Sfida ai Cambiamenti Climatici nell’era del petrolio

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Sono un produttore di CO2, il gas serra che, emesso in quantità industriale dal 1850, sta riscaldando il pianeta a grande velocità; il cambiamento climatico derivante dalle mie azioni e quelle di miliardi di esseri umani, è ormai ritenuto una minaccia esistenziale per molte specie. Compresa la nostra.

Secondo la tabella delle Nazioni Unite per il calcolo dell’impronta carbonica, produco una decina di tonnellate di CO2 all’anno: inferiore alla media globale, di circa 14 tonnellate; ma superiore rispetto al taglio necessario per limitare l’impatto dei cambiamenti climatici antropici.

Non possiedo auto, guido un diesel sporadicamente; viaggio in treno, sui mezzi pubblici, o a piedi; consumo gas per il riscaldamento e per cucinare – mangio carne spesso, grande fattore impattante; ho viaggiato poco in aereo – altro grande fattore impattante – con appena quattro voli intercontinentali. Consumo elettricità per i fabbisogni privati e lavorativi, cercando di limitarli; riciclo la spazzatura, e ho pure piantato alberi. Però è innegabile: il mio stile di vita alimenta la domanda di carbon-fossile.

In Italia nel 2018, le fonti rinnovabili come eolico e fotovoltaico hanno coperto il fabbisogno di energia elettrica solo del 13% (per quanto il settore sia in crescita). L’auto elettrica, al 100% o ibrida, ha quote di mercato ancora modeste, sebbene si preveda un boom, con decine di modelli in produzione.

Secondo la tabella energetica della IEA (Agenzia Internazionale dell’Energia), il fabbisogno di energia, entro il 2040, è destinato a crescere globalmente: gli addendi sono l’aumento della popolazione, e lo sviluppo di Paesi arretrati.

Nel World Energy Outlook del 2018, si calcola che le attuali politiche di riduzione di CO2 non abbatteranno la richiesta di petrolio: anzi, sarà superiore; e la domanda di gas è destinata a salire di 1/3. La CO2, perciò, aumenterebbe. Con un approccio integrato per raggiungere gli obiettivi degli Accordi sul Clima, invece, calerebbe la domanda di energia: per via dell’efficienza del consumo, e maggior diffusione di rinnovabili. Ecco che si abbatterebbe di 1/4 la richiesta di petrolio, con il dimezzarsi del carbone; mentre il gas manterrebbe il ruolo di primo piano nell’assicurare il fabbisogno di energia. L’elettricità sarebbe garantita per oltre metà da fonti non-fossili; per 3/4, se incluso anche il nucleare. Questa fonte, molto controversa, è nella lista del “non-fossile” anche nell’ultimo Rapporto SR15 dell’IPCC (Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico).

Secondo gli scenari dell’IPCC, per contenere l’aumento di temperatura a 1,5°C entro la fine del secolo, il carbone andrebbe eliminato entro il 2050; e il petrolio ridotto di quasi 2/3. Per contenere l’aumento entro i 2°C, il consumo di petrolio dovrebbe dimezzarsi (SR15, da p 130).

Improbabile, in un settore ancora regolato da domanda e offerta, e con un giro di affari secondo solo alla finanza.

Attualmente il petrolio è la fonte più richiesta sul pianeta. Aramco, Compagnia petrolifera saudita, è l’azienda con i più alti profitti al mondo, con un valore di 2 trilioni di $. L’offerta sul mercato delle sue azioni, in programma, sarà storica per movimenti di capitale.

Compagnie petrolifere come Exxon e Chevron sono stabili ai primi posti nella lista delle aziende più ricche al mondo. Non è un caso che gli Stati Uniti siano il maggior produttore ed esportatore di petrolio, oltre ad esserne il grande consumatore. Non stupisce che siano al primo posto per emissioni pro-capite di CO2.

Come totale di emissioni, è la Cina al primo posto, con un picco di CO2 non ancora raggiunto; infatti è la grande importatrice di carbon-fossile.

L’economia russa è strutturalmente legata all’esportazione di petrolio (e gas), come quella di molti Paesi asiatici, africani e americani.

