COP21: Usa leader fragili nella lotta ai cambiamenti climatici

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“Oggi l’America è leader mondiale quando si tratta di intraprendere serie azioni nella lotta ai Cambiamenti Climatici”. Con queste parole pronunciate lo scorso 6 novembre, il Presidente Usa Barack Obama ha giustificato il disimpegno degli Stati Uniti nell’installazione dell’oleodotto KeystoneXL, che avrebbe dovuto incanalare il petrolio bituminoso del Canada verso il Golfo del Messico. “Portare avanti quel progetto avrebbe indebolito la nostra leadership”. La decisione sull’oleodotto KeystoneXL dimostra una volta di più quanto il Riscaldamento Globale, provocato in larga misura dal consumo di combustili fossili, sia centrale nell’agenda dell’Amministrazione Obama. Questa lotta, però, non è più relegata alla questione ambientale: il pericolo che gli esseri umani un domani non siano in grado di adattarsi ai Cambiamenti Climatici ha aperto una riflessione profonda, in America e nel mondo, sull’attuale modello economico fondato sul carbon-fossile. “Continueremo ad appoggiarci a gas e petrolio mentre attuiamo, mentre dobbiamo attuare, la transizione a un’economia basata sull’energia pulita”, ha spiegato il Presidente Usa.

BarakObama-k0IE--621x414@LiveMintDa quando nel 2009 Obama è salito alla Casa Bianca, l’energia prodotta dall’eolico è triplicata, mentre è venti volte superiore quella derivante dal solare. Sempre dal 2009, le emissioni di gas serra sono diminuite circa il 17% rispetto al 2005 (un risultato su cui pesa la Crisi e il conseguente calo dei consumi energetici); era l’obiettivo indicato da Obama quando, nel suo primo anno di mandato, cercò di implementare il “Clean Energy Act”, una legge quadro per contrastare i Cambiamenti Climatici; all’epoca non passò perché non aveva i numeri al Senato.

Per anni nell’agenda americana è mancata una presa di posizione forte sul Riscaldamento Globale. Nel 2014, però, Obama ha rilanciato la sua visione su clima ed energia con il “Clean Power Plan”, un impianto normativo basato su due leggi già in vigore: il “Clean Air Act”, del 1970, e il “Clean Air Act Amendment”, del 1990. Con la promessa di tagliare i gas serra sensibilmente, e senza passare per le forche caudine del Congresso, gli Stati Uniti hanno confermato la loro serietà nella lotta contro i Cambiamenti Climatici; un messaggio recepito dalla Cina, alle prese con un nefasto inquinamento atmosferico; negli anni scorsi i due più grandi produttori di gas serra hanno avviato un negoziato bilaterale per stabilire un percorso comune, ma non identico, per consumare sempre meno i carbon-fossili, e sfruttare sempre di più le fonti rinnovabili: ne è scaturito un accordo che proietterebbe Usa e Cina verso una futura transizione energetica.

Secondo molti analisti, le reciproche promesse tra Usa e Cina rappresentano le fondamenta per la COP21 (Ventunesima Conferenza delle Parti), il Summit delle Nazioni Unite sul Clima che si terrà a Parigi dal prossimo 30 novembre. Per dodici giorni 195 Paesi, più l’Unione europea, cercheranno un accordo per limitare le emissioni di gas serra, e mantenere l’innalzamento delle temperature globali al di sotto dei 2°C, rispetto all’epoca pre-industriale, entro il 2100. I Paesi che producono gas serra per il 90% su scala mondiale, hanno giù consegnato alle Nazioni Unite i loro INDC (Intended Nationally Determined Contribution), il programma nazionale di ogni Stato per contrastare i Cambiamenti Climatici – sommando gli sforzi globali messi sul tavolo della COP21, la temperatura si alzerà comunque di 3°C, come annunciato da Christiana Figueres, Segretario delle Nazioni Unite sul Clima.

L’INDC degli Stati Uniti si basa proprio sul “Clean Power Plan”: punta a una riduzione dei gas serra del 28%, rispetto al 2005, entro il 2025; e dall’l’80% in su entro il 2050. Il piano prescrive tre linee guida per raggiungere questo obiettivo: migliorare l’efficienza degli impianti energetici; passare dagli impianti a carbone a quelli a gas; implementare il settore delle energie rinnovabili, partendo dal solare e l’eolico, e più in generale delle energie pulite (quindi nucleare compreso). Anche il programma americano recepisce le indicazioni del Quarto Rapporto di Valutazione dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), un foro scientifico delle Nazioni Unite che studia i Cambiamenti Climatici; se l’INDC venisse effettivamente attuato, aprirebbe la strada a una decarbonificazione dell’economia Usa, per quanto lenta.

