosse difficile – il nostro ragazzo non può essere morto nelle mani dello Stato. E’ il contrario del mondo come lo conosci. Le persone che lo avevano in affidamento non lo avrebbero permesso.’

Questo basta per giustificare la battaglia iniziata subito dopo per sapere che cosa è successo veramente in quei giorni, se alcuni siano stati colpevoli di negligenza colposa e se altri abbiano commesso dei crimini veri e propri sulla pelle di Stefano. Ed è una battaglia che i familiari di Stefano hanno combattuto anche per me e per te, e i nostri, di familiari: potrebbe capitare a chiunque di trovarsi nelle mani di persone che ti guardano deperire, o morire, e fanno davvero poco per aiutarti. Per non parlare poi delle mani che menano, che vìolano, che si sporcano di sangue e se le asciugano sui muri dei nostri tribunali, come è successo per la Diaz e Bolzaneto, tanto per fare un esempio. Non importa chi era Stefano, o cosa facesse per vivere: lo Stato ha preso in custodia una persona e dopo una settimana l’ha restituita cadavere e irriconoscibile alla famiglia. Lo Stato ha sentenziato che gli agenti, i medici e gli infermieri non hanno responsabilità nella morte di Cucchi: è l’ammissione che in Italia nessuno – a meno che tu non sia “qualcuno” – è al sicuro in una questura o in un carcere.

di Cristiano Arienti

Link utili

http://www.agoravox.it/Stefano-Cucchi-dall-arresto-alla.html

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