Immigrati e il soccorso psicologico

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E’ stato osservato spesso, fra i migranti sbarcati nei porti italiani: alcuni svengono, o si lasciano andare fra le braccia degli operatori sanitari; perdono i sensi non appena mettono piede sulla terraferma. E’ un calo di adrenalina fisiologico: partite anni fa dalla propria terra, queste persone si sentono finalmente al sicuro, dopo una traversata su un lenzuolo d’acqua; lontano dai pericoli della rotta libica, dove un migrante è solo merce.

Lo ha raccontato Maria Silvana Patti, dello Studio di Psicologia Clinica ARP, intervenendo alla serata “Psicologia e Immigrati” presso la Casa della Psicologia di Milano. Alla conferenza, lo scorso 18 settembre, hanno partecipato anche una rappresentante dell’Unicef, l’etno-psiachiatra Mauro Pagani del Niguarda, un membro delle Istituzioni, coma la deputata del partito Democratico Lia Quartapelle, e la Professoressa di Criminologia Isabella Merzagora.

La serata è stata aperta dall’attore Mohamed Ba, che con un potente monologo ci ha accompagnato nel viaggio incuboso di coloro che noi chiamiamo “immigrati”, quasi fosse un’astrazione, ma che sono uomini in carne e ossa: coltivano speranze, come noi; e come noi sentono paura per il dolore e la sofferenza; e hanno un limite di tenuta mentale di fronte a veri e propri orrori, né più né meno di noi. Come veder morire un familiare; o ascoltare le grida di un amico pestato; o vedere il volto devastato di una compagna di viaggio abusata.

Sono i traumi vissuti dalle persone che salpano dalla Libia; la loro psiche vacilla, e per il 15-20%, è richiesta assistenza psicologica. Spesso il crollo può avvenire anche a distanza di settimane dallo sbarco, perché le loro illusioni, dopo viaggi allucinanti, vengono tradite: si ritrovano chiusi in un centro d’accoglienza, senza capire bene quale sarà il loro destino, e tutti i fantasmi delle loro esperienze riaffiorano.

La guida di uno psicologo è un servizio necessario per ricucire il tessuto mentale di queste persone; per aiutarle a tornare a vivere, dopo anni in modalità di sopravvivenza. Ma serve, per chi se ne prende cura, a comprendere meglio le loro aspirazioni e intenzioni: così si migliora la qualità dell’accoglienza; e si può sviluppare, in un contesto istituzionale, un programma di integrazione per chi ne ha diritto.

Non si tratta solo di espletare un dovere civico – aiutare rifugiati di guerra, o chi acquisisce protezione umanitaria, è imposto dalle leggi; mettere in pratica un programma nazionale di accoglienza e integrazione è fondamentale per sganciarci dalla fase emergenziale delle migrazioni. E’ un fenomeno sistemico, spiega Lia Quartapelle, che va affrontato in ogni suo aspetto. La Capogruppo PD alla Commissione Affari esteri della Camera ha poi puntualizzato: questo approccio ci permette di mantenere alta l’attenzione su ogni caso, anche quello microscopico; perchè poi ci sono comunque i dati macroscopici, che un governo non può trascurare.

Ad esempio i numeri: nel 1991, gli immigrati regolari in Italia erano 600.000. Oggi, in poco più di 20 anni, sono oltre 6 milioni. Gli stranieri che, nel tempo, si sono integrati, oggi sostengono le entrate fiscali, e contribuiscono a mantenere la natalità in un Paese dove le nascite, negli ultimi decenni, sono molto calate. Tuttavia, spiega la deputata, i grandi numeri generano paura: soprattutto se i cittadini hanno la percezione che l’immigrazione sia fuori controllo. Una paura che non va scambiata con il razzismo – che pure esiste e va combattuto: ma va esaminata, per elaborare la miglior strategia di fronte a flussi inarrestabili. E disinnescata a proposito dello Ius Soli, il disegno di legge per la cittadinanza a figli di immigrati che vivono e lavorano stabilmente in Italia, e contribuiranno alla prosperità del Paese.

