Elezioni Usa: i numeri della Clinton, di Sanders, e la matematica del vento

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La matematica è il linguaggio che spiega l’universo, dalle onde gravitazionali ai bilanci di casa. A volte sembra semplice, come nel caso dell’attuale corsa alla Casa Bianca: i numeri dicono che il candidato democratico Bernie Sanders non può più vincere le primarie basandosi solo sul voto popolare; dovrebbe rastrellare oltre il 100% dei delegati nelle restanti 13 votazioni. Per ottenere la nomination, quindi, gli rimarrebbe da sperare sul sostegno dei superdelegati del DNC, la Commissione Nazionale del Partito Democratico. Tuttavia la schiacciante maggioranza dei 715 superdelegati, composti da Rappresentanti del Congresso, notabili ed ex figure nobili del partito, ha già annunciato il proprio favore per la rivale Hillary Clinton.

L’ex Segretario di Stato, quindi, avrebbe virtualmente blindato la nomination per le elezioni Presidenziali, che la vedrebbero opposta al già sicuro candidato repubblicano Donald Trump.

In concreto, però, la Clinton non ha ancora raggiunto la maggioranza assoluta dei delegati, fissata a quota 2383: attualmente ne ha 1701, contro i 1417 del rivale Sanders; per ottenerla, dovrebbe ricevere il 73% delle preferenze nelle rimanenti votazioni. E’ una prospettiva molto improbabile, visto che i sondaggi vedono Sanders avanti in molti dei 13 Stati/Territori americani dove i cittadini possono ancora scegliere tra i due candidati.

Sanders ha la possibilità di avvicinarsi ulteriormente alla sua rivale: i delegati ancora in gioco sono 1033, in teoria ci sarebbero addirittura i margini di un sorpasso, per quanto remoto.

Formule ventoLa matematica di queste primarie democratiche, in realtà, è più complessa di quanto si voglia ammettere, perchè deve decifrare l’andamento di un vento imprevisto: quello del cambiamento, rappresentato da Sanders; il soffio di questo vento ha acquisito forza grazie a milioni di cittadini che credono in lui, e hanno finanziato la sua campagna elettorale.

Dato per spacciato, e con una copertura mediatica tendente allo zero, Sanders è stato sospinto, settimana dopo settimana, da una corrente di elettori energizzati dal suo messaggio in campo sociale ed economico. Il vento del cambiamento ha spazzato le urne fin dalla prima votazione: ha sollevato dalla polvere il Senatore del Vermont a rivale credibile contro Hillary Clinton, che nei pronostici avrebbe dovuto abbattersi come uno Zeus sulle primarie.

E invece, prima delle votazioni nello Stato di New York del 18 aprile, Sanders aveva conquistato 18 tornate elettorali su 35, sebbene la rivale lo sopravanzasse nel voto popolare.

Ma il vento si è smorzato brutalmente proprio a New York, dove la Clinton ha fermato, forse in maniera definitiva, la rincorsa di Sanders (al netto della probabile frode elettorale nei seggi di Brooklyn).

Nei giorni successivi l’ex Segretario di Stato è riuscita a conquistare altri quattro Stati su cinque, tra cui la popolosa Pennsylvania.

Analisti politici come Paul Krugman del Nyt, ancor prima di queste tornate elettorali favorevoli alla Clinton, avevano sentenziato: la matematica impone a Sanders di fermarsi, la sua corsa è ormai dannosa per il partito democratico.

Dalla conquista di New York e Pennsylvania, l’entourage della Clinton insiste perchè Sanders abbandoni: il Senatore del Vermont, dicono, non potrà mai vincere, e ormai le primarie sono inutili.

Tanto inutili che lo scorso 3 maggio Sanders, a sorpresa, si è imposto in Indiana, riacciuffando un po’ di quel vento che lo aveva sospinto a marzo e aprile, e riportando un po’ di entusiasmo fra i suoi sostenitori.

La richiesta di abbandono da parte dell’entourage della Clinton non è stata contraddetta solo dal voto in Indiana. Secondo un recente sondaggio della Nbc condotto su 15.000 persone, la maggioranza degli elettori democratici ritiene che Sanders debba restare in corsa fino alla Convention di Philadephia, che si terrà il prossimo luglio.

Sanders, per altro, ha già fatto sapere che si presenterà alla Convention, dove verrà ufficializzato il candidato democratico: vuole far valere il 45% del voto popolare finora raccolto, con il dichiarato intento di creare una vera piattaforma progressista nel partito. E’ l’unico modo, secondo lui, di coinvolgere la base democratica disillusa da come l’amministrazione Obama ha gestito il post-crisi. Il traguardo non è solo la vittoria nelle elezioni di novembre, ma la futura conquista dei due rami del Congresso, con i quali la Casa Bianca si confronta quotidianamente per far passare le sue politiche.

