Russiagate, Wikileaks e la dimensione parallela di Seth Rich (2/2)

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Originario di Omaha, Nebraska, Seth Rich era un giovane trascinante, solare, con la passione per la politica; e per i panda, quasi ci fosse una giocosa identificazione con quel mammifero. Ma la sua aspirazione, racconta chi lo conosceva bene, era aiutare gli altri, tanto da essere molto attivo in organizzazioni di volontariato. Ma quell’aspirazione lo proiettava verso la politica: già alle superiori, a Omaha, spese tempo per sostenere il Partito Democratico locale. Dopo la laurea in Arti e Scienze alla Creighton University, si trasferì a Washington per lavorarci, in politica: desiderava fortemente cambiare il mondo in meglio – questo lo specificava lui stesso nella presentazione professionale. A partire, ad esempio, dal sistema educativo, da rendere più accessibile. Il fine ultimo, secondo Seth, doveva essere una società più egualitaria e giusta. Per questo quando approdò nel DNC (Democratic National Committee – cioè il Partito Democratico), per Seth fu un traguardo e al tempo stesso un punto di partenza: dall’interno, sosteneva, posso fare la differenza.

Il suo ruolo, per altro, non era da poco: Direttore dell’espansione di voto: rendere più facile il voto per tutti gli elettori con l’intenzione di votare per il Partito Democratico; una missione, negli Stati Uniti: le basse affluenze alle urne, spesso, sono causate dai complicati meccanismi di registrazione al voto.

E non erano da poco le sue competenze: aveva a disposizione i database del Partito Democratico, agli “storici” degli elettori, e alle analisi delle intenzioni di voto.

Durante le Primarie si occupava dell’applicazione messa a disposizione degli elettori per raggiungere in modo più facile il proprio seggio, o quello più vicino.

Seth Rich, insomma, aveva compiti operativi non trascurabili nel DNC e nella gestione delle Primarie democratiche; e da quella posizione privilegiata, testimoniò ad alcuni episodi controversi della campagna elettorale di Bernie Sanders, e decisivi per la vittoria finale di Hillary Clinton.

Il caso Sanders-DNC

Il primo episodio riguarda la breccia nel firewall nel sistema informatico del DNC: era il 16 dicembre 2015, quando ormai il movimento di base nato per la Senatrice Warren stava spendendo le proprie energie a favore del Senatore del Vermont. Per qualche ora i database della Campagna di Hillary Clinton furono accessibili a tutti gli utenti dell’intranet del DNC. Secondo quanto riportato dal Washington Post: la campagna di Sanders approfittò del malfunzionamento di un nuovo patch nel firewall del DNC per copiare statistiche degli elettori democratici. La reazione di Amy Dacey, Ceo del DNC, fu durissima: sospendere l’accesso della campagna di Sanders ai dati degli elettori democratici; impedendo, di fatto, la possibilità di raggiungere potenziali donatori – a un mese e mezzo dall’inizio delle Primarie.

L’episodio generò uno scandalo a Washington. La campagna di Hillary Clinton bollò Sanders come un ladro di dati: il Senatore avrebbe dovuto trarre le conseguenze.

La reazione di Sanders fu altrettanto dura: prima di tutto, licenziò Josh Uretsky, il Direttore Dati scientifici della sua campagna, colui che aveva approfittato della breccia nel sistema informatico – sottolineando che Uretsky, già operativo in precedenti campagne democratiche, gli era stato suggerito da Andrew Brown, Direttore Nazionale Dati del DNC, e da un dipendente di NGP VAN, il fornitore del firewall. In secondo luogo fece causa al Partito Democratico, perché nascondeva dati fondamentali per la sua campagna, favorendo così la rivale Clinton. Il Senatore del Vermont, infine, rivelò: molto prima di dicembre avevamo comunicato al DNC di altri malfunzionamenti al sistema informatico, con relativo rapporto per NGP VAN.

Le implicazioni sono pesantissime:

1. La campagna di Sanders aveva già avvertito di problemi sia il DNC, sia il fornitore del firewall, ma non vengono prese misure efficaci in previsione di un malfunzionamento durante l’installazione di un nuovo patch; la breccia viene sfruttata da un operativo del DNC, prestato a Sanders, per commettere un’infrazione. Il DNC sospende  l’accesso di Sanders ai database degli elettori democratici in un momento critico per la racconta fondi in vista delle Primarie.

2. Il DNC, nell’autunno 2015, si permetteva di trascurare malfunzionamenti nella sicurezza del sistema informatico: una negligenza di fronte a eventuali attacchi da parte di hacker stranieri; come poi, fatto generalmente accettato, è avvenuto.

