Elezioni Usa: storia di una sconfitta democratica

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“Perché dovremmo fidarci di te per guidare il Partito in questo momento? Hai sostenuto un candidato sbagliato; te, e chi è venuto prima di te, avete tramato in queste elezioni per ottenere il vostro personale tornaconto.”

Sono le accuse di un funzionario del DNC (il Partito Democratico), rivolte durante un’assemblea a Donna Brazile, Presidente ad interim del Partito, due giorni dopo la bruciante elezione di Donald Trump alla Casa Bianca.

“Voi siete parte del problema, ha continuato il funzionario, perchè avete spianato la strada a Trump, fiancheggiando Hillary Clinton fin dall’inizio.”

Il Partito Democratico, dalla notte delle elezioni, è ormai nel mirino dei critici che per un anno e mezzo avevano messo in dubbio la gestione di queste Presidenziali: Hillary Clinton era stata incoronata ben prima delle Primarie e dell’inattesa ascesa di Bernie Sanders. La logica del potere ha avuto la meglio su qualsiasi valutazione politica: a partire dalla reale disponibilità degli elettori ad accettare la “de facto” nomination democratica, e votarla nelle urne. Già bocciata nel 2008, per altro, quando le Primarie furono vinte da Barack Obama.

Il Sequestro delle Primarie Democratiche

Il mancato appoggio della Senatrice Elizabeth Warren a Bernie Sanders, lo scorso febbraio, è uno dei punti focali di queste Presidenziali Usa 2016. Dopo il sostanziale pareggio in Iowa contro Hillary Clinton, e la clamorosa vittoria in New Hampshire, la politica americana aveva dovuto prendere atto che Sanders era un serio candidato per la nomination democratica: lo sconosciuto Senatore del Vermont, nei due Stati che aprono le Primarie, aveva negato la vittoria a una regina della politica mondiale; Hillary Clinton, la candidata dell’establishment, con alle spalle i miliardi di Wall-Street, era stata umiliata da un socialista, sostenuto da cittadini che gli donano in media 27$, e che si presenta come il nemico dei banchieri.

E WarrenUna posizione non dissimile dalla paladina di OccupyWallStreet: quell’Elizabeth Warren, professoressa di finanza ad Harvard, che nel 2008, in piena crisi, aveva supervisionato per il Governo il salvataggio delle banche; ne era uscita così nauseata che decise di scendere in politica: nel 2012 stravinse un seggio del Massachusetts al Congresso, con la promessa di difendere i cittadini dalla rapacità della grande finanza; d’altronde era sua la proposta, nel 2007, dell’ Agenzia per la Protezione dei Consumatori (inaugurata nel 2010 con la Dodd-Frank).

Dopo i risultati in Iowa e New Hampshire, la base democratica si getta anima e corpo nella sfida contro la Clinton, e moltiplica gli appelli alla Warren perchè appoggi ufficialmente Sanders; l’endorsement della Senatrice, però, non arriverà mai. Il 1 marzo si vota nel Super Tuesday, con 12 Stati in gioco: Sanders ne vince nettamente alcuni, ma perde di un soffio il Massachusetts, pezzo pregiato di quella giornata. Una benedizione della Warren, quasi certamente, avrebbe assicurato a Sanders una convincente vittoria anche in quello Stato: la combinazione avrebbe potuto cambiare l’inerzia delle Primarie in modo inarrestabile. Invece, la corsa si è conclusa con la vittoria matematica della Clinton ai primi di giugno, nell’ultima tornata elettorale.

In quei quattro mesi, tra la base democratica, è risuonata una domanda: perchè la Warren non ha appoggiato Bernie Sanders?

