La cancellazione della sofferenza

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Lo hanno trovato senza vita lo scorso 16 aprile, nella sua casa di Ipswich, Inghilterra; a soli 35 anni si è spenta la stella di Liam Scarlett, coreografo che fino a pochi mesi fa lavorava per le Compagnie di Ballo più prestigiose del mondo: a partire dalla Royal Opera House di Londra, dove aveva iniziato la sua carriera. La famiglia non ha rivelato la causa del decesso, ma amici e colleghi sostengono che se la sia tolta, la vita. Poche ore prima, la Royal Danish Theatre aveva annunciato la cancellazione dal programma del Frankenstein coreografato da Scarlett; contribuendo a far precipitare una situazione, evidentemente, già molto dura per l’artista.

Nel comunicato con cui la Compagnia danese scaricava Scarlett, risaltavano le accuse di abusi e molestie sul posto di lavoro durante una sua collaborazione nel 2019; calchi di quelle lanciate da alcuni studenti del Royal Ballet School di Londra, e che avevano portato al suo allontanamento, e alla cancellazione dei balletti da lui creati. Un taglio drastico, nonostante un’indagine indipendente non avesse corroborato le accuse di molestie sessuali; non in modo tale da perseguire Scarlett con azioni legali.

Liam Scarlett

La Cultura della Cancellazione uccide”, ha scritto sui social Alexei Ratmansky, già Direttore artistico del Bolshoi e coreografo dell’American Ballet Theatre di New York, amico personale di Scarlett.

Il riferimento è alla tendenza di colpire una persona pubblica per un presunto reato o un comportamento inopportuno, principalmente sul posto di lavoro.Per Scarlett erano bastate un paio di testimonianze rimaste nell’anonimato per portare alla sua sospensione.

Nel gergo odierno, con cultura della cancellazione si intende anche il rifiuto di una persona per opinioni controverse, viste come promotrici di odio: si mette in moto una massa critica che, su un piano morale, giudica irricevibili sia le idee sia la persona stessa. Come nel caso della docente inglese Joe Pheonix, ingiustamente accusata di transfobia e incitazione all’odio; l’ammissione, condita da scuse, viene dall’Università dell’Essex, che ne aveva cancellato le lezioni.

Il rischio di perdere incarichi, o di essere esclusi dal dibattito pubblico, sono le conseguenze immediate: scattano datori di lavoro, dipartimenti delle risorse umane e comitati accademici; si lanciano processi interni a istituti e società, che spesso diventano notizia pubblica. Dall’oggi al domani si alzano così centinaia di indici: di colleghi o investitori, di gente famosa o account anonimi e perfino degli stessi social media. Spesso difendersi in un tribunale virtuale, o privato, diventa impossibile, perché la sentenza è precostituita; a volte anche in base a convenienze che nulla hanno a che fare con la giustizia; per esempio, evitare che istituti, società e datori di lavoro finiscano a loro volta boicottati per aver lasciato al suo posto l’individuo incriminato.

Ratmansky ha raccontato la confidenza di un regista: “non posso più permettermi di ingaggiare Scarlett, perché verrei mangiato vivo.”

La definizione di questa tendenza con il termine “cancellare” è entrata di recente nel linguaggio; in particolare, con il MeToo, il movimento di emancipazione delle donne, e di denuncia per le molestie e abusi in ambiente lavorativo. Ed è usato per descrivere il destino degli uomini accusati dalle vittime – tali o presunte. Esiste nei dizionari ed è entrato nell’uso comune.

Il termine “cancellare” si è infatti imposto per la necessità di descrivere una dinamica che era già emersa già negli anni precedenti al MeToo, in concomitanza con la diffusione dei social media, e la possibilità di impalcare gogne mediatiche nel giro di poche ore.

Nel 2013 Guido Barilla, dopo improvvide dichiarazioni a Radio24 sulla “famiglia gay”, finì nel mirino di attivisti LGBT (Lesbiche, Gay, Bisessuali, Transessuali); con il risultato che le maggiori catene di distribuzione negli Usa minacciarono di stracciare i contratti con l’azienda italiana. Guido, che nell’intervista si era perfino detto favorevole ai matrimoni gay, ne uscì devastato; dovette ricostruirsi un’identità nuova, da campione dei diritti LGBT. Grazie alla consulenza di agenzie esterne, la Barilla si è trasformata in un modello di inclusione. Per altro, in Italia l’adozione di bambini per una coppia gay, e più in generale l’utero in affitto, non sono ancora permessi per legge.