Un Presidente moderato come Barack Obama ha faticato moltissimo negli ultimi sei anni, con Senato e Camera in mano ai Repubblicani; era giunto alla Casa Bianca cavalcando il vento del “yes we can (change)”, ma il cambiamento si è incanalato nel tunnel dei compromessi politici, anche all’interno del suo stesso partito; e si è impigliato nella ragnatela di uno sterile dialogo con gli avversari.

Un altro motivo per cui Sanders intende correre fino in fondo, è la volontà di cambiare alcune regole del gioco all’interno del Partito Democratico: prima fra tutte, contestare la sentenza della Corte Suprema del 2010, che garantisce la possibilità alle multinazionali di finanziare le campagne elettorali. I politici promettono ai grandi donatori, in cambio di sostegni economici, di non colpire i loro business; anche a costo di sfavorire gli elettori e, in definitiva, i cittadini. Le multinazionali sostengono persone che poi, una volta alla Casa Bianca o al Congresso, bloccano o annacquano leggi chiave sull’ambiente, sulla salute, sulla sanità, sul welfare sulla finanza.

La Clinton, con un superpack di multinazionali e lobbisti alle spalle, è l’alfiere di questa politica nel mirino del Senatore del Vermont.

In secondo luogo, alla Convention Sanders affronterà la questione dei superdelegati nelle primarie democratiche: in quelle attuali, le 715 personalità del partito possono influire di un buon 15% sul risultato finale, di fatto limitando la forza del voto popolare. In fondo lo scopo, quando vennero istituiti nel 1984, era questo: evitare l’emergere di candidati troppo progressisti in un Paese, l’America, molto conservatore.

Anche il loro uso improprio, secondo Sanders e altri, è sbagliato: il singolo candidato può costruire una coalizione tra superdelegati, appartenenti all’élite del partito, da aggiungere ai delegati raccolti con il voto popolare. In queste elezioni la Clinton ha raccolto attorno a sé 400 superdelegati prima ancora del voto in Iowa, lo Stato dove partono le primarie americane; nessun cittadino aveva ancora varcato la soglia di un seggio elettorale, ma l’ex First Lady aveva già un vantaggio di 400 delegati sul rivale!

Dopo la votazione nel terzo Stato, il Nevada, Sanders era di poco indietro alla Clinton, ma con i superdelegati nel conteggio, pareva ai piedi di un Everest da scalare; sulla cui cima l’ex Segretario di Stato aveva già piantato la bandierina con la “H”, il simbolo della sua campagna.

La confusione ha offuscato così tanto il reale andamento delle elezioni, che Luis Miranda, Direttore delle Comunicazioni del DNC, ha dovuto chiarire recentemente alla Cnn: i superdelegati esprimeranno ufficialmente il loro sostegno per un candidato solo alla Convention.

E’ chiaro che prima possono esprimere delle intenzioni, ma è vero che a seconda di come gira il vento delle primarie la loro scelta può cambiare; come era accaduto, del resto, nel 2008, quando una consistente quota di superdelegati avevano dato il proprio appoggio alla Clinton, salvo poi toglierlo in favore dell’incombente Barack Obama.

Proprio per il meccanismo dei superdelegati Sanders, dopo la vittoria a sorpresa in Indiana, ha dichiarato: posso ancora vincere la nomination, e puntare alla Casa Bianca. Diventa facile contestarlo sul piano morale, perché la sua posizione suona falsa; ma ha tutte le ragioni del mondo, se si guardano le regole: tecnicamente, può farcela.

In questo modo si sottolinea la contraddizione del meccanismo per eleggere il candidato alla Casa Bianca: che cosa sarebbe successo se fosse accaduto il contrario? Se Sanders davvero ottenesse la maggioranza relativa dei voti, ma i superdelegati appoggiassero lo stesso la Clinton?

La Clinton presto si autoproclamerà presunta candidata del Partito Democratico per le elezioni democratiche, e il DNC sta già facendo di tutto per contenere le pretese di Sanders; la Direttrice è Debbie Wasserman Schultz, già a capo della campagna elettorale della Clinton nel 2008.

La Schultz, per altro, sta inserendo nei ruoli chiave delle commissioni della Convention uomini fedeli alla Clinton, affinché l’ex First Lady venga dichiarata vincitrice per acclamazione. A ruoli invertiti, ovvero Sanders con la maggioranza relativa dei delegati, il DNC farebbe lo stesso? Oppure procederebbe a una votazione con i superdelegati sulla bilancia?

