Dall’Iraq alla Siria: l’informazione ai tempi dei russian bot

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“Può confermarci che lei non è un bot?” E’ la domanda che lo scorso 20 aprile una giornalista di Skynews ha rivolto a un uomo in carne ed ossa, collegato in diretta. L’ospite è rimasto a bocca aperta; si sarà sentito come un ologramma proiettato dalla mente di Philip K. Dick. E invece non era sci-fiction; è capitato davvero a Ian Schilling, un pensionato britannico, conosciuto in rete come “Ian56”. Si tratta dell’account anonimo – ora non più – dal quale posta decine di tweet al giorno: contro la politica estera degli Stati Uniti, in particolare in Medio Oriente; e a favore dell’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea. Spinge molto sul concetto di “false flag” per spiegare eventi drammatici: come ad esempio gli attacchi chimici in Siria, a partire da quelli di Ghouta nel 2013; il colpevole non sarebbe il tiranno siriano Assad, ma i ribelli “filo-qaedisti”, per pressare Washington a intervenire contro il regime di Damasco. Una versione per altro sostenuta da un’inchiesta di Seymour Hersh, autorevole reporter americano.

L’account Ian56, iscrittosi su Twitter nel novembre 2011, ha un seguito notevole: le sue ricostruzioni sono accompagnate da fonti alternative o considerate “complottiste”; o reputate propaganda anti-Occidentale; sono virali tanto da superare, in termini di visualizzazioni, articoli delle maggiori testate internazionali.

Citizen journalist come “Conspirador Norteno” avevano mappato i tweet di “Ian56”, sostenendo che dietro che vi sarebbe un’attività di ingegneria sociale: il sospetto è che fosse un russian bot; in linea con la teoria che la recente rivolta contro l’establishment Occidentale – dal “Remain” britannico alla candidata democratica Hillary Clinton – sia fomentata dalla propaganda del Cremlino.

Così si è passati alla censura: il 18 aprile Twitter ha bandito Ian56. Il 19 aprile un articolo del Guardian assodava che l’account, insieme ad altri “propagatori” di fakenews, fosse un fronte dell’Intelligence russa. Solo l’intervento della polizia postale britannica ha certificato l’identità di Ian Schilling: è lui l’autore dei tweet anti-americani e pro-Brexit, pregni d’apologia per Assad e il Presidente russo Vladimir Putin.

E’ un caso che serve a comprendere lo stato dell’informazione di oggi: un anonimo cittadino, sui social media, fa concorrenza a reporter professionisti nel veicolare notizie. Intimorisce le istituzioni, perché uno Ian Schilling è incontrollabile; e fa paura soprattutto al settore dell’editoria: tanto che era stata trovata una spiegazione confortante sul fenomeno: account simili hanno alle spalle un’Intelligence straniera.

Durante l’intervista alla BBC, tuttavia, è emersa un’altra verità: Ian Shilling ragiona con la propria testa riguardo a un pericolo incombente: un potenziale conflitto fra Russia e Stati Uniti. In molti, evidentemente, lo vedono. Di più: è Ian a essere indignato con la grande stampa: in diretta su Skynews ha accusato l’emittente di vendere menzogne sulla guerra in Siria pur di sostenere la narrativa governativa.

Ma è il motivo dell’attivismo di Ian a far riflettere: dice di aver maturato le sue posizioni sulla Siria in contrasto con il Pnac, il Progetto per un Nuovo Secolo Americano. Si tratta del piano di politica estera dei Neo-conservatori americani, nati negli anni ’90 all’ombra dell’ex Presidente George H. W. Bush. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica immaginavano un mondo unipolare a trazione Usa, in cui Washington poteva “esportare” i propri valori su tutto il pianeta, e conquistare risorse ovunque fosse di interesse.

Dopo l’11 Settembre il piano partì con l’occupazione dell’Afganistan; e soprattutto nel 2003, con l’invasione dell’Iraq: un intervento propagandato a miliardi di persone come necessario, per evitare che il tiranno Saddam Hussein cedesse armi di distruzione di massa ad Al Qaeda. La stampa ha avuto tutto il tempo per ammettere i propri errori, ovvero di non aver tenuto testa alle falsità dell’Amministrazione Bush-Cheney. Eppure i Main Stream Media faticano a collegare il Pnac con la guerra in Libia nel 2011: un altro intervento “venduto” in nome di massacri mai avvenuti – come ha evidenziato il Rapporto della Commissione Esteri della Gran Bretagna. E non lo collegano con la guerra in Siria, che va avanti da 7 anni. Come ammesso dall’ex Generale Wesley Clark, l’Amministrazione Bush già nell’immediato post-11 Settembre progettava di estendere il potere di influenza Usa in Asia Minore – dalla Siria alle regioni nord-occidentali del Pakistan, passando per lo Yemen e gli “-stan” delle ex Repubbliche sovietiche. La “Guerra al Terrore”, lanciata da Bush la sera dell’attacco al World Trade Center per annichilire Al Qaeda, si è tradotta nel più vasto sforzo bellico post-Seconda Guerra Mondiale; con un esito devastante: il terrorismo di matrice islamica oggi ha adepti in tutto il mondo e colpisce ovunque.

