Trump, Exxon, Russia, e la proporzione inversa occupazione-clima

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Reindustrializzare gli Stati Uniti, e quindi rilanciare l’occupazione, è il messaggio che ha consegnato la Casa Bianca a Donald Trump: “Make America Great Again”, come slogan, ha riportato alla mente un’epoca in cui al primato economico corrispondeva una formidabile produzione manifatturiera, con annessa prosperità dell’indotto. Oggi, il primato economico americano è ancora incontrastato (se si ignora un debito pubblico monstre da quasi 20.000 miliardi di $): su Wall Street si impernia il sistema finanziario globale; le multinazionali Usa acquistano imprese in tutto il mondo; Nasa, MIT e la Silicon Valley sono i bastioni del progresso tecnologico planetario; ma la produzione manifatturiera è andata calando negli ultimi decenni, erosa dalla manodopera a basso costo di Paesi centroamericani prima, e asiatici poi. La forza lavoro Usa in questo settore, unita a quelli dell’estrazione, del trasporto e dell’artigianato, arriva al 20%: è dalla Cina che giungono molti dei prodotti progettati negli studi e nei laboratori della California e del Texas, di New York e Boston; l’import da Pechino ha raggiunto un picco del 20% (fonte: Cia FactBook).

TrumpNella visione di Trump, quei manufatti dovrebbero essere prodotti nelle fabbriche americane, così si potrebbe risollevare l’occupazione, e ridare fiato a una classe media colpita in modo inesorabile dalla Crisi del 2007-2008 (la quale però ha radici finanziarie); per questo ha promesso di creare dazi doganali contro la delocalizzazione, e di disfare le trattative degli accordi internazionali sul commercio (TTPI, TPP): il suo obiettivo è riammettere gli americani nel mercato del lavoro in molti settori, e non solo quello manifatturiero (nel quale, peraltro, l’automazione ridurrà sempre più la forza lavoro). Ufficialmente, i disoccupati sono sotto il 5%, il tasso più basso dal 2008; in realtà, come dimostrano studi basati sull’ultimo censimento, i numeri reali potrebbero essere ben più drammatici.

Ma ripristinare una sorta di dazi interni a favore della manodopera Usa potrebbe non bastare, nell’ottica di Trump: il problema è facilitare l’intraprendenza delle aziende americane, creando pari opportunità con tutte quelle imprese asiatiche libere da vincoli troppo stretti imposti negli Stati Uniti. Vincoli come la protezione della salute di lavoratori, consumatori, e cittadini; a cui si aggiungono regolamentazioni sempre più rigide per salvaguardare l’ambiente.

Negli anni tutte queste politiche, dall’energia all’industria, dall’ambiente all’occupazione, dalla salute al commercio, si sono incardinate nella scienza del Cambiamento Climatico antropico: l’emissione dei gas climalteranti, prodotti principalmente dai carbonfossili, aumenta l’effetto serra nell’atmosfera, impattando sugli ecosistemi in modo allarmante, per rapidità e portata. L’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), il gruppo di studio Onu sul Cambiamento Climatico, ha dichiarato: se la comunità internazionale non agisce, entro qualche decina di anni il riscaldamento globale potrebbe variare dai 3 ai 6°C, sconvolgendo la vita sull’intero pianeta.

Nel 2014, 2015 e 2016, in successione, si sono registrate le temperature più alte, a livello globale e in molte regioni, degli ultimi 120 anni – cioè da quando si è iniziato a misurarle con metodo e in modo capillare.

Oggi i costi sociali del carbon-fossile non sono più trascurabili, come ha sentenziato una Corte federale Usa già nel 2008: un pannello delle agenzie governative, basandosi sui dati scientifici disponibili, ha stimato un impatto di circa 36$ per tonnellata di anidride carbonica emessa. L’uomo produce circa 30 miliardi di tonnellate di CO2 all’anno (fonte), e gli Usa sono il secondo produttore al mondo.

