Russiagate: l’ufficiale Strzok alla “difesa” della democrazia USA

L’elezione del Presidente degli Stati Uniti è un momento topico non solo per gli americani, ma anche per i cittadini di tutto il mondo: l’inquilino della Casa Bianca guida un Paese che incide sugli equilibri globali, e di ogni singola nazione. Per questo ogni quattro anni si guarda con interesse al processo democratico Usa: e nel corso del 2016, in molti restavano sbigottiti davanti all’ascesa del candidato Donald Trump, magnate e star televisiva, il quale si presentava con toni aggressivi, e con un programma populista.

Una crescente ansia condivisa in pubblico e in privato da molti, negli Stati Uniti e non solo, quando Trump si impose nelle Primarie Repubblicane: prometteva di “svuotare la palude di Washington”, e ribaltare la politica estera; nei suoi comizi, poi, metteva nel mirino le minoranze, risvegliando la destra estrema e razzista del Paese. I presagi all’orizzonte erano riassumibili in una frase: “Trump è un disastro”.

Una frase effettivamente scritta il 21 luglio 2016, l’ultimo giorno della Convention Repubblicana, dove Trump venne nominato alla Casa Bianca; e l’autore è Peter Strzok, ufficiale FBI, Vice-Capo del Contro-Spionaggio. Strzok la inviò a una collega, Lisa Page, legale dell’Ufficio del Vice-Direttore FBI Andrew McCabe. Non erano passate nemmeno due settimane dalla chiusura dell’indagine sul server privato di Hillary Clinton, attraverso cui passarono informazioni classificate durante il mandato da Segretaria di Stato. Strzok era il supervisore dell’indagine, e dal suo computer venne editato il comunicato con il quale il 5 luglio 2016 il Direttore FBI James Comey, scavalcando le prerogative del Dipartimento di Giustizia, esonerò Hillary Clinton. Presumibilmente fu Strzok ad assicurarsi che Comey non utilizzasse il termine “negligent”, che avrebbe automaticamente reso la Clinton incriminabile, visto che la legge vieta di utilizzare canali non governativi per informazioni classificate.

E sarebbero passati appena dieci giorni dal messaggio “Trump è un disastro”, prima che Strzok elaborasse il documento d’apertura della prima indagine FBI, denominata “Crossfire Hurricane”, sull’interferenza della Russia nelle elezioni americane. Era il 31 luglio 2016, e Strzok si basò su una voce: il maltese Joseph Mifsud, docente presso l’italiana Link University e l’inglese London School of Economics, nell’aprile 2016 avrebbe svelato a George Papadopoulos, membro della Campagna Trump, che i russi possedevano materiale compromettente su Hillary Clinton. A riportare la voce, Alexander Downer, Ambasciatore australiano del Commonwealth presso Londra e già fund-raiser della Clinton Foundation. Downer aveva “avvertito” l’FBI a fine luglio 2016, dopo la pubblicazione, da parte di Wikileaks, di email private del Partito Democratico; comunicazioni da cui si evinceva che Hillary Clinton era di fatto la candidata democratica alla Casa Bianca ben prima che cominciassero le Primarie. In realtà ci sarebbero voluti due anni perché uscissero nomi e cognomi di agenti russi accusati di aver hackerato le email, e di averle consegnate a Wikileaks; e la ricostruzione probatoria, quella elaborata dal team dell’Investigatore Speciale Robert Mueller, non è ancora passata al vaglio di un tribunale. Per altro, né Mifsud né Papadopoulos vengono menzionati nell’atto di incriminazione.

Pochi giorni dopo l’apertura di “Crossfire Hurricane”,Strzok si lasciò andare ad altri commenti di parte: il 6 agosto 2016, ad esempio, Lisa Page spiegò che forse lui era in quel ruolo per proteggere la nazione, evidentemente da Trump; il Vice-Capo del Contro-Terrorismo FBI rispose: “Posso proteggere il Paese su molti livelli”. Due giorni dopo, aggiunse: “Lo fermeremo”, riferendosi a Trump.

Questi sono solo gli esempi più eclatanti di un’avversione conclamata verso il candidato repubblicano, espressa in decine di messaggi.

Verso la Clinton, all’opposto, Strzok nutriva un sentimento favorevole; tanto che nel marzo 2016, quando ancora l’indagine sul server era nel suo pieno, l’ufficiale FBI scrisse: “Hillary dovrebbe vincere 100 milioni a 0”.

All’epoca le Primarie democratiche non erano matematicamente decise, e Bernie Sanders poteva ancora diventare il candidato democratico, al netto delle manovre del DNC per favorire la Clinton. Tuttavia anche verso il Senatore del Vermont, Strzok aveva espresso giudizi feroci: “Sanders è un idiota come Trump”, scrisse nell’agosto 2015. All’epoca l’indagine sulla Clinton era agli inizi, ma l’approccio dell’FBI era già morbido: di fronte alla sistematica distruzione di prove, o menzogne durante gli interrogatori, i membri dell’entourage di Clinton ricevettero immunità in cambio di una collaborazione che in realtà non c’è mai stata.