E proprio i terroristi che 17 anni anni fa schiantarono l’A77 contro il Pentagono, furono supportati e finanziati dal Principe Bandar, all’epoca Ambasciatore saudita a Washington e alleato di ferro dei Bush; una verità contenuta nelle “28 Pagine”, il Rapporto della Joint Intelligence Commission sugli eventi pre-durante-post 11 Settembre. La stessa matrice sunnita che ha sponsorizzato gruppi islamici radicali per contrastare il dominio sciita nell’Iraq post-Saddam; e per abbattere il regime di Damasco in Siria. E’ in questo contesto che è nato lo Stato Islamico, movimento dedito al culto della morte, che ha occupato vuoti di potere in Medio Oriente; perfino in Libia, uno Stato in crisi da quando venne liquidato Gheddafi nel 2011, sull’onda delle Rivolte arabe.

E’ stata proprio l’ascesa dello Stato Islamico a generare lo sforzo di alcuni deputati Usa, nel 2014, per declassificare le “28 Pagine”, e passare lo Jasta – la legge che permette di fare causa anche a governi stranieri per attacchi terroristici. E’ in fase istruttoria il processo intentato dai parenti delle vittime dell’11 settembre contro il Governo dell’Arabia Saudita.

Esiste un legame, quindi, fra l’11 Settembre, la distruzione dell’Iraq, il disastro in Libia, e il macello in Siria; e non è frutto di una mente “complottista”: è stata la maggioranza del Congresso Usa, per alzare le difese contro potenziali attacchi terroristici, a denunciare la connivenza fra le Monarchie del Golfo e gruppi radicali islamici. Nella Campagna Presidenziale del 2016 Trump aveva promesso di annientare lo Stato Islamico, accusando addirittura Ryadh di aver abbattuto le Torri Gemelle. Anche grazie a questa agenda, il candidato repubblicano ha costruito il consenso attorno a sé; all’opposto Hillary Clinton ha impaurito con la sua promessa di istituire una No-Fly-Zone in Siria. Il Chief of Staff dell’esercito Usa Generale Joseph Dundford, davanti al Congresso nel 2016, aveva avvertito: è un passo che può scatenare una guerra aperta con la Russia.

E allora perché, davanti a questo pericolo, alcuni Governi occidentali continuano a destabilizzare il Medio Oriente? Come se l’obiettivo del Pnac, un mondo unilaterale a trazione Usa, fosse ancora valido. Ignorando la rinascita del nazionalismo russo; e con una Cina ben più potente rispetto agli anni ’90.

In fondo Barack Obama lo ha ammesso in una lunga intervista concessa a The Atlantic nel 2016: “il Presidente Usa è costretto a seguire un manuale in politica estera”.

In Siria e in Libia, quel manuale spingeva per il supporto ai ribelli anti-Assad e anti-Gheddafi. E nel 2013, indicava l’intervento bellico dopo gli attacchi chimici di Ghouta. Obama invece si rifiutò di seguire il manuale; e preferì trovare un accordo con la Russia affinché Damasco consegnasse il suo arsenale chimico alle Nazioni Unite. Ma sono le giustificazioni per quel mancato intervento a sorprendere: l’ex Presidente Usa era convinto che l’attacco chimico a Ghouta fosse una “trappola tesa da alleati e da chi voleva quella guerra”, affinché Washington abbattesse il regime di Damasco. E’ un tacito riferimento a Israele e alle Monarchie del Golfo, da sempre nemiche degli Assad e dell’Iran sciita.

Sempre in quell’intervista, Obama giustificò il mancato intervento con un’altra rivelazione: Il Direttore della Comunità di Intelligence Usa James Clapper non offriva certezze che il colpevole fosse il regime di Assad.

E’ esplicito, poi, l’accostamento alla propaganda sulle Armi di Distruzione di Massa in Iraq – con la quale George W. Bush si è consegnato alla Storia come un criminale di guerra. Nel settembre del 2013 le Nazioni Unite pubblicarono un Rapporto sull’attacco chimico a Ghouta: si confermava l’uso di Sarin sui civili, ma non indicava il colpevole.

A frenare ulteriormente Obama, è stata l’incertezza sul post-Assad. Alla fine del 2013 i “ribelli” siriani moderati erano già alleati con gruppi filo-qaedisti o frange radicali coalizzatesi nel nascente Stato Islamico. E’ anche a questi gruppi che finivano le armi del programma Timber-Sycamore, messo a punto dalla Cia, in collaborazione con l’Arabia Saudita, e con la benedizione del Dipartimento di Stato guidato da Hillary Clinton.

