Gaza: il massacro dei giornalisti e il cedimento dell’informazione
La realtà spesso è davanti ai nostri occhi, ma non la vediamo; ci parla, ma non l’ascoltiamo; cerca di scuoterci, ma restiamo insensibili.
“Se Israele fosse stato giudicato responsabile per l’assassinio di Shireen Abu Akhle, non avrebbe osato ammazzare oltre 200 giornalisti a Gaza”. E’ la riflessione di Raed Fakih, manager dei corrispondenti dell’emittente Al Jazeera, commentando l’uccisione del collega Anas al Sharif lo scorso 10 agosto. Sharif, accusato da Tel Aviv di essere un membro di Hamas – organizzazione islamista dal 2007 al potere nella Striscia di Gaza – appariva nelle case del mondo arabo raccontando la guerra di annientamento del Governo Netanyahu: elmetto in testa, pettorina blu con stampato press, descriveva l’apocalisse dei bombardamenti; mostrava le strade insanguinate e la carne delle vittime in ospedali privi di tutto; riportava la disperazione dei sopravvissuti, e gli effetti della carestia sui bambini e gli infermi; testimoniava l’esistenza allucinata di un popolo nella polvere, sballottato da due anni per fare spazio ai carrarmati di Tel Aviv.
Shireen Abu Akhle, veterana palestinese di Al Jazeera con passaporto americano, venne ammazzata nel 2022 a Jenin, in Cisgiordania, mentre con la sua troupe copriva un’operazione di anti-terrorismo. Solo dopo un’inchiesta indipendente delle Nazioni Unite l’esercito israeliano ha concesso che la giornalista fosse stata colpita da un loro militare; ma trattandosi di un “errore”, non è stata aperta nessuna indagine.
Chi avrebbe dovuto stare alla sbarra era il ventenne Alon Scagio: il ragazzo alzò il fucile, prese la mira e sparò a Shireen; così sul selciato giaceva una madre e la più nota corrispondente dai Territori Occupati: da due decenni sul campo perché il mondo conoscesse la condizione dei Palestinesi in regime di apartheid.
Scagio non potrà mai rispondere per quell’assassinio: è morto nel giugno 2024 durante un’operazione militare, sempre a Jenin. In Israele il boia di Shireen Abu Akhle è considerato un’eroe per l’azione in cui perse la vita; e probabilmente godeva già di quello status nell’esercito: pur così giovane, era stato promosso capitano.
In Israele una giornalista poteva essere un target legittimo già prima del 7 Ottobre, il giorno in cui nel 2023 le milizie di Hamas entrarono nello Stato ebraico, assaltando basi militari e compiendo atti feroci contro civili inermi. La risposta di Tel Aviv partì con l’obiettivo di distruggere il nemico e recuperare gli oltre 250 ostaggi dentro Gaza; ma già dopo pochi giorni assomigliava a una vasta rappresaglia contro la popolazione.
Oggi è nota l’indicazione di Aharon Haliva, fino al 2024 Capo dell’Intelligence: “Per ogni israeliano ucciso, almeno 50 dei loro devono morire, inclusi i bambini; è necessario ogni tanto infliggergli una Nakba” – la pulizia etnica subita dai Palestinesi nel 1948, spossessati delle terre dove è avvenuta la carneficina del 7 Ottobre. In realtà, già dopo poche settimane dallo scoppio della guerra Benjamin Netanyahu, Premier israeliano, aveva tradito l’intento genocida: in un suo discorso il riferimento biblico ad “Amalek” era interpretabile come il proposito di sterminare i palestinesi; già definiti da alte figure istituzionali come “collettivamente colpevoli”.
Oggi le vittime a Gaza, secondo fonti ufficiali, sono circa 60.000, quasi tutti civili e oltre il 70% donne e bambini; alcuni studi ne stimano decine di migliaia in più: cadaveri non reclamati da famiglie spazzate via in ogni ramo; sepolti sotto macerie in aree dove protezione civile e soccorsi medici sono stati falcidiati.