L’Amministrazione Obama, perciò, ha messo a punto il Clean Power Plan, legge quadro per ridurre le emissioni di gas climalteranti. Basata sulla scienza e su leggi già in vigore, il Clean Power Plan ha evitato le forche caudine del Congresso Usa, a maggioranza repubblicano; un Congresso molto sensibile all’industria del carbon-fossile, e che tende a considerare il Cambiamento Climatico di natura antropica una bufala.

Circondato da feroci critiche in patria, il Clean Power Plan ha posto le fondamenta per l’Accordo di Parigi del 2015, dove circa 200 Paesi, compreso il primo produttore di CO2 al mondo, la Cina, si sono impegnati a mantenere il riscaldamento globale ben al di sotto dei 2°C, rispetto all’epoca pre-industriale, entro il 2100. In sostanza, il XXI secolo dovrebbe segnare la transizione energetica dal carbon-fossile alle rinnovabili. Già entro il 2050, se l’accordo venisse rispettato, le emissioni in molti Paesi industrializzati dovrebbero ridursi del 75%. Negli Usa si genererà elettricità quasi esclusivamente attraverso le fonti pulite.

L’impostazione di questo accordo, fondato sui Contributi Determinati di ogni singola nazione (NDC), riscrive le regole dell’energia, dell’industria, del trasporto, della gestione del territorio: proietta gli Stati Uniti, e il mondo, verso un futuro libero dall’inquinamento del carbonio, e i suoi effetti su clima e salute. Un futuro in cui l’energia è illimitata, perché illimitati sono i raggi solari, i venti, le correnti marine.

Nell’ottica di Trump l’imposizione di queste regole è inaccettabile per le imprese americane, tenendo conto della disparità degli NDC: quello americano è molto più incisivo e meno opaco di quello cinese (ma l’NDC dell’Unione europea, a sua volta, è più coraggioso rispetto all’NDC di Washington).

In pratica l’Accordo di Parigi rappresenta la negazione della visione di Trump: il neo Presidente Usa vuole un’economia più competitiva attraverso la deregolamentazione; cercherà di sfruttare qualsiasi nicchia industriale pur di incrementare l’occupazione. E il settore sistemico nell’economia Usa, fino ad oggi, è stato il carbon-fossile: limitarlo, per Trump, significa frenare l’occupazione, e tagliarsi una gran fetta di energia a basso costo su scala nazionale.

Nell’agenda di Trump, il 2050, una data simbolica per la comunità internazionale, non esiste: il riscaldamento globale antropico, che Trump nel 2009 aveva riconosciuto come un grave problema, diventa l’ostacolo principale alla realizzazione della sua promessa: come può la manifattura americana tornare al primato, se le aziende sono ostacolate da vincoli inesistenti in Cina, o mai rispettati?

Questo è il substrato ideologico che spinse Trump a scrivere il celebre tweet nel 2014: “Il concetto del riscaldamento globale è stato creato da e per la Cina, per ridurre la competitività manifatturiera degli Stati Uniti.”

Fra il 2009 e il 2014 Trump ha cambiato radicalmente posizione per una questione economica; non perché la scienza abbia fallito nel certificare le attività umane come causa del Cambiamento Climatico in corso (anzi, è avvenuto il contrario).

E’ il 2020 l’unica data che conta nell’agenda di Trump: la sua Amministrazione verrà giudicata per ogni posto di lavoro creato nei prossimi anni. E’ completamente fuori dal suo orizzonte la minaccia dell’innalzamento delle acque, e l’inondazione di intere fasce costiere (già oggi le assicurazioni Usa si rifiutano di coprire case troppo vicine all’oceano Atlantico); o i danni sull’agricoltura e la pesca, per via della catastrofica mutazione degli ecosistemi; o l’invivibilità di aree del pianeta a causa dell’aumento delle temperature, e conseguenti esodi verso territori più miti.

Secondo studi condotti da militari, il Cambiamento Climatico provocherà decine di milioni di “rifugiati”, e migrazioni su una scala ancora oggi imprevedibile; le Nazioni Unite hanno già riconosciuto la posizione di chi, per via del fenomeno, è costretto ad abbandonare la propria comunità. Il Presidente Usa Barack Obama ha più volte definito il Cambiamento Climatico una priorità nella sicurezza nazionale.