Seth Rich ha vissuto il caso Sanders-Uretsky da molto vicino, visto che ci lavorava con i database degli elettori democratici; non ci è dato sapere che cosa ne pensasse.

Seth Rich un sostenitore di Sanders?

Nell’ipotesi di complotto che vede Seth Rich come il whistleblower del DNCleak, il caso Urestky-Sanders è fondamentale: in quel momento il funzionario, disgustato dai metodi del DNC, avrebbe iniziato a parteggiare per il Senatore del Vermont.

Una ricostruzione che non ha riscontri, ma che è montata a metà maggio del 2017 – dopo le “rivelazioni” di Wheeler, l’investigatore che ha fatto ri-scoppiare il caso Rich a livello nazionale: i “detective dementi di internet”, come sono stati definiti sul New York Times, hanno trovato gli account di Rich sulle piattaforme social: a partire da Reddit (/u/MeGrimelock4) e Twitter (@Panda4Progress).

Ecco qui un nuovo, fondamentale tassello per l’impianto probatorio della Seth Rich Conspiracy Theory.

L’ultimo tweet di Rich/@Panda4Progress risale al gennaio 2016.

Coincidenza, in quel periodo spunta un nuovo Twitter account: @Pandas4Bernie, più un account reddit (/u/pandas4bernie), associato al sito Tumblr Panda4Bernie2016.com, dove sono esplicate le politiche di Sanders. Chi gestisce gli account è ferocemente critico contro Hillary Clinton; smette di postare online il 23 maggio 2016 – l’ultima email nel corpo del DNC è datata 25 maggio 2016 – lasciando ai follower un manifesto per portare avanti le proposte di Bernie Sanders.

Nelle scorse settimane, per alcuni giorni, @Pandas4Bernie è stato associato a Seth Rich, offrendo una prova che il funzionario fosse il sospetto whistleblower del DNCleak: sostenitore di Sanders imbufalito, voleva esporre i trucchi del Partito Democratico, di cui era stato testimone, usati per eleggere Clinton.

L’ipotesi che dietro all’account ci fosse Rich, oltre alla giocosa identificazione di Seth con i panda, e il suo account @Panda4Progress, era irrobustita dal silenzio di @Pandas4Bernie.

Un silenzio rotto qualche giorno dopo, quando @Pandas4Bernie ha pubblicato un comunicato: Siamo un collettivo politico che sostiene Bernie Sanders, e non siamo legati in alcun modo a Seth Rich.

Prima del comunicato, qualcuno si è loggato nella pagina Reddit di Seth Rich,editandola, come ha rilevato la citizen journalist Caitlin Johnstone; la quale, però, ha anche confermato di conoscere una delle persone dietro al collettivo Pandas4Bernie.

Un fondamentale tassello per l’impianto probatorio della Seth Rich Conspiracy Theory, la simpatia per Sanders e la rabbia per Hillary, sarebbe quindi infondato.

Il condizionale rimane: non è possible stabilire con certezza le intime sfumature dell’identità politica di Rich. Il suo sostegno per una educazione egualitaria, ad esempio, lo avvicina più alle posizioni di Sanders, piuttosto che della Clinton.

Rich e i risultati delle Primarie

Quel che è certo, è che Seth Rich, in qualità di Direttore dei Dati per l’espansione di voto, ha vissuto in prima linea il disastro delle Primarie Democratiche 2016.

A partire dall’accumulo da parte di Clinton di centinaia di superdelegati, figure di primo piano del DNC; rappresentano circa il 15% del totale dei delegati che alla Convention finale decidono la nomination alle elezioni Presidenziali.

Poi si è registrato subito il primo caso sospetto: l’inaugurale votazione in Iowa. La vittoria fra Sanders e la Clinton è uscita dal lancio di monetina in ben 6 caucus (assemblea dei dirigenti locali di un partito per eleggere il candidato alle elezioni); tutte e 6 le volte la fortuna ha baciato la Clinton: probabilità scarsissima, che ha assegnato alla gran favorita un risicato successo.

Ma il vero scandalo è stata la disparità fra i sondaggi nelle intenzioni di voto, e gli exit poll, con i risultati finali: spesso i numeri favorevoli a Sanders svanivano, e Clinton otteneva vittorie nette. Un’analisi del New York Times spiega perchè non è poi così sorprendente la forbice, enorme, fra exit poll e i risultati finali – generando, allora, la domanda: perchè esisterebbero gli istituti di sondaggi?

