Il Rapporto sul Russiagate e la credibilità di Mueller

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Dopo due anni, l’Investigatore Speciale Robert Mueller è sceso dalla collina con le tavole della legge: ovvero, il Rapporto sulla presunta cospirazione fra Trump e la Russia per condizionare le elezioni 2016; e sulla successiva ostruzione alle indagini.

Il Rapporto, tuttavia, non è una rivelazione divina, ma una ricostruzione che lascia aperti dubbi; indipendentemente dal fatto che manchino prove incriminanti sulla cospirazione; una delusione per chi accusava Trump di essere il manchurian candidate di Vladimir Putin. Per altro, vengono evidenziati atteggiamenti recettivi su eventuali sostegni da parte dei russi: il candidato repubblicano non avrebbe avuto remore a perseguirli o ad accogliergli. Un’interferenza che, leggendo il Rapporto, si è consumata con hackeraggi della Campagna Clinton, infiltrazioni nei database elettorali, attività di disinformazione su internet, e approcci ad associati di Trump. L’Investigatore Speciale ha marchiato il Presidente Usa con una condanna politica; senza contare gli episodi di ostruzione alla giustizia: partendo dal licenziamento del Direttore FBI James Comey, o il proposito di rimuovere lo stesso Mueller. Su questo è scontro Istituzionale fra Trump, che si sente scagionato, e i Democratici, secondo i quali ci sarebbero prove per metterlo in stato d’accusa.

L’Investigatore Speciale ha abdicato al compito di stabilire se vada incriminato. Anche questa è una forma di condanna politica: che Trump non può o non vuole affrontare. Il Segretario alla Giustizia William Barr, senza indicazioni precise, non ha riscontrato elementi di incriminazione. Incalzato al Congresso, ha offerto la base costituzionale della sua scelta: il Presidente stava esercitando una prerogativa: “difendersi da un’accusa falsa che stava ostacolando le sue funzioni.

Che Mueller abbia tenuto conto dei risvolti di un’incriminazione per fatti conseguenti ad accuse non comprovate? Solo lui potrebbe rispondere: per adesso, si è sottratto alla richiesta di testimoniare davanti al Congresso; rimarcando la ieraticità della sua figura.

Mueller e le verità nascoste

Dal maggio 2017, quando venne ingaggiato dal Dipartimento della Giustizia per indagare sul Russiagate, l’ex Direttore FBI Mueller è descritto come integro servitore dello Stato. Rimase in carica oltre i canonici 10 anni, su richiesta del Presidente Barack Obama; perciò è considerato bi-partisan. Già Capo della Divisione Crimini al Dipartimento della Giustizia sotto Bush senior, venne nominato da Bush junior alla guida dell’FBI nel 2001. Si insediò appena prima dell’11 Settembre, immediatamente catapultato sul fronte del terrorismo: dal pericolo di nuovi attacchi, alle lettere all’antrace spedite a giornalisti e membri del Congresso. Insieme al Presidente Bush e al Sindaco di New York Rudy Giuliani, Robert Mueller fu la faccia delle istituzioni nel momento più tragico degli Stati Uniti.

A loro gli americani si aggrappavano per avere rassicurazioni. Una fiducia sfruttata da Bush per imporre l’allucinazione che Saddam Hussein possedesse armi di distruzione di massa, pretesto per occupare l’Iraq. Una menzogna propagata dallo stesso Robert Mueller; l’allora Direttore dell’FBI, l’11 febbraio 2003, ci mise la faccia al Congresso: “siamo preoccupati che Saddam consegni le sue armi di distruzione di massa ai terroristi di Al Qaeda”. Una montatura venduta una settimana prima dal Segretario di Stato Colin Powell all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, e contestata dagli Ispettori Onu.

Tuttavia il ruolo di Mueller, se possibile, fu peggiore rispetto a quello di Powell.

Era trascorso un anno e mezzo dall’11 Settembre, e da mesi l’Amministrazione Bush-Cheney collegava Saddam a Osama Bin Laden, leader di Al Qaeda. Nessuno meglio di Mueller sapeva quanto inconsistente fosse quell’accusa: perché aveva fornito materiale di indagine alla Commissione Interparlamentare sulle Attività della Comunità di Intelligence prima e dopo gli Attacchi dell’11 Settembre. Il Rapporto finale fu pubblicato nel Dicembre 2002, e accorpato al 9/11 Report: spiccava la censura integrale del capitolo sul sostegno agli attentatori da parte di potenze straniere. Dovettero trascorrere 14 anni perché quelle 28 pagine fossero declassificate, e affiorasse il ruolo dell’Arabia Saudita nel supportare, a livello finanziario e logistico, le cellule qaediste coinvolte negli attacchi a Washington e New York.