La stessa Clinton venne interrogata dall’FBI solo il 2 luglio 2016, quando ormai il Direttore Comey, insieme ai suoi collaboratori, aveva già redatto il documento di non-incriminazione. Strzok, l’ufficiale che interrogò la candidata democratica, già un mese prima, sempre in un messaggio a Lisa Page, aveva espresso questo sentimento: “Un sacco di persone stanno trattenendo il fiato sperando per la Clinton”.

I messaggi fra Strzok e Page sono stati scoperti nell’agosto 2017, durante la verifica interna dell’Ispettore Generale del Dipartimento di Giustizia Michael Howowitz, relativa all’effettiva correttezza dell’indagine sul server privato di Clinton. Il Dipartimento di Giustizia ne ha resi pubblici qualche centinaio nel dicembre 2017, generando uno scandalo: come è possibile che un agente FBI, incaricato di supervisionare l’indagine su Clinton, potesse esprimere un simile disprezzo per Trump? E aprire contro il candidato repubblicano l’indagine che, nelle fasi iniziali, era basata su voci tutt’altro che verificate?

A queste domande ha cercato di rispondere direttamente Peter Strzok, chiamato a testimoniare davanti alla House Judiciary Committee il 28 giugno, a porta chiuse, e lo scorso 12 luglio, in diretta televisiva.

Per l’ex Vice-Capo del Contro-Spionaggio FBI – oggi parcheggiato al Dipartimento delle Risorse Umane – quei messaggi erano privati; e in quel contesto espresse la sua opinione da libero cittadino, un diritto costituzionale inalienabile anche per chi riveste incarichi governativi.

“In 26 anni di carriera. ha insistito Strzok, non ho mai permesso che le mie opinioni influenzassero le indagini FBI. Inoltre va considerato un altro fattore: tutte le mie azioni sono state condivise, o comunque dibattute, dalle strutture sopra di me, e sotto di me.”

Una difesa, quella di Strzok, aspramente criticata da molti Rappresentanti Repubblicani. Incalzandolo, gli hanno chiesto di delineare le mosse che portarono all’apertura dell’indagine sull’interferenza dei russi: come poteva essere sufficiente un’informazione vaga come quella fornita dall’Ambasciatore Downer, connettendo una voce da bar con la pubblicazione del DNCleak da parte di Wikileaks? Tanto più che quindici giorni dopo, il 15 agosto 2016, Strzok aveva inviato questo messaggio alla collega Page: “Vorrei credere al percorso da te delineato nell’ufficio di Andy, che non c’è possibilità che Trump venga eletto; ma temo che sia un rischio che non possiamo correre. E’ come una polizza assicurativa nel caso tu muoia prima dei 40 anni.”

Un messaggio interpretabile come la ferma volontà di minare la corsa di Trump verso la Casa Bianca.

L’Andy in questione sarebbe Andy McCabe, all’epoca Vice-Direttore dell’FBI; il quale, il 1 novembre 2016, si è ricusato da qualsiasi ruolo nell’indagine su Hillary Clinton, da poco riaperta. Una settimana prima il Wall Street Journal aveva pubblicato una storia su un finanziamento da 500.000 $ alla moglie, Jill McCabe, per la sua candidatura al Senato; soldi venuti da Terry McAuliffe, Governatore della Virginia e clintoniano di ferro. Secondo i Rappresentanti Repubblicani, sono prove che quelle espresse da Strzok non erano opinioni personali, ma prefigurano un complotto, all’interno dell’FBI, per colpire il candidato repubblicano, o azzopparlo nel caso vincesse; piantando un’indagine che legasse Trump ai russi.

L’indagine di Strzok, infatti, è proseguita con l’acquisizione del materiale redatto da Christopher Steele, ex agente dei Servizi Segreti britannici, e raccolto poi in un Dossier: un castello di accuse non verificate e non documentate sulla cooptazione di Donald Trump da parte del Presidente russo Vladimir Putin. Era il Partito Democratico e la Campagna di Hillary Clinton ad aver finanziato il lavoro di Steele, attraverso lo Studio Legale Perkins & Coie e la società di ricerca Fusion GPS; e secondo la ricostruzione dei Rappresentanti Repubblicani, era stata Nellie Ohr, ex agente Cia e collaboratrice di Fusion GPS, a far arrivare i memo del dossier al Vice-Capo del Contro-Spionaggio FBI, attraverso suo martito Bruce Ohr, funzionario del Dipartimento di Giustizia.