Come ha recentemente spiegato l’economista Jeffrey Sachs sulla MSNBC, la situazione in Siria deriva dagli errori commessi 7 anni fa dagli Stati Uniti: hanno cercato di abbattere il regime di Damasco senza una chiara strategia. A meno che l’instaurazione di un regime islamico sunnita, come aveva previsto nel 2012 la DIA, l’Intelligence Militare Usa, fosse il male minore. Il supervisore di quel Report era Michael Flynn, scelto dal Presidente Usa Donald Trump come National Security Advisor, ma costretto alle dimissioni per il Russiagate.

Anche Trump, come ha sottolineato l’economista, sta resistendo alle pressioni imposte dall’establishment. Per due volte aveva annunciato il ritiro delle truppe Usa dalla Siria. Alle dichiarazioni della Casa Bianca sono immediatamente seguiti attacchi chimici contro i civili: il 4 aprile 2017 a Khan Shaykhun, e lo scorso 7 aprile a Douma. Nel primo caso, un Rapporto Onu punta il dito contro il regime di Damasco – sebbene sia una ricostruzione deficitaria, e lo stesso Segretario alla Difesa Usa James Mattis, lo scorso febbraio 2018, lo ha ammesso. A Douma invece, i soldati di Assad avrebbero utilizzato Cloro per uccidere una quarantina di civili in un’area ormai conquistata. Un fatto su cui l’OPCW, l’Organizzazione Mondiale per la Proibizione di Armi chimiche, sta indagando.

In entrambi i casi il Presidente Usa Donald Trump è stato risucchiato nel conflitto siriano; e ha lanciato attacchi missilistici al di fuori di qualsiasi mandato Onu; operazioni a cui né il regime di Damasco, né la Russia, che in Siria ha basi militari, hanno risposto.

Per Ian56 gli attacchi chimici sono stati una “trappola” – il gergo utilizzato dallo stesso Obama nell’intervista all’Atlantic – perché gli Stati Uniti rimangano invischiati in Siria; e contrastino l’Iran, che dal 2012 spalleggia il regime di Assad. Un quadro verosimile, tenendo conto che dallo scorso marzo il nuovo National Security Advisor di Trump è John Bolton, membro del Pnac e promotore dell’interventismo Usa in Medio-Oriente, in particolare contro Tehran.

Il sospetto è che, non potendo conquistare la Siria, la si trasformi nel nuovo Afganistan: se negli anni ’80 la guerra per Kabul contribuì al crollo dell’Unione Sovietica, la difesa di Damasco, alla lunga, potrebbe sfiancare il regime di Vladimir Putin; perché in fondo è lui il nemico “numero uno” di quell’establishment anglosassone uscito sconfitto dalle urne nel 2016.

E’ questo il quadro di riferimento degli Ian56 della rete: è necessario approfondire ogni “casus belli” siriano, a maggior ragione dopo che i Governi Occidentali, con la complicità della stampa, hanno venduto menzogne per muovere guerra in Iraq e in Libia.

Su Douma, dubbi sono stati sollevati anche da giornalisti come i veterani dell’Indipendent Robert Fisk e Uli Glick della ZDF, autorità in questioni mediorientali; o accademici come Il “Working Group for Syria“, fra cui Tim Hayword, professore di Scienze Politiche della University of Edinburgh. E non sono gli unici. Per loro, però, non vale l’accusa di essere “russian bot“: per la grande stampa Fisk e Glick si sarebbero “venduti” al Regime di Damasco; Hayword e colleghi vengono definiti complottisti e apologisti di Assad. E sembra trascurabile che in 7 anni di guerra anche gruppi ribelli, armati dagli Usa, o fazioni dello Stato Islamico, sponsorizzati da Turchia e Monarchie del Golfo, si siano macchiati dello stesso crimine contestato al regime di Damasco. Perché al netto delle diverse ricostruzioni, un fatto è inequivocabile: in Siria le armi chimiche sono state utilizzate una quarantina di volte; e in almeno 7 casi si è trattato di Sarin, un sofisticato composto.

E’ indubbio che i mandanti e gli esecutori di questi crimini vadano processati da un apposito tribunale. Per i governi occidentali, e la grande stampa, sul banco degli imputati dovrebbero finirci solo Assad e la sua corte.

Tuttavia le responsabilità degli Stati Uniti e dei loro alleati, in Siria, non sono ologrammi della mente di Philip Dick, né la propaganda dei Russian Bot. E di fronte alla minaccia di una guerra aperta contro la Russia, non è più il tempo di raccontarci bugie.

di Cristiano Arienti

In copertina: Rovine a Douma, Siria – by Bassam Khabieh, Reuters

https://undocs.org/A/68/663

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