L’associazione Election Justice Usa ha pubblicato La Democrazia Perduta: un report sulle Primarie Democratiche fatalmente difettose; uno studio di quasi 100 pagine in cui vengono descritti tutti i problemi riscontrati durante le Primarie Democratiche del 2016: dalla soppressione di voto all’alterazione dei registri; dall’eliminazione degli elettori registrati, alla discrepanza dei risultati fra collegi con votazione a mano e collegi con votazione elettronica. Se in alcuni casi la disorganizzazione e l’incompetenza possono essere all’origine di errori, in altri deve essere intervenuta una manina in malafede.

I casi più eclatanti si sono riscontrati in Illinois, in Massachusetts, Arizona, New York, California.

Nello Stato di New York la registrazione per votare alle primarie si era chiusa ad ottobre 2015, quando la candidatura di Sanders non era ancora viabile; la Clinton era, praticamente, l’unica in corsa. All’incirca 5 milioni di indipendenti, molti dei quali potenziali elettori di Sanders, sono rimasti fuori; a questo si aggiunga l’eliminazione dai registri di centinaia di migliaia di elettori – 126.000 nella sola Brooklyn, l’area di origine di Sanders.

Il 7 giugno 2016 le Primarie in California, dove Sanders, secondo i sondaggi, era avanti, si sono svolte in un clima di confusione totale. Come riporta il Los Angeles Times, gli scrutatori non erano all’altezza.

Il giorno del voto Hillary Clinton è andata a dormire con un vantaggio del 16% su Sanders; che poi si è ridotto al 7% dopo il conteggio finale, terminato quasi un mese dopo. Milioni di schede sono risultate inutili: gli elettori che si dichiaravano indipendenti, molti potenziali sostenitori di Sanders, ricevevano una non-partisan scheda, o una “scheda provvisoria”, non ammesse al conteggio finale.

In Porto Rico i seggi sono stati inspiegabilmente tagliati di 1/3 pochi giorni prima del voto; un’operazione assimilabile alla soppressione di voto, e riscontrata in altri Stati, come l’Arizona, il Delaware, e il Rhode Island.

Proprio il Rhode Island è al centro di uno scambio email pubblicato da Wikileaks che fa emergere gli “imbrogli” del Partito Democratico per stoppare Sanders. Due funzionari spiegano: i sondaggi danno Bernie con un solido vantaggio: con il taglio dei seggi, Clinton dovrebbe ridurre lo svantaggio [e quindi ottenere più delegati in vista della Convention].

Noam Chomsky, rispettata figura di riferimento della sinistra alternativa americana, ha sentenziato: senza gli imbrogli del Partito Democratico, Bernie Sanders avrebbe vinto le Primarie, e si sarebbe imposto nelle elezioni Presidenziali. A maggio 2016, in un sondaggio della Nbcnews, Sanders veleggiava con circa il 15% di vantaggio su Trump.

Per capire come la debacle delle Primarie, e della California in particolare, sia stata vissuta da Seth Rich, va ricordato un suo intervento all’Election Data Summit del 2015, una conferenza organizzata dalla Commissione elettorale Usa. Rich pose la seguente domanda al pannello di conferenzieri:

“Al fine di formare meglio i nostri elettori, come facciamo a ottenere dati da analizzare, che ci spieghino perché molti finiscano per votare con “le schede provvisorie” [che non vengono quasi mai contate] e schede che poi vengono rigettate? Questo ci serve per formare meglio i nostri ragazzi [ai seggi elettorali].”

In qualità di Direttore dell’espansione di voto del DNC, Seth Rich avrà avuto davanti agli occhi l’elaborazione e la messa in opera della soppressione di voto; avrà analizzato la discrepanza fra risultati finali, sondaggi ed exit poll – che i media hanno evitato di proporre nella parte finale delle Primarie. Già ad aprile, con i casi di New York e Arizona, Seth Rich avrà sentito sulla pelle le accuse al DNC di manipolazione dei registri di voto.

Tutto questo è finito nella causa di Shawn Lucas e altri 120 donatori di Sanders, intentata il 29 giugno 2016: l’accusa al DNC è di frode elettorale, e le vittime sarebbero i donatori di Bernie Sanders; i 220 milioni di $ raccolti dal Senatore del Vermont sono stati uno spreco: per il DNC le Primarie 2016 dovevano essere una formalità, visto che la nomination democratica era già stata decisa.