Le informazioni contenute nello Steele Dossier sarebbero state presentate dall’FBI e dal Dipertimento di Giustizia davanti a una Corte per ottenere un FISA – un dispositivo di sorveglianza speciale – nei confronti di Carter Page, membro della Campagna Trump.

Durante la testimonianza davanti alla House Judiciary Committee, Strzok si è rifiutato di rispondere alle richieste di chiarimento, adducendo che, secondo le regole interne dell’FBI, non è autorizzato a parlare di un’indagine ancora in corso.

Su di lui, i giudizi dei Rappresentanti Repubblicani sono stati impietosi: con la sua partigianeria, Strzok avrebbe gettato discredito su tutto l’FBI, erodendo la fiducia degli americani nelle istituzioni.

La pensano all’opposto i Rappresentanti Democratici, che durante la testimonianza hanno protetto Strzok dagli attacchi. Anzi, lo hanno definito un patriota, perché sono stati suoi i primi passi per aprire l’indagine sull’interferenza dei russi, multipla e su vari livelli, nella democrazia americana. Indagine che, nelle mani dell’Investigatore Speciale Mueller, ha portato a quattro ammissioni di colpevolezza (per falsa testimonianza), una condanna (per falsa testimonianza e frode finanziaria), e decine di incriminazioni per cittadini ed entità russi.

Tuttavia rimane un fatto: quando nell’agosto 2017 emersero i messaggi di Strzok, l’Investigatore Speciale Robert Mueller lo rimosse dal team di indagine, in cui l’ex Vice-Capo al Contro-Spionaggio era stato arruolato solo un mese prima e rivestiva un ruolo di comando. Un’indagine su cui, come scritto in un messaggio a dieci mesi dall’apertura di Crossfire Hurricane, l’ufficiale dell’FBI sentenziava: “There si no there-there”, traducibile con “non c’è sostanza”. Strzok fu l’unico a essere soggetto a una tale misura, nonostante altri membri del team, in messaggi privati, avessero espresso critiche nei confronti di Trump.

E soprattutto pesa il Rapporto dell’Ispettore Generale Michael Horowitz sull’operato di Strzok nella gestione dell’indagine sul server privato di Hillary Clinton, uscito lo scorso 14 giugno. Nel settembre 2016 la Polizia di New York, in un’indagine separata, scoprì centinaia di migliaia di email della Clinton sul laptop di Anthony Weiner, marito di Huma Abedin, assistente speciale della candidata democratica. Invece di appurare il contenuto delle email, se contenessero materiale classificato, Strzok non agì, e destinò risorse e uomini nell’indagine sull’interferenza dei russi nelle elezioni attraverso i contatti con membri della campagna Trump.

L’Ispettore Generale Horowitz, nel rapporto, scrive che non può escludere che le mosse di Strzok, in questa fase, fossero dettate da una predisposizione negativa nei confronti di Trump, e una favorevole nei confronti di Clinton.

Davanti al Congresso, Strzok si è giustificato così: nella mia carriera ho indagato molti casi di cattiva gestione di materiale classificato; tuttavia non mi era mai capitato il tentativo di una potenza straniera ostile di determinare la vittoria di un candidato alla Casa Bianca. Dal mio punto di vista, il secondo caso meritava molta più attenzione.

Si sa come andò a finire: il 28 ottobre 2016, per paura che la Polizia di New York filtrasse alla stampa la notizia che email di Clinton erano state trovate su un canale non governativo, il Direttore Comey riaprì l’indagine; mancavano 10 giorni alle elezioni. La richiuse una settimana dopo, senza incriminazione; ma ormai una fetta importante dell’elettorato Usa aveva definitamente perso fiducia nella candidata democratica.

A due anni di distanza, forse il cittadino Strzok aveva ragione: Trump è un disastro. Il Presidente Usa, poi, avrebbe effettivamente goduto degli aiuti della Russia per raggiungere la Casa Bianca. Forse, però, un disastro lo è stato anche l’ufficiale FBI Strzok: più che per “difendere” la democrazia americana, operò, così appare, affinché vincesse la candidata democratica.

di Cristiano Arienti

In copertina: La Statua della Libertà – New York City

Fonti e Link Utili

https://www.umanistranieri.it/2017/05/russiagate-wikileaks-e-la-dimensione-parallela-di-seth-rich-parte-12/ (CRONOLOGIA DEL RUSSIAGATE – UMANISTRANIERI)

https://archive.org/stream/StrzokPageTexts/FBI-texts_djvu.txt (Testi dei messaggi di Peter Strzok)

Testimonianza di Peter Strzok davanti al Congresso Usa.

https://oig.justice.gov/press/2018/2018-06-14.pdf (Rapporto OIG)

Russiagate: genesi ed evoluzione di una crisi istituzionale

https://www.umanistranieri.it/?s=emailgate (Articoli sull’Emailgate – UmaniStranieri)

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