La condotta di Mueller fu strumentale per una guerra che ebbe come conseguenze: la destabilizzazione del Medio-Oriente, l’espansione del terrorismo di matrice islamica, la delegittimazione delle Nazioni Unite, una spaccatura all’interno dell’Unione Europea. Ed è stato decisivo, Mueller, per l’insabbiamento del ruolo saudita nel peggior attacco all’America, ostacolando le famiglie delle vittime dell’11 Settembre nell’ottenere giustizia. Lo ha affermato Bob Graham – Co-Presidente di quella Commissione interparlamentare; il motivo era proteggere un alleato di ferro degli Usa, e nascondere le negligenze della Casa Bianca, FBI e Cia, nel prevenire gli attacchi.

Diventa difficile, allora, vedere Mueller sotto una luce messianica; e prendere per vangelo i risultati dell’indagine.

La credibilità del Rapporto

Nella ricostruzione dell’Investigatore Speciale ci sono alcuni punti fermi:

  • Il 14 marzo 2016 George Papadopoulos, consulente energetico di Trump, incontra per la prima volta il professore maltese Joseph Mifsud, definito agente russo. Alla fine di aprile Mifsud confidò a Papadopoulos che i russi erano in possesso di email compromettenti su Hillary Clinton. L’informazione sarebbe stata poi svelata da Papadopoulos al diplomatico australiano Alexander Downer, il quale allertò l’FBI dopo la pubblicazione del DNCleak.
  • Il 19 marzo 2016 l’Intelligence militare russa (GRU) hackerò la posta elettronica di John Podesta, Capo Campagna della Clinton; e celandosi dietro alla “persona” DCLeak, il 22 settembre, trasferì via internet le email a Wikileaks. L’organizzazione di Assange iniziò a pubblicare le Podestaemail 14 giorni dopo.
  • A partire dal 25 maggio 2016, il GRU cominciò a esfiltrare dai server del Partito Democratico (DNC) un corpo di migliaia di email; il 14 luglio le trasferì via internet a Wikileaks, celandosi dietro alla “persona” Guccifer2 . L’organizzazione di Assange iniziò a pubblicare il DNCleak otto giorni dopo.
  • Sia per le Podestaemail, che per il DNCleak, Wikileaks si è offerta agli hacker come cassa di risonanza per colpire la Clinton. Assange, come emerso da comunicazioni private, considerava la candidata democratica un falco: sfruttando una malintesa piattaforma progressista, Clinton avrebbe avuto mano libera per rinfocolare le guerre in Medio Oriente, con il rischio di allargare i conflitti su scala globale. Trump, nell’ottica di Assange, avrebbe incontrato più resistenze per un’agenda militarista.

Wikileaks emerge come un attore politico; che però non avrebbe esitato, così appare in un messaggio a Donald Trump Junior, a pubblicare le dichiarazioni fiscali di Trump. Informazione appetita da molti organi di stampa; infatti il New York Times ne ricevette in forma anonima uno stralcio, e lo pubblicò all’inizio di ottobre 2016. E’ lo stesso New York Times che, giorni prima, si era schierato con Hillary Clinton, denunciando Donald Trump come il peggior candidato nella storia degli Stati Uniti.

A Wikileaks, tuttavia, non è stata concessa simile legittimità, perché assimilata all’Intelligence russa. Con ulteriore accusa infamante: Assange insinuò che la fonte del DNCleak fosse Seth Rich, funzionario del DNC assassinato il 10 luglio 2016, pur avendo ricevuto le email da Guccifer2 – Mueller non ha offerto nuovi indizi sulla morte di Rich, ancora senza colpevoli.