All’epoca, la vicenda venne trattata come un boicottaggio, ma lo schema causa-effetto è inquadrabile nella “cancellazione” di un marchio per opinioni discutibili ma legittime; riferite poi al mercato italiano, ma giudicate omofobe negli Usa. Un caso che magnifica la potenza di internet, visto che le frasi incriminate avevano occupato un paio di minuti di intervista.

Una tendenza, quella della “cancellazione”, allargabile anche a personaggi del passato, le loro imprese e le loro opere; perché agli occhi di una morale del presente, simboleggiano valori negativi e insopportabili. Ecco spiegato il recente abbattimento di statue o la loro vandalizzazione – in Italia, ad esempio, quella di Indro Montanelli a Milano, per la sua vantata relazione con una ragazzina etiope; o la cancellazione dai cataloghi della Disney di opere animate ritenute in alcuni passaggi offensive e razziste; o lo sdoganamento a livello accademico di teorie che indicano la notazione musicale dei Bach e dei Mozart come espressione del suprematismo bianco, e vorrebbero ridimensionarla nelle scuole.

Negli ultimi anni si contano numerosi tentativi di “cancellazione”: di donne e uomini – anche nella galassia LGBT – nel mondo dell’arte, del cinema, della letteratura, dell’accademia; un processo di moralizzazione che investe indistintamente il passato e il presente. D’altra parte però, non vi è consenso intorno alla definizione di “cultura della cancellazione”, visto che il suo omologo positivo è la Call-Out Culture, ovvero mettere di fronte alle proprie responsabilità individui che hanno detto o fatto cose discutibili, controverse o appunto irricevibili.

Nella lettera pubblicata lo scorso luglio da Harprer’s in cui 152 intellettuali, anglofoni ma non solo, mettono in guardia da una moralizzazione aggressiva, non si menzionava “Cancel Culture“; spiegavano però che il dibattito all’interno di redazioni, istituti e accademie non può essere governato dall’intimidazione e dalla minaccia di ritorsione; o dagli attacchi alla persona più che al merito di idee espresse in buonafede; né una persona può subire una condanna universale per un punto di vista non condiviso, o un comportamento ritenuto sbagliato o inopportuno. Sono tutte situazioni di vendetta e coercizione che inibiscono il libero scambio di informazioni e opinioni, e minano le relazioni umane.

L’assenza dell’espressione “cultura della cancellazione” nella lettera di Harper’s si spiega con la volontà dei firmatari di approfondire aspetti più concreti: le gogne e processi mediatici; il pericolo della censura delle idee, e dell’autocensura che si innesta quando si temono ripercussioni per le proprie opinioni. Probabilmente volevano pure evitare strumentalizzazioni nell’arena politica: “cultura della cancellazione”, secondo varie analisi, sarebbe infatti il tentativo della destra di continuare a veicolare le peggiori idee – classiste, sessiste, razziste, xenofobe, omofobe e transfobiche, autoritarie, negazioniste o magari semplicemente volgari o false; questo, senza dover rendere conto a un’opinione pubblica; soprattutto fra i “woke” – termine traducibile con “consapevoli”: “giovani” assetati di giustizia sociale, che pretendono cambiamenti radicali immediati secondo una loro visione del mondo.

Chiunque avverta del pericolo della Cancel Culture, difenderebbe il privilegio dei “vecchi” di pontificare da prestigiosi organi di informazione senza preoccuparsi di un vero dissenso. E’ quello che più o meno ha spiegato in vari articoli il magazine online Valigia Blu; ad esempio attaccando la Lettera di Harper’s, definita fuori dalla realtà; o provando a smontare il concetto di Cancel Culture, inquadrato come propaganda dell’estrema destra. Ha diffuso perfino uno schema, a firma del giornalista Leonardo Bianchi, “Il ciclo del dibattito sulla Cancel Culture in Italia“:

“negli Stati Uniti si solleva un caso di Cancel Culture da un fatto insignificante, ripreso da giornali di destra come il Daily Mail, per cui si crea un dibattito; ripreso pari pari dai giornali italiani con titoli altisonanti; che a loro volta generano indignazione da parte delle destre, che si lamentano del “politicamente corretto”, cioè una specie di dittatura immaginaria per cui non si può più dire niente”.

In uno schema del genere, la vicenda di Liam Scarlett non troverebbe spazio, perché la morte è l’opposto di un fatto insignificante. Bianchi ha il merito di descrivere una dinamica reale; tuttavia rimane una sintesi parziale, perché non potrà mai includere una vicenda di dolore come quella del coreografo inglese.