Dopo il primo mese se ne contavano 10.000; da subito saltava all’occhio il numero di operatori dei media ammazzati: tanto che alla fine di quell’ottobre il CPJ, Comitato per la Protezione dei Giornalisti, ne elencava 31 – compresi quattro israeliani colpiti nell’attacco di Hamas al Nova Festival e nei kibbutz. Nella lista si cercava di indicare il contesto della morte, spesso causata da attacchi missilistici. Numeri e modalità che hanno spinto la FIJ, Federazione Internazionale dei Giornalisti, a scrivere una lettera aperta chiedendo il rispetto delle convenzioni internazionali per chi fa informazione in zone di guerra.
Un confine legale, tralasciando la morale, violato centinaia di volte dall’esercito israeliano, adducendo una motivazione: abbiamo colpito cellule di Hamas; tuttavia senza fornire prove, se non, in qualche caso, l’entusiasmo per l’azione del 7 Ottobre espresso in tempo reale sui social media. Messaggi che fanno ribrezzo, ma che non possono costituire una giustificazione – anche nei media israeliani, e non solo, galleggiano opinioni repellenti. Quell’appello cadde nel vuoto, nel mese successivo la cifra raddoppiò; e divenne oggetto di attacchi da una pletora di giornalisti nostrani, anche di area liberal democratica, che prendevano le distanze dai reporter di Gaza, perché propagandisti dei carnefici.
L’editoriale I Martiri per la libertà e gli altri a firma di Maurizio Caprara, apparso sul Corriere della Sera il 4 dicembre 2023, è esemplificativo: siccome “il compito dell’informazione libera è quello di far capire il reale stato delle cose, non si può tributare onore a chi apparteneva a testate legate ai terroristi, né si possono definire davvero nostri colleghi.”
Nel pezzo si negava la strategia di Israele di colpire i reporter, visto che molti han trovato la morte nei bombardamenti; non puntualizzando che vari attacchi missilistici hanno sventrato residenze di giornalisti e dirigenti dei media palestinesi, uccidendoli insieme a mogli o mariti, figli o genitori. All’epoca era già avvenuto il bombardamento di una postazione mobile della Reuters alla frontiera con il Libano: Issam Abdullah morì, mentre la 27enne Christina Assi dovette strisciare con le gambe a brandelli per non bruciare viva. Caprara, che metteva in dubbio la matrice israeliana del colpo di mortaio, raggruppava la mattanza di tutti quei giornalisti nella “pietosa conta dei danni collaterali”.
Uno scetticismo avanzato sulla stampa per ogni piccolo e grande massacro di civili, spesso definiti con sufficienza “scudi umani” di Hamas; occultando la natura criminale dell’operazione a Gaza: radere al suolo città, bombardando ogni tipo di sito civile, dagli ospedali ai luoghi di culto, dalle infrastrutture alle tendopoli. Su molti media occidentali è ancora tabù accusare il Governo Netanyahu di atrocità, coperte dal mantra “Israele ha il diritto di difendersi”; mentre si è martellato le coscienze con orrori inenarrabili poi rivelatisi invenzioni della propaganda di Tel Aviv.
Questa ferrea linea editoriale, accodata al sostegno delle democrazie al Governo Netanyahu, ha frastornato l’opinione pubblica, confondendola sul reale stato delle cose a Gaza; e facendo confluire l’indignazione contro Israele nella piaga dell’antisemitismo. I Direttori di molti media hanno eretto una diga che filtra le cronache dei reporter a Gaza; i soli presenti sul campo, visto che Tel Aviv vieta l’ingresso alla stampa estera: i quali continuano a raccontare quello che molti esperti in materia definiscono genocidio, pur consapevoli che la pettorina press li trasforma in un bersaglio.