A Trump basta dichiararsi scettico verso il riscaldamento globale antropico per ignorare tutti questi problemi, e concentrarsi unicamente sul business. Non è un caso che alcuni posti chiave dell’Amministrazione Trump verranno ricoperti da persone che la pensano, grosso modo, come lui: negare il riscaldamento globale antropico (o restare tiepidi di fronte alle emergenze che determina), è stato il principale requisito politico per le nomine; in vista del tentativo di smantellare il Clean Power Plan, magari far uscire gli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi, e deregolamentare il settore energetico-industriale.

Il Governo che rigetta la Scienza climatica

All’Epa, l’Agenzia di Protezione dell’Ambiente Usa, si insedia Scott Pruitt, già Attorney General dell’Oklahoma; in quella posizione, tramando con i lobbisti dell’industria del carbon-fossile, ha guidato la fronda degli Stati conservatori proprio contro l’Epa e i vincoli sull’aria pulita. E’ arrivato perfino a denunciare gli Stati che si sono conformati all’implementazione del Clean Power Plan di Obama, perché limiterebbero la libertà di impresa. Una visione che lo ha portato a negare i nessi causali tra il fracking, tecnica di fratturazione idraulica del terreno per estrarre petrolio, e i terremoti in Oklahoma, dove non si erano mai registrate attività telluriche. Per Pruitt, l’Epa ha oltrepassato i suoi poteri, sconfinando in campo economico e legislativo. Insediandosi a capo dell’Agenzia, cercherà di limitarne l’azione; del resto, è già iniziata una caccia alle streghe per individuare chi ha attivamente partecipato alla stesura del Clean Power Plan. Ma il vero obiettivo sarà smantellare il modello per calcolare il costo sociale del Cambiamento Climatico. Come riporta ProPublica, circolano analisi che stimano un costo più basso, se non addirittura “negativo”: ovvero l’emissione di gas climalteranti avrebbe un impatto positivo sull’economia.

Sono in molti a pensare che Trump cercherà di cambiare l’impianto economico del Clean Power Plan per scardinare le politiche di lotta ai Cambiamenti Climatici: abolire la legge, senza approntarne una nuova, potrebbe rivelarsi un percorso troppo lungo. Anche il progetto di sfilarsi dall’Accordo di Parigi si scontra con la tempistica: l’uscita effettiva avverrebbe nel novembre del 2020, al termine della sua Amministrazione: nel frattempo gli Stati Uniti potrebbero ritrovarsi immersi in una serie di cause legali, e isolati sul piano diplomatico.

Tuttavia l’Epa è solo un fronte di questa guerra. Un’altra figura che rigetta la scienza del Cambiamento Climatico è Rick Perry, nominato Segretario all’Energia: ex Governatore del Texas, Perry si era distinto per la sua volontà di eliminarlo, il Dipartimento all’Energia, quando si candidò per la Casa Bianca. Il suo programma promuoverà la liberalizzazione delle risorse energetiche disponibili, e quindi lo sfruttamento indiscriminato del carbon-fossile.

Mike Pompeo, nominato Direttore della Cia, è un altro nemico giurato dell’Epa, e ha pubblicamente dichiarato di non credere alle ricerche della Nasa sul Cambiamento Climatico (un’altra agenzia finita nel mirino: è in vista la cancellazione del monitoraggio satellitare per studiare il fenomeno). Ne consegue che il Medio Oriente, con tutto il petrolio e il gas nel sottosuolo, e i conflitti intorno a quelle materie prime, sarà ancora una priorità della Central Intelligence Agency.