Ma è proprio il Rapporto, a pagina 47, che offre chiavi di lettura diverse; Assange potrebbe aver ricevuto fisicamente le email da corrieri, nel corso dell’estate 2016. Le pubblicazioni di Wikileaks, perciò, non sono per forza legate ai trasferimenti-dati citati. La narrazione di Mueller, infatti, stona con la cronologia degli eventi: Assange aveva annunciato pubblicazioni compromettenti su Clinton prima che avessero luogo contatti con DCLeak e Guccifer2. Su questo, Mueller non offre spiegazioni; né le ha chieste ad Assange; o ad associati di Wikileaks come Craig Murray: l’ex Ambasciatore britannico ha ripetuto di aver conosciuto il whistleblower delle Podestaemail: sarebbe una persona con legale accesso al materiale filtrato, delusa dalla gestione delle Primarie da parte del DNC. Non è stato interrogato nemmeno Andrew Muller-Maguhn, il sospetto corriere delle email.

Nel Rapporto, lo status applicato a Wikileaks, e le ragioni per cui è descritta come intermediario, è censurato. Affiora il dubbio che il quadro probatorio di Mueller, in tribunale, non sarebbe così inattaccabile.

L’Investigatore Speciale non ha incriminato neanche Joseph Mifsud, descritto in rapporti con un membro dell’Internet Research Agency, l’agenzia russa che sfruttò i social media per favorire Trump; neppure per falsa testimonianza: all’FBI il maltese aveva negato di aver parlato di email a Papadopoulos. Difficile per Mueller provare la veridicità di quella conversazione; cresce il sospetto, però, che due anni non siano bastati per ricostruire ulteriori legami fra il professore e l’Intelligence russa.

Al contrario Mifsud, scorrendone la carriera e le frequentazioni in Italia e Gran Bretagna, assomiglia più a un asset dell’Intelligence occidentale. E’ irreperibile da fine 2017; ma secondo un’inchiesta di Luciano Capone de Il Foglio, per tutto questo tempo Mifsud è rimasto a Roma.

Il professore maltese e Alexander Downer sono i personaggi che, in quella primavera-estate del 2016, nuotavano intorno a Papadopoulos. Come loro, Stefan Halper, già operativo della Cia, e uomo di fiducia di George H. W. Bush: nel settembre 2016 ingaggiò il giovane consulente di Trump per un articolo; intanto, gli chiese delle email di Clinton in mano ai russi.

Tre anni dopo l’apertura delle indagini, i riflettori sono puntati proprio su Halper: fu lui ad accusare il Generale Michael Flynn di essere in contatto con l’Intelligence russa tramite l’accademica Svetlana Lokhova, risultata innocente; era la fine del 2015, quando Trump aveva già imbarcato nella Campagna l’ex Capo dell’Intelligence della Difesa. Flynn, nel 2017, fu costretto a dimettersi da Consigliere alla Sicurezza Nazionale; ma non è stato incriminato per cospirazione con i russi.

Halper lo si ritrova intorno ad altri esponenti della Campagna Trump: da Carter Page a Sam Clovis. Oggi l’ex Direttore FBI James Comey ammette che vari informatori stavano “indagando” sulle connessioni fra la Campagna Trump e i russi. E parallelamente, l’FBI stava utilizzando come materiale probatorio lo Steele Dossier: si tratta di informazioni raccolte dall’ex spia britannica Christopher Steele, per una operazione di opposition research finanziata da Hillary Clinton; il Dossier non ha avuto riscontri; tanto che nel Rapporto non ve n’è traccia: eppure, per due anni era stato sulle prime pagine di tutti gli organi di stampa.

Il Segretario alla Giustizia Barr ha annunciato che vuole vederci chiaro sulla condotta dell’FBI e del Dipartimento di Giustizia. Entro maggio Michael Horowitz, Ispettore Generale del Dipartimento di Giustizia, dovrebbe pronunciarsi, dopo un anno di lavori, sul sospetto che l’apertura delle indagini su membri della campagna Trump fosse viziata da forzature.

Rispetto al Rapporto di Mueller, quello di Horowitz non riscuote la stessa religiosa attesa; eppure potrebbe riservare rivelazioni. Magari la conferma che il Russiagate, nelle parole di Peter Strzok, l’agente che aprì l’indagine, fosse soprattutto “una polizza assicurativa” nel caso avesse vinto Trump.

di Cristiano Arienti

Fonti e Link utili

https://www.umanistranieri.it/category/russiagate/

https://www.umanistranieri.it/category/11-settembre/

http://www.unz.com/article/comey-and-mueller-russiagates-mythical-heroes/

https://www.umanistranieri.it/wp-admin/post.php?post=5082&action=edit

https://www.axios.com/mueller-russia-investigation-timeline-indictments-70433acd-9ef7-424d-aa01-b962ae5c9647.html

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