La risposta è arrivata con le Podestaemails: cioè la pubblicazione da parte di Wikileaks, dall’ottobre 2016, dell’archivio email di John Podesta, capo-campagna di Hillary Clinton. In una di queste email salta fuori che per tutto il 2014, ben due anni prima delle elezioni Presidenziali, Elizabeth Warren era stata corteggiata dalla Clinton per ottenere un appoggio. L’incontro decisivo si tenne il 4 dicembre 2014, e si concentrava sulla politica economico-finanziaria. L’endorsement, pubblicamente, non arriva: tuttavia la Warren deve aver concesso, in privato, una sorta di neutralità.

Pochi mesi dopo la Senatrice, inaspettatamente, si è trovata di fronte a un problema: la sua popolarità, per le battaglie contro Wall-Street in Commissione Attività Bancarie del Senato. All’inizio del 2015 la base democratica capisce che non esiste un’alternativa alla Clinton: un esteso movimento lancia così la candidatura della Warren: con lo slogan “Run Warren Run”, parte una raccolta fondi, e vengono aperti uffici elettorali in Iowa e New Hampshire. In poche settimane la Senatrice diventa un fattore con cui fare i conti.

Gli appelli, a un certo punto disperati, si sono infranti di fronte al rifiuto categorico della Warren a partecipare alle Primarie. In campo rimane una sola alternativa, sostenuta dall’apparato del Partito Democratico.

Tra la primavera e l’estate del 2015 risuona una domanda: perchè la Warren non scende in campo? Almeno per costringere Hillary Clinton, nell’arena dei dibattiti, a sbilanciarsi su posizioni progressiste nel settore economico e finanziario?

La risposta va cercata un anno dopo, al termine delle Primarie, nel giugno 2016, quando Sanders ormai non ha più nessuna chance di aggiudicarsi la nomination. La Warren scioglie finalmente ogni dubbio: anche lei è con Hillary Clinton. L’endorsement giunge dopo un incontro privato con l’ex Segretario di Stato; viene reso pubblico durante un’intervista alla Msnbc, nella quale afferma: “Sì, sono pronta (a diventare Vice-Presidente qualora Hillary Clinton me lo chiedesse).

A meno che i diretti interessati non lo svelino, non sapremo mai che promesse fece la Clinton alla Warren, nel dicembre 2014 e nel giugno 2016, per garantirsi neutralità prima, e un appoggio poi; forse la guida di un ministero, forse la Vice-Presidenza. Sappiamo però, sempre tramite le Podestaemails, che la nomination democratica aveva già scelto il suo running mate nel luglio 2015: il neo-liberista Tim Kaine, favorevole ai Trattati commerciali internazionali, e attento ai bisogni di Wall-Street; se possibile, il contrario di Elizabeth Warren e Bernie Sanders.

Kaine

Clinton e Kaine

Kaine, oggi Senatore, nel 2009 era Governatore della Virginia, e venne appuntato dal Presidente Usa Barack Obama alla guida del DNC. Nel 2011 rassegnò le dimissioni, e al suo posto venne nominata Debbie Wasserman Schultz, Senatrice della Florida e fedelissima di Hillary Clinton – la Schultz era stata la Direttrice della Campagna Presidenziale della Clinton nel 2008.

Di nuovo, a meno di rivelazioni dai diretti interessati, non si saprà mai che cosa fu promesso a Kaine per lasciare a una clintoniana di ferro la presidenza del DNC. Possiamo immaginare che Barack Obama, accettando Hillary come sua erede nel 2016, avesse preteso una continuità politica.

Di certo, a capo del Partito Democratico, la Schultz ha lavorato dietro le quinte affinché la nomination della Clinton fosse blindata. Sei mesi prima delle Primarie, l’ex Segretario di Stato si era assicurata l’appoggio di 440 superdelegati (su 730), ovvero figure nobili del Partito il cui voto vale quanto quello dei delegati vinti durante le consultazioni; a metà 2015, la Clinton aveva già 1/5 dei delegati (compresi i super) necessari per aggiudicarsi la nomination. Un vantaggio quasi insormontabile. Tanto che il Vice-Presidente Joe Biden ha rinunciato a candidarsi per evitare la macchina elettorale dei Clinton.