Tutte accuse ignorate dal Partito Democratico, bollate come ridicole dai media; anche quando uscirono i compromettenti leak di Guccifer2, citati nella causa servita da Lucas il 29 giugno 2016 – morto cinque settimane dopo (vedi Timeline 2 agosto 2016).

Poi, con la pubblicazione dei DNCleak, si è aperto un panorama devastante: il Partito Democratico, da anni, era schiacciato dalla candidatura di Hillary Clinton. I DNCleak hanno costretto alle dimissioni proprio chi fingeva che le Primarie si fossero svolte nella più completa regolarità.

Seth Rich, quell’atmosfera di appoggio totale alla Clinton, la vincitrice scontata delle Primarie, l’avrà percepita in ogni momento delle sue giornate.

Per questo le ipotesi di complotto intorno alla figura di Seth sono due – e non in contraddizione l’una con l’altra.

Il Direttore dell’espansione di voto era un potenziale testimone – scomodo – in un eventuale processo per frode elettorale contro il DNC. A dirlo è Jared Beck, l’avvocato che sta portando avanti la causa al DNC; quella stessa servita da Shawn Lucas.

screen-shot-2017-05-29-at-1-57-00-pmLa seconda ipotesi di complotto è che Seth Rich avesse materialmente scaricato le 20.000 email dall’archivio del Partito, per poi filtrarle a Wikileaks.

Come già specificato, non ci sono prove che Rich fosse la fonte dell’organizzazione di Assange; né che il 10 luglio 2016 sia stato eliminato perché sospettato di essere dietro ai leak annunciati un mese prima da Assange.

Per la Polizia di Washington DC l’unica pista è quella della rapina finita male; nonostante, a un anno dalla tragedia, non esista nessun sospettato.

Le indagini sul caso Rich

Non solo non esiste nessun sospettato, almeno ufficialmente: è che si sa ben poco delle indagini stesse.

Bloomigdale, Washington DC: Seth Rich cade sotto i colpi di arma da fuoco verso le 4:19 del mattino, il 10 luglio 2016, a poche decine di metri dalla sua abitazione. Ci vuole appena un minuto perché una pattuglia di zona soccorra il giovane disteso a terra. La vittima è viva e cosciente, come è scritto nel rapporto degli agenti di polizia.

Seth Rich muore meno di due ore dopo in un ospedale di zona. A detta dei familiari, il personale del pronto-soccorso si è stupito del decesso: Seth parlava con i suoi soccorritori, e non si rendeva nemmeno conto di essere stato colpito alla schiena.

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Il rapporto di polizia steso due ore dopo la morte di Rich è di fatto l’unico documento ufficiale pubblicato sui media e disponibile a chi si interessi al caso.

Non è stato reso pubblico nessun filmato: né quelli ripresi dalle body-camera indossate dagli agenti polizia (come evidenziato nel rapporto), né i filmati ripresi dalle decine di telecamere a circuito chiuso disseminate nella zona dove è avvenuta la sparatoria. Non sono stati resi pubblici nemmeno i filmati a circuito chiuso del Lou’s Bar, il locale dove Seth trascorse la serata, prima di avviarsi verso casa dopo l’1:30 di notte. Joe Capone, il titolare del locale, ha affermato: Seth aveva bevuto qualche bicchiere, e mi sono offerto di accompagnarlo a casa.

Rich, invece, ha preferito tornare a piedi, coprendo una distanza di circa 1,8 km in quasi 3 ore.

Non è stato reso pubblico nessun referto medico, né l’autopsia. Non vi è certezza che Rich sia stato effettivamente colpito da due o più pallottole. Non si conosce nemmeno il calibro delle pallottole, e quindi l’arma da fuoco usata dal suo omicida. Non si sa nemmeno con certezza in quale ospedale Rich sia stato trasportato, né chi l’abbia operato.

Scott Taylor, giornalista dell’emittente Abc7, ha richiesto tramite FOIA (Freedom of Information Access): l’autopsia del Chief Medical Examineri filmati delle body-camera addosso a quattro agenti intervenuti sulla scena della sparatoria, e i video di sorveglianza. Le richieste gli sono state negate perchè, secondo il Dipartimento di Polizia di Washington DC, la pubblicazione del materiale intralcerebbe le indagini.

La famiglia di Rich pensa il contrario: essendosi trattato di una rapina finita male, la pubblicazione di quei documenti visivi potrebbe portare all’identificazione di qualche sospetto.

Di sicuro non è chiara la dinamica della rapina, né quanti uomini fossero coinvolti.