Pruitt, Perry e Pompeo sono accomunati da ingenti finanziamenti ricevuti, durante la carriera politica, dall’industria del carbon-fossile. Come loro, anche le figure più vicine a Trump: il Vice-Presidente Mike Pence, la Consigliera alla Casa Bianca Kellyanne Conway, il Capo di Gabinetto Reince Priebus, vantano solidi legami con l’industria del carbone e del petrolio. Un’inchiesta di DeSmog percorre gli intrecci di una pletora di futuri ufficiali nell’Amministrazione Trump, con tutte quelle istituzioni di lobby e/o di ricerca che negano la Scienza del Cambiamento Climatico, e che negli anni sono state finanziate quasi esclusivamente dall’industria del carbon-fossile.

George Monbiot lo ha ben spiegato sul Guardian: è il denaro che spinge molte di queste persone a negare il Riscaldamento Globale antropico, e ridicolizzare i rischi del Cambiamento Climatico; siccome la fonte del loro benessere viene da chi ha tutto l’interesse a proteggere i carbon-fossili, nessuno scienziato potrà mai convincerli.

L’azienda americana che, negli ultimi 30 anni, ha massicciamente finanziato la disinformazione che ancora oggi circola intorno al riscaldamento globale, è ExxonMobil. Il colosso petrolifero, per altro, è stata una delle prime istituzioni a condurre degli studi approfonditi sul nesso “gas climalteranti-riscaldamento globale”, tra gli anni ’70 e ’80. I risultati erano inequivocabili: le emissioni di CO2 aumentano le temperature terrestri; l’incremento dell’effetto serra dà luogo a cambiamenti climatici. Quegli studi, che sono rimasti occultati fino a poco tempo fa, non hanno impedito a Exxon di fare lobby su vasta scala per contrastare la lotta al Cambiamento Climatico.

Per questo Exxon è sotto indagine presso le procure statali di New York, Massachusetts e California per attività fraudolenta contro i cittadini Usa; anche la Sec (Security and Exchange Commission) vuole vederci chiaro, per capire se Exxon abbia volutamente ingannato chi investe in titoli e azioni nel settore del carbon-fossile.

Un petroliere alla guida della diplomazia americana

TillersonSarà proprio Rex Tillerson, storico manager di ExxonMobil, e al comando dell’azienda dal 2006 fino a pochi giorni fa, a guidare il Dipartimento di Stato Usa sotto l’Amministrazione Trump. Come ha spiegato l’attivista Bill McKibben, Rex Tillerson è l’industria petrolifera personificata: è stato rimosso il ruolo degli intermediari politici che a Washington, dalla seconda metà del XX secolo, proteggevano gli interessi del carbon-fossile. L’oro nero, poi, è sempre stata una delle linee-guida della politica estera americana: dal colpo di Stato in Iran nel 1953, alla guerra in Iraq nel 2003, fino al rovesciamento di Gheddafi in Libia, nel 2011; senza contare l’alleanza di ferro con il regime saudita, il primo produttore di petrolio al mondo.

E’ per questo che si parla di petro-dollaro, il binomio su cui si è retta finora l’economia globale.

Oggi però l’industria del petrolio (e del carbon-fossile in generale) è minacciata dai progressi tecnologici nella produzione di energia attraverso fonti pulite: solare, eolico, marino, idrico, biomasse e nucleare (su cui però grava lo smaltimento delle scorie radioattive e l’intrinseca pericolosità dei suoi impianti). Ed è il mercato che ormai sta puntando sul business delle rinnovabili: solare ed eolico attirano investimenti a una velocità doppia rispetto al carbon-fossile. Nel 2015 i progetti per produrre energia rinnovabile hanno accumulato 367 miliardi di $. Ci sono Paesi già sulla strada dell’autonomia energetica senza sfruttare le fonti tradizionali.

In Cina, il Governo centrale ha stimato un investimento di 300 miliardi di $ nelle rinnovabili entro il 2020, e sta velocemente abbandonando il carbone (fonte di un gravissimo inquinamento atmosferico).

La rapida diminuzione dei costi delle rinnovabili sta già permettendo all’industria di settore di scalare il mercato con sempre meno sussidi statali; sussidi che comunque vengono elargiti anche al carbon-fossile: tra il 2015 e il 2019, le industrie Usa del settore riceveranno circa 21 miliardi di $.