La questione non riguarda solo l’Italia, ma investe anche gli altri Paesi d’Europa. Il recente referendum in Gran Bretagna per l’uscita dall’Unione Europea è un caso esemplare: l’approdo di milioni di migranti dai Paesi dell’est e del sud, grazie al mercato del lavoro dell’Unione europea, è stato un fattore trainante per la Brexit. Soprattutto in Inghilterra, dove 1/6 della popolazione, al 2015, era straniero.

Anche in Italia la questione immigrati/occupazione è centrale: “ruberebbero” il lavoro; un fattore esplosivo, in un Paese dove la disoccupazione viaggia a doppia cifra da almeno cinque anni, causando una fuga di giovani all’estero. Sul ruolo degli immigrati nella disoccupazione è atto uno scontro politico; ma è un fatto che ingrossano la manovalanza del lavoro nero, un fenomeno esteso sopratutto nel settore agricolo e nel settore edile.

E’ difficile inserire nel mondo del lavoro i rifugiati giunti dall’Africa e dal Medio Oriente: soprattutto chi, per protezione umanitaria, riceve permessi temporanei.

E non è solo il caso dell’Italia. La Germania, nel 2015, accolse circa 1 milione di profughi siriani. A due anni di distanza, secondo un reportage di Bloomberg, in 200.000 hanno avuto accesso a programmi di inserimento lavorativo, in un Paese dove l’offerta è alta, e la disoccupazione inesistente. I profughi affrontano periodi di apprendistato, che solo in pochi casi si elevano ad assunzione. I problemi sono legati alla lingua, principalmente; ma anche alla mancanza di qualificazione per le posizioni offerte. E non ultimo, il piano di rimpatrio, una volta scaduti i permessi di soggiorno. La Cancelliera tedesca Angela Merkel ha sempre puntualizzato che i profughi devono ritornare in Siria man mano che la situazione si normalizza.

In Italia collocare in ambito lavorativo chi sbarca dalla Libia è altrettanto difficoltoso: riesaminare le domande di asilo rifiutate ha una tempistica lunga; sono in molti, infatti, che non avrebbero diritto a forme di protezione, ma vogliono rimanere, per costruirsi una vita in Europa. E i minori non accompagnati, nel solo 2017 ne sono sbarcati 18.000, vedono l’Italia come l’unico futuro. Nel frattempo, gli ospiti dei centri di accoglienza vengono impiegati in lavori socialmente utili. In questo limbo, non sono pochi gli immigrati risucchiati in un sottobosco di illegalità.

E’ un fenomeno reale, spiega Isabella Merzagora, docente di Criminologia alla Statale di Milano. E’ vero, gli immigrati delinquono; però, puntualizza, il dibattito se commettano più crimini degli italiani è sterile, poiché troppe variabili falsano le statistiche: ad esempio, la quantità di reati non denunciati. Quindi non si può stigmatizzare l’immigrato in quanto tale: la legge, per sua natura, deve affrontare caso per caso. Anche, però, laddove si manifestino i cosiddetti reati culturalmente motivati: come il trattamento riservato alle donne e ai bambini. In quei casi, la legge italiana deve tutelare i diritti della vittima; al di là di usanze religiose e tradizioni culturali.

Di sicuro i reati commessi dagli immigrati irregolari fanno più notizia; perché, questa è la teoria, non dovrebbero esserci nemmeno, qui in Italia.

Se chi arriva dalla Libia spesso ha un crollo emotivo, perché finalmente si sente al sicuro, in molti che osservano gli sbarchi, all’opposto, aumenta l’insicurezza; e non solo per ciò che vede e legge sui mezzi di informazione, ma perché percepisce un mutamento rapido, fin troppo, nel territorio; in certe aree urbane, anche un deterioramento, incluso nella condivisione dei servizi e dello spazio pubblico.

Le istituzioni devono garantire una accoglienza dignitosa per chi sbarca in Italia, e predisporre una piena integrazione per chi ha diritto di restare. E il sostegno psicologico individuale, per queste persone di carne e ossa, è una parte essenziale del processo. Sarebbe miope, però, non tenere conto della psicologia della massa, e i sentimenti generati dal fenomeno dei flussi migratori. Perché il fine ultimo di tutti i nostri sforzi, spiega Lia Quartapelle, non è accogliere o integrare, ma consolidare una società di convivenza.

di Cristiano Arienti 

In copertina: Migranti soccorsi nel Canale di Sicilia – Foto di Mike Palazzotto/Ansa 

 

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