Addosso a Seth sono stati trovati: contanti, carta di credito, cellulare, orologio costoso. Dal cinturino, in qualche modo rovinato, la polizia deduce che Seth è stato assalito da uno o più rapinatori. Si è difeso, visto che i familiari, quando la salma è rientrata a Omaha, hanno riscontrato lividi sul volto, le mani e le ginocchia del loro caro.

Non si sa chi abbia riconosciuto il corpo di Rich, visto che i familiari sono rimasti in Nebraska, e la fidanzata si trovava in Michigan.

E proprio la sua fidanzata, Chelsea Mulka, ha confermato di essere stata al telefono con Rich dalle 2 circa fino a pochi momenti prima dell’omicidio, per un totale di quasi 2 ore – confermato dai log sul cellulare. Rich, prima di chiamare la fidanzata, aveva provato a contattare il padre. Fra le due telefonate con la fidanzata, Rich è stato contattato da un amico.

Negli ultimi istanti della seconda telefonata, la fidanzata ha udito dei rumori; ma è stata rassicurata da Seth: non ti preoccupare, sono praticamente a casa. Come ha confermato al programma CrimeWatch, fino all’ultimo non c’era allarme nella voce di Seth. Prima di interrompere la telefonata, le disse:

I gotta go – devo andare.

Poco dopo, Rich è stato fatto bersaglio di multipli colpi d’arma da fuoco, come ha confermato il Capitano della Polizia di Washington DC Anthony Haythe.

Non ci sono testimoni oculari. In zona, nelle settimane precedenti, si era verificato un aumento di aggressioni e rapine, come ha ricostruito Newsweek.

Nessuno si è fatto avanti per offrire informazioni utili per risalire ai colpevoli dell’omicidio. A oggi esiste una ricompensa di oltre 500.000 $ per chi si faccia avanti. I primi 20.000 $, se si esclude la cifra offerta dalla Città di Washington DC, sono stati messi sul piatto da Wikileaks.

Perchè Wikileaks vuole giustizia per l’omicidio di Seth Rich

Le prime teorie che collegavano l’omicidio di Seth Rich al suo lavoro sono saltate fuori quasi subito. Il Capo della Polizia di Washington DC, Cathy Lanier, le ha in qualche modo alimentate con la sua ammissione: più domande che risposte nel caso Rich. L’offerta di Wikileaks di una ricompensa per risalire ai colpevoli, e l’esplosiva intervista di Julian Assange all’emittente Niewssur (vedi 11 agosto 2016 della Timeline), hanno validato il sospetto che la morte di Rich fosse direttamente collegata al DNCleak; nutrendo l’accusa infamante di un crimine gravissimo: l’ordine di esecuzione sarebbe partito dall’entourage dei Clinton.

Tuttavia è necessario partire da una domanda: Assange conosce l’identità delle sue fonti? Da un articolo su Wikileaks pubblicato da MotherJones nel 2014, emerge che l’organizzazione di Assange scrutina molto attentamente i materiali leakati, e l’identità di chi li sottopone a Wikileaks. Ed è proprio Assange, dopo aver raccolto tutte le informazioni necessarie, a dare il via libera alla pubblicazione dei leaks; e a farsi garante dell’anonimato delle fonti.

Anche quando esse vengono scoperte, Wikileaks non conferma mai il loro ruolo di leaker; come nel caso, ad esempio, di Bradley Manning, oggi Chelsea. O assassinate, come accadde nel 2009 ai keniani Oscar Kingara e John Oulu: i due, attivisti per i diritti umani, avevano contribuito alla realizzazione di “Cry of Blood“. Si tratta di un report sulla politica di repressione extragiudiziaria in Kenya durante il 2007, con 6.000 rapimenti e 1.700 esecuzioni sommarie. Cry of Blood, tenuto classificato dalle autorità di Nairobi, venne pubblicato da Wikileaks nel novembre 2008.

Quando Kingara e Oulu furono uccisi a colpi di arma da fuoco, l’organizzazione di Assange lanciò una raccolta fondi in Kenya, per pagare informazioni utili a risalire ai colpevoli dello spietato assassinio. Senza ammettere, però, che dietro al leak di Cry of Blood ci fossero i due attivisti.

Per quanto riguarda i DNCleak, Assange si è sbilanciato già tre giorni dopo la loro pubblicazione:

“posso offrire delle speculazioni: le email non sono state hackerate, e nel DNC ci sono molti consulenti e programmatori con accesso agli archivi.”