Nel pezzo “Perché puntare il dito contro la Cancel Culture per la morte di Liam Scarlett è problematico“, la critica musicale Laura Cappelle non nega il fenomeno: anzi, identifica alcuni tropi ad esso associati: come l’essenzialismo che divide il bene dal male senza esitazione né sfumature; e la mancanza di perdono – le gogne pubbliche con accusatori magari anonimi, senza appello e con sentenze per appagare la folla. Sottolinea però la vaghezza del concetto: applicato indistintamente a uno spettro di situazioni che va dal banale scivolone su un social media, ad aggressioni sessuali comprovate. Il ragionamento di Cappelle si appiglia al fatto che Scarlett rendesse tossico e molesto l’ambiente lavorativo: “il peso della morte del coreografo rischia di ricadere su chi ha avuto il coraggio di accusarlo”.

Dopo l’annuncio della morte di Scarlett, sono emerse molteplici testimonianze di stima del suo metodo di lavoro; parallele ad audio in cui il coreografo sbottava su membri del corpo di ballo. Un comportamento d’abuso per cui paga con una condanna perpetua e post-mortem, cancellando i meriti acquisiti in quindici anni di folgorante carriera. Come se di Arturo Toscanini si parlasse solo degli insulti in faccia agli orchestrali durante le prove, e non delle superbe interpretazioni delle filarmoniche da lui dirette. Ancora nel 2014, l’acclamato film Whiplash di Damien Chazelle ritraeva il professore di musica Terence Fletcher, recitato dal premio Oscar J.K Simmons, mentre battezza il successo dello studente di cui aveva abusato psicologicamente, arrivando a mettergli le mani addosso. L’indagine su Liam Scarlett lo aveva sollevato dall’accusa di aver messo le mani addosso agli studenti per violenza o molestia.

Se la Cancel Culture è un’espressione vaga, la vicenda del coreografo inglese è un esempio della tendenza sorta negli ultimi anni: mettere alla gogna un individuo con accuse pesanti, magari per episodi travisati o non così gravi da essere perseguibili penalmente; e renderlo un “colpevole” per la vita.

Ho menzionato la vicenda di Scarlett in un thread originato dall’articolo di Valigia Blu: “Cancel Culture: dalle origini alla propaganda dell’estrema destra alle farneticazioni in Italia“.

Ho fatto per altro notare a Valigia Blu, che la sua richiesta di trovare esempio di Cancel Culture in Italia è arrivata appena dopo l’uragano d’insulti abbattutosi su Natalia Aspesi. Nei giorni precedenti la giornalista era stata invitata a smetterla di scrivere, perché vecchia e distaccata dalla realtà; e questo per un pezzo provocatorio in cui implorava le giovani a lottare per la sicurezza sul posto di lavoro prima che per il bodyshaming o i fischi per la strada. Tutto questo, a una settimana dal sabotaggio del cantante Fedez del Concerto del 1° Maggio: il suo attacco alla Lega per il DDL Zan, la proposta di Legge sui reati di odio contro le persone LGBT, aveva oscurato i temi dei lavoratori in un periodo duro per l’occupazione, e giornate tragiche di morti sul lavoro.

Non ho ricevuto nessuna risposta da Valigia Blu, che però cuorava gli interventi di un altro utente; il quale motteggiava che la Cancel Culture esiste al pari degli unicorni; e mi spiegava che i boicottaggi delle persone sono legittimi; e che se c’è un schema in questo fenomeno, è proprio quello individuato da Valigia Blu.

Pur concedendo che in Italia la “cultura della cancellazione” abbia poco impatto, ho comunque cercato di convincere il mio interlocutore su un fatto: questa tendenza esiste come metodo di lotta politica e sociale. Ho così linkato un mio approfondimento, pubblicato sul blog lo scorso agosto 2020: “Libertà di parola: se mi cancelli ti ascolto“; nell’introduzione, descrivo quattro casi in cui si sarebbe verificata la “cancellazione”. Nel pezzo, poi, si citano altri episodi inquadrabili nella tendenza a colpire individui per comportamenti inopportuni, o presunti reati, od opinioni ritenute irricevibili. Persone che hanno subito abusi verbali, o che si sono trovate in difficoltà a mantenere incarichi di lavoro; addirittura persone minacciate di morte; e in un paio di casi, sono arrivate a gesti estremi.

Il mio pezzo è stato liquidato come “aneddotica”, cioè irrilevante nell’analisi del fenomeno; un giudizio cuorato da Valigia Blu.

Nel pezzo di Valigia Blu a origine del thread, a firma di Fabio Avallone, si citavano più che altro casi riguardanti statue, film, libri etc; per gli individui che sarebbero stati sottoposti a “cancellazione”, si concludeva che in fondo le critiche erano meritate; e le conseguenze non erano state poi così gravi.