Tuttavia la politica di Washington sul clima non è al riparo da critiche. Il primo problema riguarda proprio l’autoinvestitura a leader globali contro la lotta ai Cambiamenti Climatici, come ha sottolineato Carlo Carraro, Professore ordinario di Economia Ambientale all’Università Ca’ Foscari di Venezia: in un articolo del 19 gennaio 2015 postato sul suo blog, Carraro analizza il taglio di gas serra promesso dagli Stati Uniti non più rispetto al 2005, ma utilizzando l’anno di paragone scelto dall’Unione europea, ovvero il 1990. Se l’Europa ridurrà la CO2 del 40% entro il 2030, gli Stati Uniti si fermerebbero al 16,5%, meno della metà.

Attualmente gli Usa sono i maggiori consumatori di gas e petrolio, oltre che fra i principali produttori; insieme alla Cina, sono di gran lunga i primari produttori di CO2. Solo il 7% dell’energia elettrica viene generata dalle energie rinnovabili, e il Clean Power Plan punta a una soglia del 20% entro il 2030. In un articolo del 2 settembre scorso Adele Morris, analista del Brookings Institute, sottolinea che le regole del quadro normativo lanciato da Obama non sono sufficienti per raggiungere gli obiettivi di riduzione dei gas serra: il motivo è l’indeterminatezza del mercato, che tende a privilegiare le fonti tradizionali, oggi più economiche rispetto alle rinnovabili. E’ necessario, secondo la Morris, fissare una tassa sui derivati del carbonio, affinché le imprese americane possano programmare investimenti certi e a lungo termine nel campo energetico, e adattarsi alle normative del Clean Power Plan.

Un secondo problema riguarda la disponibilità di Washington a firmare un accordo vincolante alla COP21 rispetto agli impegni promessi nella lotta ai Cambiamenti Climatici; nell’INDC non è menzionata questa ipotesi, mentre in quello dell’Unione europea, ad esempio, la firma vincolante è esplicitamente richiesta. Non è chiaro, quindi, se gli Stati Uniti accetteranno un monitoraggio, ad opera delle Nazioni Unite, sull’effettiva riduzione di gas serra, ed eventuali sanzioni in caso gli obiettivi non verranno raggiunti.

Il Segretario di Stato americano John Kerry, di recente, ha dichiarato che gli Stati Uniti non firmeranno nessun trattato a Parigi: una mossa giustificata dal timore che un accordo sul modello del Protocollo di Kyoto verrebbe bocciato di nuovo al Congresso di Washington. Del resto, le campagne di molti rappresentanti della Camera e del Senato Usa, come nota un documento del MIT pubblicato nel 2014 e firmato da oltre 2400 accademici, sono state finanziate dalla lobby del carbon-fossile. Il Rapporto, titolato The Fossil Fuel Industry’s role in hindering Climate Change, evidenzia come Shell, British Petroleum, ExxonMobil sono impegnate da almeno due decenni in una campagna propagandistica per neutralizzare leggi di contrasto ai Cambiamenti Climatici.

Tuttavia questa opera, definita di disinformazione nel documento del MIT, è diventata oggetto di indagine da parte di Eric T. Schneiderman, Genaral Attorney dello Stato di New York; in passato la Exxon ha nascosto alcune ricerche che correlavano la CO2 con il Riscaldamento Globale: il procuratore di New York sta valutando se la società petrolifera, celando i rischi posti dai combustibili fossili, abbia commesso un reato. Si sta aprendo quindi un fronte culturale: le emissioni di gas serra, e in generale l’inquinamento atmosferico, cominciano a rappresentare uno stigma per le società che rifiutano di contribuire nella lotta ai Cambiamenti Climatici. In vista di Parigi, svariate multinazionali hanno fatto pervenire il loro programma di riduzione di CO2: alcune puntano al traguardo delle “emissioni-zero” nel giro di qualche anno.

Obama, nel suo discorso per giustificare il disimpegno dall’oleodotto KeystoneXL, concludeva così: “Se non vogliamo far diventare zone della Terra non solo inospitali ma inaccessibili, dobbiamo tenere sottoterra un po’ di combustibili fossili. Per questo ci riuniamo a Parigi, per proteggere l’unico Pianeta che abbiamo. Se vogliamo prevenire i peggiori effetti dei Cambiamenti Climatici, il tempo di agire è adesso”.

di Cristiano Arienti

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