Questa è la dichiarazione fatta durante un’intervista a DemocracyNow, per controbattere a Robby Mook, un funzionario della Campagna di Hillary Clinton, il quale già puntava il dito contro gli hacker russi.

Ricapitolando: Assange specula che dietro al DNCleak ci sia una figura interna al DNC; Wikileaks offre 20.000 $ di ricompensa per scoprire chi ha ucciso Seth Rich; Assange, in un’intervista, ha tirato fuori dal nulla il nome del funzionario DNC per spiegare i gravi rischi che corrono le fonti della sua organizzazione.

A questo si aggiungano tutta una serie di dichiarazioni e attività sui social network che hanno tenuto alta l’attenzione sugli sviluppi del caso Rich; ad esempio far notare che il portavoce della famiglia Rich era un consulente operativo del Partito Democratico. O rilanciare le dichiarazioni di Kim Dotcom: ho le prove che Rich era la fonte dei DNCleak. O diffondere la notizia che un investigatore privato avesse certezze di contatti email fra Rich e Wikileaks.

Il comportamento di Assange può avere diverse interpretazioni:

a) Assange non conosce l’identità della fonte primaria dei DNCleak, ma sospetta genuinamente che fosse Seth Rich.

b) Parlare dell’omicidio di Seth Rich è il sistema escogitato da Assange per veicolare un messaggio alle fonti americane di Wikileaks: state molto attenti perché rischiate la vita.

c) Assange è al corrente che Seth Rich era una fonte di Wikileaks: vuole giustizia, ma senza ammettere esplicitamente che il funzionario fosse un whistleblower – lo stesso approccio usato per i due attivisti keniani.

d) Assange sa, o sospetta, che i DNCleak sono opera di hacker russi, e vuole sviare i sospetti che Wikileaks sia stata usata da Putin per favorire l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca.

Quest’ultima interpretazione è sempre stata rigettata con forza da Assange; con il rischio che la sua reputazione ne esca distrutta dalla vicenda.

La sinfonia del Russiagate

L’assoluta estraneità di Seth Rich, o di altri eventuali whistleblower americani, è cruciale per la credibilità del Russiagate, e l’eventuale messa in stato d’accusa del Presidente Donald Trump:

– Hacker russi legati ai servizi segreti di Mosca sono responsabili della breccia nei server del Partito Democratico, e nell’archivio di posta elettronica del Capo della Campagna presidenziale di Hillary Clinton. Hanno acquisito email che, una volta pubblicate attraverso canali come Wikileaks e Guccifer2, hanno compromesso l’immagine della candidata democratica.

– L’acquisizione criminale delle email è avvenuta a partire dal marzo 2016, quando la vittoria di Donald Trump alle Primarie repubblicane era ormai quasi certa. L’elezione di Trump, per la Russia, era vista come il grimaldello per ottenere favori politici irraggiungibili se Clinton avesse conquistato la Casa Bianca [La nomination di Hillary, va ripetuto, non è mai stata in dubbio].

– A marzo, il mese del probabile phishing all’archivio email di Podesta, Trump assunse varie personalità legate a Mosca. Fra queste, spiccano i nomi di Carter Page, lobbysta americano pro-Russia, selezionato come consigliere in politica estera; e soprattutto Paul Manafort, a maggio incaricato di dirigere la Campagna di Trump.

Su Manafort si sono concentrate le maggiori attenzioni riguardo al legame fra Trump e Putin. Dal 2004 al 2010 fu consulente di Viktor Yanukovitch, ex Presidente ucraino filo-russo, e lo aiutò a riconquistare la Presidenza proprio nel 2010. Manafort, nel 2014, ritornò in Ucraina come consulente della comunicazione del partito filo-russo, dopo le proteste di piazza del 2013, e la fuga di Yanukovitch in Russia. Gli interessi di Manafort non si concentrano solo in Ucraina: dal 2004 era stato in affari con vari oligarchi vicini al partito dell’autocrate russo.

Ancora prima, negli anni ’80, Manafort aveva fondato una società di lobby insieme a Roger Stone: fra i primi clienti, l’immobiliarista newyorkese Donald Trump.

Roger Stone oggi è scrittore e attivista politico, ma fin dagli anni ’80 è sempre stato uno dei consiglieri politici di Trump. Nel 2000 fu Direttore di una Campagna che ufficialmente non partì mai. Tuttavia, nell’agosto 2015, Trump scaricò lo storico consigliere, per le sue idee controverse. In realtà Stone non ha mai smesso di fare campagna informale per il miliardario di New York, attraverso i social media e siti di informazione alternativi come Infowars. Un anno dopo, nell’agosto 2016, Stone annunciò di essere in contatto con Wikileaks, e che presto John Podesta, capo campagna della Clinton, sarebbe finito nel mirino. Sempre in quel periodo, come è stato costretto ad ammettere, era in contatto anche con Guccifer2, per i servizi gli americani un fronte degli hacker legati ai servizi segreti russi.