Il declino dell’industria petrolifera è uno scenario ormai previsto da stimati analisti: e non solo perché è una risorsa destinata a esaurirsi (sebbene il fracking abbia aperto una nuova frontiera dell’estrazione). Come evidenziato da Alex Steffen, in un’analisi molto condivisa, il petrolio è già entrato in una bolla speculativa: chi investe in questo settore, è consapevole che presto o tardi potrebbero esaurirsi i ritorni economici; decenni prima che si esaurisca la risorsa stessa.

Chi ha il proprio core-business nel petrolio, se non si diversifica, non solo rischia di vedere i propri asset perdere valore in modo irrecuperabile, ma non avrà accesso ai nuovi mercati dell’energia. Alcuni colossi del carbon-fossile, e perfino le petro-monarchie, stanno già investendo nelle rinnovabili: quello di cui hanno però bisogno, è il tempo; che non gli scoppi in mano la bolla, rimanendo con i loro faraonici impianti di estrazione, e i tentacolari oleodotti, inutilizzabili.

E Rex Tillerson alla guida del Dipartimento di Stato Usa cercherà di rimpicciolire quella bolla, di farla scoppiare il più tardi possibile. Per difendere, anche e soprattutto, chi è occupato nel settore del carbon-fossile; penalizzando, di conseguenza, il mercato del lavoro delle rinnovabili. Per giustificarsi, gli basta rimanere tiepido sulla relazione CO2-riscaldamento globale. Durante l’udienza al Congresso per la conferma alla nomina di Segretario, l’ex boss di Exxon ha spiegato: “l’aumento dell’effetto serra è reale, ma la nostra capacità di valutarne gli impatti è limitata. […] Esiste della letteratura scientifica che nega il nesso “aumento delle temperature-eventi catastrofici”.

Finge di ignorare, in sostanza, i modelli dell’IPCC, basati su dati raccolti dagli scienziati nelle più diverse aree di studio: dal clima alla geofisica, dall’oceanografia alla biologia.

Anche con la piena implementazione dell’Accordo di Parigi, si stima che le temperature globali aumenterebbero fra i 2,9 ai 3,6°C (Nature).

E ancora Tillerson: “I Cambiamenti Climatici non rappresentano una minaccia imminente alla sicurezza nazionale”. Un punto di vista molto distante dalle valutazioni del Pentagono: la Difesa Usa ha circa 130 postazioni, del valore di 100 miliardi di $, minacciate dall’innalzamento degli oceani.

Per l’ex boss di Exxon, poi, andrebbe varata una tassa sul carbonio: una misura che permetterebbe una transizione programmata dal carbon-fossile alle rinnovabili; ma al tempo stesso, si oppone a qualsiasi limitazione sulle emissioni.

Il cambio di rotta dell’Amministrazione Trump, con Tillerson alla guida della politica estera americana, rischia di inondare il mondo di petrolio per i prossimi decenni. E non solo per il fracking. La calotta polare, in questi ultimi anni, si sta sciogliendo con una rapidità che lascia sconcertati gli scienziati; e velocizza il circolo vizioso: si brucia petrolio, aumentano le temperature terrestri, e si ritira ancor di più il ghiaccio artico; lasciando spazio di manovra alle piattaforme per setacciare i fondali marini, potenzialmente ricchi petrolio da bruciare (vedi off-shore dell’Alaska).

La presenza di gas serra nell’atmosfera, dove restano per 150-200 anni, è destinata ad aumentare sempre di più, con questo approccio. Ma così si innalzerà anche, e in modo rapido, il livello degli oceani.

L’asse Trump-Exxon-Putin

Artic mapIl Presidente Usa Barack Obama, recentemente, ha posto il divieto indefinito di perforare il suolo marino (in acque Usa) di gran parte dell’Artico e dell’Oceano Atlantico. Una misura coordinata con il Canada. Tuttavia è la Russia che dispone di una larghissima porzione di acque prossime alla calotta polare: Mosca ha pianificato di sfruttare i carbon-fossili stratificati sotto i fondali marini.