I superdelegati sono lobbysti di Washington, Rappresentanti nei congressi statali, governatori: fanno riferimento al Partito Democratico dei rispettivi Stati e/o ai vertici del DNC. E proprio a metà del 2015, i Partiti Democratici di ben 33 Stati hanno accettato di partecipare al Victory Fund di Hillary Clinton: parte dei finanziamenti della Campagna di Hillary Clinton sono finiti nelle loro casse. Il tacito accordo prevedeva l’endorsement all’ex Segretario di Stato. Il tutto con la supervisione del DNC.

Gli elettori Democratici, di fatto, erano stati tagliati fuori dal processo decisionale per eleggere il Presidente.

Lo scollamento del Partito Democratico dalla realtà

La piattaforma della Clinton, quindi, non è mai stata politica nel senso stretto della parola: l’ex Segretario di Stato ha ricevuto quasi carta bianca dai Partiti locali in cambio di fondi; alla Casa Bianca bastava la promessa di continuità. Il merito delle proposte della Clinton non sarebbe mai stato oggetto di dibattito, durante le Primarie, se non si fosse candidato il Senatore Bernie Sanders.

Sanders fightPur isolato, visto l’appoggio enorme riservato alla Clinton, e nel più totale disinteresse dei media, il vecchio socialista originario di New York scese in campo per mettere sotto i riflettori le fasce più deboli della popolazione, e la classe media, colpite duramente dalla Crisi. Il messaggio di Sanders, unito a un’articolata proposta nei vari settori del Paese, era semplice e diretto: le politiche neo-liberiste in favore di banche e multinazionali stanno spegnendo la speranza di una vita dignitosa per molti americani, erodono il potere d’acquisto, e generano insicurezza. A future to believe in – un futuro in cui credere: ecco cosa offriva Sanders. Uno slogan forse populista, ma che gli ha permesso di creare attorno a sé un movimento dal basso, solido e pieno di energia.

In pochi mesi il Senatore del Vermont è diventato quel contendente credibile che il DNC, con una strategia lungimirante, aveva cercato di evitare; non hanno funzionato il black-out dei mezzi di informazione sulla sua candidatura, o l’ostracismo del Partito contro la sua campagna elettorale. Gli shock elettorali in Iowa e New Hampshire rappresentavano il segno di quella spaccatura tra i vertici del DNC e la base democratica iniziata con la fallita candidatura della Warren.

Oggi, grazie al DNCleak, 21.000 email interne al Partito Democratico rese pubbliche da Wikileaks, sappiamo qual è stata la reazione del DNC: ha infiltrato la campagna di Sanders; ha ignorato i pericoli di soppressione di voto in Stati chiave come Arizona, New York, Porto Rico, California; ha “arruolato” giornalisti  perché scrivessero articoli killer contro il Senatore del Vermont, o mestassero le acque intorno agli scandali dei Clinton. Ha favorito al 100% la Clinton nonostante un preteso ruolo di imparzialità.

Lo scandalo del DNCleak, che ha costretto alle dimissioni la Presidente del DNC Wasserman Schultz, è scoppiato in concomitanza della Convention di Philadelphia; l’incoronazione di Hillary Clinton è avvenuta in un clima straniante: c’era la spaccatura tra i vertici del Partito e la base democratica da ricucire; e un bacino elettorale, quello degli indipendenti, tutto da riconquistare.

“Feel the math” 

Secondo i sondaggi di maggio, quando la matematica non condannava ancora Sanders, Clinton fluttuava intorno a un +3% su Trump, con sostanziali pareggi in quegli swing States per lei fatali lo scorso 8 novembre. All’epoca, a causa dell’indagine criminale dell’Fbi sul server privato, già cominciavano ad addensarsi nuvoloni sulla strada dell’ex Segretario di Stato; ancora dovevano scoppiare le tempeste del DNCleak e delle Podestaemails, e la pubblicazione dei discorsi della Clinton ai manager di Goldman Sachs, nei quali dichiarava: “per un politico è necessario avere una posizione pubblica e una privata”.