Tutto questo, poche settimane dopo la semi-giocosa richiesta di Trump agli hacker russi: per favore, pubblicate le 30.000 email del server privato di Hillary Clinton. Si tratta delle famigerate email cancellate con un software, e al centro dell’Emailgate – tutt’oggi mai consegnate al Dipartimento di Stato.

Il nesso è lineare: da marzo 2016 in poi, Putin ha ha attivamente lavorato per affondare la candidatura della Clinton e far eleggere una specie di cavallo di troia. Da due decenni, infatti, i russi investono massicciamente negli immobili di Donald Trump, spesso con acquisti stellari. Il Washington Post ha creato una mappa dettagliata di come l’universo-Trump sia legato a Vladimir Putin. E una prova sarebbe il rifiuto del neo Presidente Usa a rendere pubbliche le sue dichiarazioni fiscali: mostrerebbero l’entità dei finanziamenti russi.

Seguendo la narrativa del Russiagate, Donald Trump ha accettato l’aiuto del Cremlino, promettendo, in cambio, favori politici. Come ad esempio la cancellazione delle sanzioni imposte da Barack Obama nel dicembre del 2016 – una trattativa gestita da Michael Flynn, prossimo a diventare Consigliere alla Sicurezza Nazionale. O la cancellazione del sostegno militare all’Ucraina da parte del Partito Repubblicano, nel luglio 2016. O la nomina a Segretario di Stato di una persona gradita ai russi; Rex Tillerson è stato dal 2006 boss del colosso petrolifero Exxon: stipulò contratti miliardari con Mosca, congelati a causa delle sanzioni alla Russia del 2014. Tillerson è in buoni rapporti personali con Vladimir Putin, e soprattutto con Igor Sechin, boss del colosso petrolifero Rosneft, e uomo potente del Cremlino.

Proprio un episodio inatteso, relativo alla Compagnia di Stato russa, ha alimentato molte domande. A dicembre 2016, un mese dopo la vittoria di Trump, l’annuncio da parte di Mosca: vendiamo il 19,5% di Rosneft alla joint-venture fra Glencore, società anglo-svizzera, e il fondo sovrano del Qatar; un’operazione da 11 miliardi di $, i cui risvolti finanziari sono tutt’oggi poco chiari, con la presenza di conti correnti alle Isole Cayman. E un debito di Donald Trump, al luglio 2016, di circa 630 milioni di $. Lo spettro di fondi neri usati per oliare un’operazione politica da cinema: i russi alla conquista di Washington.

L’aiuto attivo del Cremlino per far eleggere Donald Trump, il do ut des, ha la forma degli hacker legati alle agenzie di Intelligence russe; nel quadro di una periodica comunicazione fra la Campagna di Trump ed esponenti del Cremlino: lo dimostrerebbero i frequenti contatti con l’Ambasciatore russo Kislyak. Già alla fine di agosto 2016 John Brennan, Direttore della Cia, aveva avvertito i membri più alti della Commissione di Intelligence del Congresso: Putin sta cercando di fare eleggere Trump. Le prove, Brennan, le ha fornite nel gennaio 2017, con il Rapporto dell’ODNI (Ufficio del Direttore dell’Intelligence Nazionale); la Cia punta il dito contro il GRU, l’Intelligence Militare russa, istruita direttamente da Vladimir Putin.

Una versione rigettata dall’autocrate russo in persona, in una recente intervista alla Nbcnews:

“Non esiste nessuna vera prova che hacker russi siano i responsabili; anche perchè i servizi segreti degli Stati Uniti hanno mezzi informatici per creare falsi indizi, e far ricadere le responsabilità di un hackeraggio sui loro nemici.”

Mezzi svelati con la pubblicazione da parte di Wikileaks, lo scorso marzo 2017, di Vault7, l’arsenale informatico a disposizione della Cia.

Putin, poi, si fa forza di un dettaglio: a tutt’oggi manca un nome e un cognome dell’hacker che penetrò dei server del DNC; e manca un volto al responsabile del probabile phishing all’archivio email di John Podesta.