Nel pezzo, senza nemmeno nominarlo, si è parlato anche di Blake Bailey, autore dell’unica biografia autorizzata del romanziere Philip Roth. Blake è stato accusato di stupro da più donne – testimonianze durissime da leggere; e il suo libro è stato ritirato dagli scaffali negli Stati Uniti dall’editore stesso. Un caso evocato da Sandro Veronesi per la recensione di “Il pomeriggio di un fauno, di James Lasdun: la storia di un celebre giornalista di inchiesta accusato di stupro, dopo 30 anni, da una sua ex assistente. Nel romanzo, un personaggio afferma: la soluzione non sta nell’oggettività dei fatti, ma nell’onere di credere alla accuse, o alla discolpa.

“Ecco che “l’onere di credere”, scrive Veronesi, potrebbe essere il titolo di ogni articolo, commento, inchiesta, approfondimento e processo su questo tema, dal MeToo alla cancel culture, dal caso Woody Allen al caso Blake Bailey — casi che esplodendo in pubblico, oggi, dopo tanti anni, hanno prodotto danni enormi alle persone e perfino alle opere che si trovano nei dintorni anche più periferici dell’esplosione. L’equidistanza, principio giuridico basilare negli ordinamenti moderni, non esiste più: qualsiasi cosa si finisca per credere, al termine di qualsiasi percorso, per quanto rigoroso, ci rende complici della violenza o della calunnia.”

Per Veronesi il fenomeno non solo esiste, ma è talmente intrinseco alla società di oggi, che ognuno di noi è partecipe; anche solo come spettatore che si forma un giudizio, e lo comunica via social.

Si può discutere sul concetto di Cancel Culture, e definirlo, come nel pezzo di Valigia Blu, “un’etichetta che la destra statunitense, e a cascata la stampa mondiale, ha affibbiato a tutto ciò che si muove in un momento in cui si combatte per i diritti civili”. Tuttavia, questo non è l’unico punto di vista meritevole di attenzione, rispetto ai casi di questi anni; soprattutto se vengono ignorate le sofferenze di chi, per colpe non provate o minori, ha visto la propria vita stravolta: per la violenza verbale, per le gogne mediatiche, per la perdita del lavoro e del proprio equilibrio psicologico. Allora pure l’ostinata negazione della “cultura della cancellazione” assomiglierebbe ad armamentario politico: per portare avanti le lotte per i diritti civili, senza però curarsi dei diritti dei singoli individui, o della loro dignità.

In un’ottica del genere, il termine “aneddoto” diventa perfettamente funzionale: la vita di uno Scarlett non ha grande importanza di fronte al tentativo di migliorare l’ambiente lavorativo nel mondo del balletto classico; le vite di tutti quelli che ingiustamente hanno subito un tentativo di “cancellazione”, non rappresentano una casistica rilevante, se paragonata alla missione di rendere il mondo un posto migliore. Un mondo dove magari ogni sofferenza verrà davvero cancellata; ma al prezzo di trascurare chi soffre oggi.

di Cristiano Arienti

In copertina: Immagine tratta dallo spettacolo Frankenstein, coreografato da Liam Scarlett

Fonti e Link utili

https://www.telefonoamico.it/ (Linea diretta in ascolto di chiunque si senta solo e angosciato e triste)

Libertà di parola: se mi cancelli ti ascolto” – Articolo pubblicato su UmaniStranieri ad agosto 2020.

“Barilla, i diritti gay e la libertà di parola” – Articolo pubblicato su UmaniStranieri nel 2013

https://www.umanistranieri.it/?s=metoo (articoli sul MeToo pubblicati su UmaniStranieri)

Colonia e l’urlo dell’altra metà del cielo – riflessione sulla violenza sulle donne pubblicata su UmaniStranieri

https://www.huffingtonpost.it/2015/03/17/barilla-da-scandalo-a-brand-gay-friendly_n_6883906.html

https://www.dancemagazine.com/liam-scarlett-cancel-culture-2652839315.html?rebelltitem=3#rebelltitem3

https://www.spectator.co.uk/article/there-should-be-a-duty-of-care-for-the-accused

https://www.repubblica.it/commenti/2021/05/10/news/la_battaglia_per_luana_che_divide_le_femministe_care_ragazze_parliamone-301707965/

https://www.dr.dk/radio/special-radio/genstart/genstart-dr-s-nyhedspodcast-2021-05-07

https://www.essex.ac.uk/blog/posts/2021/05/17/review-of-two-events-with-external-speakers – le scuse dell’Università dell’Essex per aver cancellato i seminari di un docente esterno sotto la pressione di una massa critica di studenti.

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