I piani industriali dei colossi petroliferi, privati e statali, prevedono un’espansione del settore, e un aumento della produzione; pur sbandierando un impegno a diversificare nelle rinnovabili.

L’Amministratore delegato della Shell, Ben Van Beurden, ha identificato il solare come la fonte del futuro; ma gli investimenti sono ammassati per ricerca e sviluppo del petrolio. Per una società come Shell la difficoltà maggiore, ha affermato Van Beurden, sarà capire quando abbandonare un bene tanto disponibile e redditizio.

Ecco spiegato perché l’italiana Eni sta espandendo la ricerca e la produzione di petrolio: dal Mar di Barents, prossimo all’Artico, al Mediterraneo; dal Medio Oriente all’Africa. Il 2018, per la più grande industria italiana – a partecipazione statale – è stato un anno record per ricavi; con un investimento in ricerca e sviluppo in fonti alternative che Legambiente definisce “briciole”. Un quadro che stona con gli obiettivi europei di taglio di CO2 entro il 2040; e contraddice l’immagine eco-sostenibile propagandata da Eni.

Con il picco della domanda di petrolio all’orizzonte ma lontano, Aramco, Shell, Exxon o Eni, non prendono nemmeno in considerazione un cambio di core business. Recentemente l’IEA e l’Opec (Organizzazione di Paesi esportatori di petrolio) hanno sì tagliato le stime di crescita della domanda per il 2020; ma solo per un rallentamento dell’economia globale, non per le politiche di riduzione di CO2.

Un altro fattore di oscillazione del prezzo, sono le recenti schermaglie belliche nel Golfo Persico, con impianti della Aramco colpiti da un attacco missilistico di cui è incolpato l’Iran.

Per il petrolio – e il gas – gli Stati sono pronti a farsi le guerre.

La consapevolezza che sia una fonte così dannosa, non frena i più grandi fondi di investimento, come BlackRock, nel pompare centinaia di miliardi di dollari nel settore. Vedono i Cambiamenti Climatici antropici come un asteroide: gli scienziati ne hanno calcolato l’impatto sulla Terra; ma siccome, s’illudono, sembra ancora nello spazio profondo, si procede con il “business as usual“.

Nel Rapporto SR15, l’IPCC delinea differenze abissali se la temperatura s’impennerà di 0,5°C rispetto al limite fissato a Parigi, nel 2015, in sede UNFCCC (Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici).

L’Accordo, a cui aderiscono tutti i Paesi del mondo, avvia la transizione alle rinnovabili, passaggio obbligato per limitare l’aumento di temperatura a 1,5°C; ma il percorso è talmente ostacolato, che in molti dubitano dell’efficacia del patto, per altro non vincolante.

Con le politiche attuali, le temperature aumenterebbero anche fino a 3°C entro la fine del secolo; il doppio rispetto all’Accordo di Parigi.

Nella testa di molti sta albeggiando lo scenario di un pianeta stravolto, e non per la visione di un romanziere: è la ricerca scientifica che avverte di un ecosistema terrestre nel caos a causa dell’azione umana. Le generazioni future si misureranno con sfide ciclopiche: l’innalzamento degli oceani e l’inabitabilità di territori densamente popolati, la rottura di filiere agro-alimentari e il continuo ripensamento delle infrastrutture. Un’eredità che i petrolieri, e chi li finanzia, sono disposti a lasciare.

Al balbettio della politica di fronte a questa minaccia esistenziale, si sta muovendo la società civile. Si parla sempre più di disinvestimento dalle fonti fossili; finanziare compagnie come Exxon e Shell, con profitti sicuri, non è più sostenibile: contribuisce all’emergenza climatica.

Recentemente un gruppo di 13 istituti, tra cui il colosso tedesco Allianz, ha lanciato il Net Zero Asset Owner, un piano di progressivo ritiro da quelle realtà con alta impronta carbonica.

Anche il governo italiano, in legge di bilancio, pensa di tagliare i sussidi al carbon-fossile. Tuttavia la politica sembra avere un passo lento, e contraddittorio, rispetto agli impegni presi a Parigi, da rilanciarsi ogni 5 anni.