In fondo anche nel 2008 Hillary non si arrese subito alla matematica; dopo l’ultima tornata elettorale, all’inizio di giugno, Barack Obama aveva una stringata maggioranza relativa dei delegati, ma l’informale, e decisivo, appoggio delle maggioranza dei superdelagati; l’ex First Lady si prese del tempo prima di concedere la vittoria al rivale, che si era proclamato presunto candidato democratico alla Casa Bianca.

In quel lasso, come documenta un articolo del Nyt, iniziò una lunga trattativa che avrebbe garantito alla Clinton il Dipartimento di Stato, e la guida della politica estera (e degli affari esteri) della Casa Bianca. Qualche giorno dopo, infatti, la Clinton concedeva la vittoria al rivale; tuttavia alla Convention di Denver, nell’agosto successivo, impose una votazione con il suo nome insieme a quello di Obama: voleva rendere manifesto il suo potere nel partito, anche in forza del voto popolare raccolto durante le primarie.

L’appoggio della Clinton a Obama nelle elezioni generali fu oggetto di un vero e proprio baratto.

Oggi invece la Clinton e il suo entourage fanno finta che il rivale, forte del 45% del voto popolare e molto amato anche fra gli indipendenti, non esista, che sia solo un inciampo verso la Casa Bianca. L’ex Segretario di Stato ha implicitamente affermato in una recente intervista alla Nbc che il Senatore del Vermont, siccome avrebbe già perso, non può pretendere nulla. E ancora: non è lei a dover fare un passo verso gli elettori di Sanders, ma sono “loro” che devono fare uno sforzo; le mie politiche, dice la Clinton, in fondo non sono diverse da quelle del mio avversario.

“Loro”, sono la stragrande maggioranza degli elettori democratici dai 18 ai 45, i quali hanno votato in massa per Bernie Sanders. Se l’atteggiamento della Clinton non cambia, rischia di alienarseli, in vista di una contesa con Trump. Il movimento #BernieorBust, cioè coloro che non voterebbero la Clinton alle elezioni generali, non è irrilevante: all’inizio di aprile, secondo un sondaggio McClatchy, erano il 25% fra sostenitori di Sanders.

Forse però il problema è proprio la storia della Clinton, neoliberista in campo economico e sociale, militarista in politica estera, come ammette il Nyt; e con alle spalle i soldi delle multinazionali: per tutti questi motivi, non riscuote nessuna fiducia in una parte consistente degli elettori democratici.

Infatti la strategia della Clinton punta già all’elettorato moderato dei Repubblicani, coloro che non digeriscono la vittoria di Trump alle primarie. E sta corteggiando i grandi donatori connessi con la famiglia Bush, uscita a pezzi nello scontro con il magnate populista.

Ma c’è un altro fattore che l’entourage della candidata democratica finge di ignorare: l’indagine che l’Fbi sta conducendo sull’utilizzo del server privato quando la Clinton era al Dipartimento di Stato. L’accusa, se dovesse essere formalizzata, sarebbe gravissima: uso improprio di documenti top-secret, e occultamento e distruzione di materiale ufficiale.

A Brian Pagliano, il dipendente della Clinton che gestiva il server, l’Fbi ha garantito l’immunità per convincerlo a collaborare. Guccifer, l’hacker romeno che era penetrato nel server e aveva reso pubbliche alcune email molto delicate della Clinton, è stato estradato negli Usa; all’Fbi ha detto che è stata un’operazione molto semplice, implicando che altri hacker, magari di Paesi ostili, ci sono riusciti.

La Clinton dovrebbe presto essere chiamata a testimoniare, come è accaduto per molti dei suoi più stretti collaboratori.

E’ poco probabile che l’Fbi metta in stato di accusa una potenziale candidata alla Casa Bianca per reati federali, ma non è una possibilità così remota, come ha sottolineato Cenk Uygur, analista di Tyt.

Quando nel dibattito dello scorso 9 marzo le è stato chiesto se farebbe un passo indietro qualora fosse indagata, la Clinton ha risposto prima con una risata, poi ha affermato che non accadrà mai.

In realtà i freddi numeri decifrati da un hacker, e le formule che permettono il funzionamento di un server, proverebbero il contrario. Anche la giustizia si basa su leggi della matematica, non solo le elezioni americane, o la dinamica del vento.

E Hillary Clinton, insieme all’élite del Partito Democratico, sta marciando contro il vento del cambiamento.

Di Cristiano Arienti

https://twitter.com/SethAbramson

http://projects.fivethirtyeight.com/election-2016/delegate-targets/democrats/

http://thehill.com/policy/national-security/278916-fbi-interviewed-clinton-aide-huma-abedin-in-email-probe-report

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