Nel medesimo periodo, Sanders era dato con un solido +11% di media nello scontro diretto contro Trump. Tuttavia veniva deriso dalle colonne del NYTimes con il “feel the math” coniato dall’economista Paul Krugman, storpiatura del “feel the bern“; se quest’ultimo invitava a “sentire Bernie”, ma anche la voce di chi in questi anni è rimasto “scottato” dalla crisi, “senti la matematica” era un modo per dire: ritirati, tanto con i superdelegati la nomination della Clinton è blindata.

Il problema di Krugman, del DNC, e di tutti quelli che hanno sostenuto a priori la Clinton, erano proprio le addizioni: nei loro modelli non aggiungevano mai l’incognita degli indipendenti, la vera chiave magica per aprire le porte della Casa Bianca.

Le proposte in campo occupazionale ed economico del Senatore del Vermont, indubbiamente, attiravano non solo la base democratica, ma gran parte degli indipendenti. Invece, questi ultimi hanno fatto mancare il loro appoggio alla Clinton nelle Presidenziali; hanno preferito Donald Trump, il quale ha promesso “il lavoro”, ha minacciato i trattati commerciali internazionali già firmati o in divenire (Nafta, TPI, TTPI), e ha proposto una nuova Glass-Steagall, ovvero separazione tra banche d’investimento e banche commerciali.

Il voto degli indipendenti a Trump ha generato un terremoto elettorale: ha consegnato al candidato repubblicano Ohio, Michigan, Wisconsin, e Pennsylvania: la “Rust Belt” del nord-est, dove si è assistito a un collasso dell’occupazione e del tenore di vita a causa della globalizzazione, prima ancora che della Crisi. Il cineasta Micheal Moore l’aveva ampiamente previsto in luglio.

Di sicuro Clinton è stata punita nelle urne anche per la riapertura, ad appena 12 giorni dal voto, dell’inchiesta criminale sul server da parte dell’Fbi – una questione che minava la sua candidatura dal 2015, e non è ancora risolta. Fino a quel momento i sondaggi davano la nomination democratica in netto vantaggio sul rivale; ma resta da capire, a questo punto, quanto fossero affidabili. Il sondaggio USC/LATimes, da metà ottobre in poi, poneva Trump avanti con un +3%.

E’ un fatto che alla Clinton sono mancati circa 7 milioni di voti che avevano assicurato la Casa Bianca a Barack Obama: molti sono identificabili proprio nelle fasce di “bianchi” che nel 2008 e nel 2012 avevano sostenuto il primo Presidente afro-americano nella storia degli Stati Uniti.

E’ innegabile che la sconfitta di Hillary Clinton, prima che etnico-sociale, o scandalistica, è politica.

Un sondaggio condotto da Gravis a due giorni dal voto ha dato la seguente indicazione: Bernie Sanders avanti +12% su Trump; il risultato della rilevazione, commissionata da un Rappresentante della Florida, è consistente con tutti i sondaggi che opponevano il candidato Repubblicano al Senatore del Vermont: Trump è sempre risultato perdente.

La strategia del DNC è stata rovinosa: il Partito Democratico è uscito sconfitto contro, come lo ha definito il Board editoriale del New York Times, “il peggior candidato Presidenziale nella storia americana moderna”.

Come dare torto al funzionario del DNC che, due giorni dopo questo storico disastro, ha accusato i vertici del partito: “Voi siete parte del problema”.

di Cristiano Arienti

http://www.dailymail.co.uk/news/article-3862746/Bernie-Sanders-wife-begged-Vermont-governor-not-endorse-Hillary-Clinton-leaked-email-reveals-denies-asking-worthless-support.html

 

 

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