Alla stentata rinuncia al carbone, ad esempio, corrisponde l’inarrestabile scioglimento dei ghiacciai montani. Se da un lato manca un massiccio piano nazionale sulle rinnovabili, dall’altro sono visibili i danni di fenomeni climatici resi più intensi dal Riscaldamento Globale.

La titubanza della politica italiana è osservabile in molti altri Paesi.

E’ anche per questo che sta acquistando inerzia la campagna di sensibilizzazione di Greta Thunberg, che invita “gli adulti” ad ascoltare gli scienziati. “I giovani”, avverte l’attivista svedese, “hanno intenzione di cambiare questo stato di cose; compreso il sistema, se necessario”.

Ultimamente si sta imponendo una variante più radicale: Extiontion Rebellion, un movimento globale di disobbedienza civile: pretendono una neutralità di emissioni di gas serra entro il 2025.

Un obiettivo che, a oggi, appare irraggiungibile perfino entro il 2050; anche in presenza di una mobilitazione generale; ad esempio con l’applicazione dei Green New Deal proposti negli Usa e in Europa: si tratta di piani legislativi per il contrasto al Cambiamento Climatico e l’ineguaglianza sociale, attraverso il rilancio di un’economia focalizzata su rinnovabili ed efficienza energetica. Ursula Von der Leyen, neo Presidente della Commissione Europea, parla di una riduzione di emissioni di CO2 del 50% entro il 2050. Frans Timmermans, suo Vice con delega al Green New Deal, aspira a un netto di emissioni pari a zero.

E’ forte la dissonanza fra simili promesse e il dominio del petrolio come primaria fonte energetica; molti giovani attivisti, ma anche esponenti della comunità scientifica, considerano i politici odierni come inadeguati ad affrontare la sfida.

Questa dissonanza, tuttavia, esiste interiormente in ognuno di noi.

Parlando delle accuse contro i colossi petroliferi, colpevoli di frenare il contrasto al Cambiamento Climatico antropico, l’Amministratore delegato della Shell ha spiegato: “la responsabilità non è solo nostra, di noi fornitori di energia; è anche dei consumatori, che sfruttano quello che abbiamo da offrire. Deve cambiare la domanda.”

La difesa di Van Beurden è fragile, vista la responsabilità oggettiva dell’industria del carbon-fossile per l’emissione di gas serra, e il decennale offuscamento sulla natura antropica del Riscaldamento Globale. Però pone una questione: cosa sto facendo per ridurre la mia impronta carbonica? Sfrutto abbastanza le energie alternative a disposizione?

Questo approccio prescinde dalla necessità di una azione politica e globale di contrasto ai Cambiamenti Climatici antropici; ma se non basterà attendere il 2050 per un mondo a emissioni nette pari a zero, posso, e devo, lavorare a una transizione energetica minore: quella della mia sfera personale.

di Cristiano Arienti

In copertina: attivisti di Extiontion Rebellion vandalizzano la sede della Compagnia petrolifera Total

Fonti e link utili

https://offset.climateneutralnow.org/footprintcalc

https://www.ft.com/content/1bf6773c-e857-11e9-a240-3b065ef5fc55

https://www.ecowatch.com/military-largest-polluter-2408760609.html

https://www.theguardian.com/commentisfree/2019/jun/04/climate-change-world-war-iii-green-new-deal

https://www.forbes.com/sites/niallmccarthy/2019/03/25/oil-and-gas-giants-spend-millions-lobbying-to-block-climate-change-policies-infographic/#72c8bb347c4f

https://www.ft.com/content/45a9b82e-df73-11e9-9743-db5a370481bc

https://www.iea.org/weo/

https://it.wikipedia.org/wiki/Produzione_di_energia_elettrica_in_Italia

https://wedocs.unep.org/bitstream/handle/20.500.11822/20767/climate-change-litigation.pdf?sequence=1&amp%3BisAllowed=

https://www.reuters.com/article/us-oil-renewables/big-oil-spent-1-percent-on-green-energy-in-2018-idUSKCN1NH004

https://www.dw.com/en/danish-pension-fund-dumps-oil-majors-on-climate-change-concerns/a-50288283

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