La dimensione parallela del caso Seth Rich

Seth RichNella sfera dell’informazione alternativa, e sui social media, quel vuoto è stato riempito da un volto, quell’anonimo oggi ha un nome e un cognome: è Seth Rich, il 27enne dal sorriso pieno e fiducioso, la cui vita è stata spezzata all’alba del 10 luglio 2016 da multipli colpi di arma da fuoco. Non c’è Direttore della Cia che tenga: le nebbie intorno al suo omicidio, e i fari di Julian Assange puntati sul suo cadavere, fanno di lui il sospetto whistleblower dei DNCleak per tutti quei “detective dementi di internet”. Almeno fino a prova contraria. O fino a quando il suo assassino non sarà consegnato alla giustizia, e ne verrà confermata l’estraneità dalla politica.

Questo, nonostante i main stream media assicurino: il funzionario del Partito Democratico non c’entra nulla con Wikileaks; e la polizia ripeta: la sua morte non ha che fare con il DNC. Il caso Seth Rich sta già facendo scuola per dimostrare come le fakenews veicolate su internet generino il mostro della post-verità: una ricostruzione può essere infondata e debunkata, eppure non muore sui social media e i siti alternativi. Per ravvivarla, bastano tweet interpretati male, voci incontrollate prese come indizi, notizie non verificate urlate come scoop.

La Seth Rich Conspiracy Theory rimane eco di sottofondo, come un fastidioso russare durante un’opera sinfonica.

Rumori dolenti, per i familiari, gli amici e i colleghi del funzionario del DNC: intravedono motivi politici dietro a tutto questo interesse; loro vorrebbero scoprire chi ha tolto la vita a un giovane di grandi promesse, nel fiore dei suoi anni. Gli altri vorrebbero vedere i Clinton dietro le sbarre.

E’ davvero così? O forse meglio chiedersi: e’ così anche per coloro che si sono posti delle domande ascoltando le frasi di Assange, e osservando il vicolo cieco in cui sono finite le indagini?

Seth appartiene esclusivamente alla Famiglia Rich? E’ sbagliato prendere atto che il suo omicidio, in qualche modo, possa avere risvolti politici? Scoprire i colpevoli non aiuterebbe a dissipare i dubbi intorno al DNCleak e al Russiagate? Non aiuterebbe a far tacere chi, senza prove, lega la sua morte al Partito Democratico?

In Passaggio in India, romanzo del 1924, i protagonisti entrano nelle grotte di Marabar; è un luogo dove si perde la bussola, nel frastorno di un’eco indistinta e caotica. Nulla sarà più come prima per loro: un’anziana inglese perde la capacità di distinguere fra bene e male, e la vita per lei non avrà più senso; una giovane inglese, in preda alle allucinazioni, accusa un uomo indiano di averla stuprata. E il terzo, l’indiano ingiustamente additato, colui che aveva invitato le due donne a visitare le grotte, giunge a una conclusione: perché l’India passi a una nuova dimensione, gli inglesi se ne devono andare.

E’ come entrare nella dimensione Seth Rich, è scura e disumana: si rischia di perdere la capacità di distinguere fra bene e male; con il pericolo di finire in preda alle allucinazioni; o di essere oggetto di accuse terribili e ingiuste.

A oggi, si ha un’unica certezza nel caso Rich: un giovane 27enne, solare e di grandi promesse, se n’è andato per sempre.

Fine parte 2/2

di Cristiano Arienti

Parte 1/2: Timeline di Russiagate, Wikileaks e la dimensione parallela di seth Rich

Election Fraud List: Which States Have Voter Fraud Allegations?

http://edition.cnn.com/2017/02/16/politics/trump-russia-timeline/index.html

http://www.linkiesta.it/it/article/2017/05/19/il-russiagate-e-una-bufala-ma-trump-si-sta-fregando-da-solo/34314/

https://en.wikipedia.org/wiki/Donald_Trump%E2%80%93Russia_dossier

https://stefaniamaurizi.it/it-wikileaks-e-julian-assange.html

https://en.wikipedia.org/wiki/List_of_material_published_by_WikiLeaks#Killings_by_the_Kenyan_police

http://time.com/4433880/donald-trump-ties-to-russia/

http://www.foxnews.com/politics/2017/05/08/golf-writer-eric-trump-said-fathers-golf-courses-were-funded-by-russians.html

http://therealnews.com/t2/index.php?option=com_content&task=view&id=31&Itemid=74&jumival=19242#.WTV01VHdcjY.twitter

http://www.independent.co.uk/news/world/seth-rich-washington-dc-murder-victim-political-meme-weirdest-presidential-election-a7535856.html

 

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