Con Tillerson al comando, nel 2011 Exxon aveva stipulato un accordo di cooperazione con Mosca per lo sfruttamento di vari giacimenti lungo le coste artiche della Russia; bloccato poi dalle sanzioni anti-Putin, lanciate nel 2014. Le perforazioni per l’estrazione industriale dovevano cominciare proprio quell’anno; ed Exxon aveva tentato di fermarle, le sanzioni contro Mosca. Il neo Segretario di Stato, da anni, intrattiene rapporti di stima con l’autocrate russo Vladimir Putin e la sua stretta cerchia di oligarchi: in particolare con Igor Sechin, referente politico dei Servizi Segreti russi, e potente boss di Rosneft, il colosso petrolifero di Stato. Trump ha scelto Tillerson anche per questo motivo, oltre che per la sua fama di grande negoziatore; la prospettiva è di una distensione dei rapporti fra Usa e Russia, e una sorta di partnership per la soluzione di vari problemi. Uno di questi, nell’ottica di Putin, è certamente l’Accordo di Parigi, e l’obiettivo planetario di lasciarsi alle spalle il carbon-fossile. Attualmente l’esportazione di gas e petrolio è l’unica voce che conta nell’economia russa.

Gli interessi di Mosca e di ExxonMobil (che darà una buona-uscita di 180 milioni di $ a Tillerson) convergono in modo eccezionale: levare il Cambiamento Climatico dai tavoli diplomatici internazionali, e ritardare il più possibile l’affermarsi, sui mercati, delle fonti rinnovabili.

Trump, in nome del rilancio dell’economia Usa, sta offrendo un solido quadro politico agli interessi dell’industria del carbon-fossile, sia privata che statale: la proporzione inversa “occupazione-clima” (meno attenzione al riscaldamento globale e più posti di lavoro) rischia di interrompere la lotta al Cambiamento Climatico; e nel momento in cui l’umanità sta prendendo coscienza del fenomeno, della sua portata, e della sua rapidità. Proprio quando la comunità internazionale sta mettendo a fuoco la realtà: le generazioni future dovranno adattarsi, in qualche modo, a un pianeta meno abitabile.

di Cristiano Arienti

In copertina: Donald Trump – Photo Illustration: Lisa Larson-Walker; Photo by Ethan Miller/Getty Image News

Fonti e link utili

http://www.nakedcapitalism.com/2016/12/wolf-richter-new-census-data-shows-why-the-job-market-is-still-terrible-as-trump-said.html

https://www.desmogblog.com/2017/01/05/koch-reins-act-congress-trump

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https://www.eurekalert.org/pub_releases/2017-01/du-tji010317.php

http://qz.com/871907/2016-was-the-year-solar-panels-finally-became-cheaper-than-fossil-fuels-just-wait-for-2017/

https://www.carbonbrief.org/clean-energy-the-challenge-of-achieving-a-just-transition-for-workers?utm_content=buffere6064&utm_medium=social&utm_source=twitter.com&utm_campaign=buffer

http://www.climatechangenews.com/2017/01/04/into-the-abyss-oil-states-face-turmoil-as-climate-policies-bite/

https://www.bloomberg.com/news/articles/2017-01-04/rex-tillerson-embraces-biggest-oil-rivals-in-personal-portfolio

https://www.nytimes.com/2017/01/14/us/scott-pruitt-trump-epa-pick.html?_r=0

http://www.wri.org/blog/2017/01/tillersons-hearing-fails-assure-american-public-climate-change

http://www.reuters.com/article/us-china-energy-renewables-idUSKBN14P06P?feedType=RSS&feedName=topNews&utm_source=twitter&utm_medium=Social

http://www.eia.gov/todayinenergy/detail.php?id=26712

https://www.washingtonpost.com/news/worldviews/wp/2016/12/13/what-is-the-russian-order-of-friendship-and-why-does-trumps-pick-for-secretary-of-state-have-one/?utm_term=.dcef8fe02f79

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