In un messaggio del gennaio 2024 Motaz Azaiza, fotoreporter con 18 milioni di follower su Instagram, annunciò il piano di evacuare da Gaza: sospendeva l’attività giornalistica per le troppe minacce di morte da Israele; temeva per sé e per la famiglia. E’ nota la pratica israeliana di intimidire i giornalisti per metterli a tacere, per poi passare a uccisioni mirate, spesso estese ai parenti. Anche Anas Sharif era stato avvertito per mesi, prima del missile che ha ucciso lui e tre colleghi.
Abdullah Hajj, le cui foto venivano pubblicate su un sito delle Nazioni Unite, ha perso le gambe quando un soldato israeliano, via drone, lo ha sorpreso nella sua postazione di lavoro e ha sganciato una granata.
Sono 12 i familiari di Wael Dahdouh, veterano di Al Jazeera, morti in vari attacchi; lui stesso è scampato a un’esecuzione nella quale è perito il cameraman Abu Daqqa; sorte toccata nel bombardamento di un campo profughi alla moglie Um, al figlio Mamhoud di 15 anni, alla figlia Sham di 7, e al nipotino Adam di pochi mesi. Il figlio maggiore Hamza, anch’egli di Al Jazeera, è stato ucciso dagli israeliani asieme a Moustafa Thuraya, della AFP, mentre dall’auto filmavano un’area diroccata.
Alla schiena è stata colpita da un cecchino Salma Qadoumi, non risparmiata pur indossando una pettorina press molto più larga del suo esile corpo. Ed era una missione, non un lavoro, quella dell’11enne Yakeen Hammad, bimba influencer di Gaza: portare sorrisi ai coetanei costretti nelle tendopoli invece di andare a scuola; smembrata da un missile insieme al fratello quindicenne.
Se nell’editoriale di Caprara si rimandava al sito del CPJ per dimostrare che i giornalisti non erano un target, quell’elenco prova invece la volontà di Israele di terrorizzare chiunque documenti l’orrore di Gaza. La recente strage all’ospedale di Khan Younis, con una postazione della Reuters distrutta da due missili in rapida successione, è un manifesto: Israele vuole nascondere i crimini di cui si sta macchiando, affinché nessuno ponga ostacoli. Sappiamo tutti dell’obiettivo di annettere Gaza e Cisgiordania; ma l’opinione pubblica, senza testimonianze corredate da voci, suoni e immagini, non si capaciterebbe dell’abisso in cui sta precipitando lo Stato ebraico: assassinare centinaia di migliaia di persone e menomarne altrettante; espellere i sopravvissuti, o umiliarli nel regime di apartheid; cancellarne l’identità di popolo. Un progetto prima tollerato dal Presidente Usa Biden, oggi sponsorizzato dal successore Trump, ma da entrambi armato.
Anche altri Paesi hanno lasciato libero Netanyahu di portare avanti questa soluzione finale; e molti media occidentali, chi consapevolmente e chi meno, hanno la loro responsabilità: limitando la comprensione dei fatti; autocensurandosi nel mostrare la sofferenza dei Palestinesi, frenando una connessione empatica con le vittime di crimini contro l’umanità.
Gli esempi si sprecano. In parlamento l’ex Ministra degli Esteri tedesca, Annalena Baerbock, ha difeso gli attacchi di Israele a strutture civili come scuole e ospedali. L’attuale Premier britannico Keir Starmer, da leader dei Labour, asserì che Tel Aviv ha il diritto di tagliare acqua ed energia a Gaza. Quando ai primi di marzo 2024 i dati ufficiali raggiunsero l’enormità di 30.000 vittime, il Corriere della Sera inserì la notizia in una riga all’interno di un pezzo di cronaca. Nell’aprile 2024, in un editoriale sempre di Maurizio Caprara, Il Medio Oriente ci richiama alla realtà, si chiedeva di appoggiare Israele nel teatro bellico Mediorientale, dal Libano all’Iran; pur criticando gli estremismi di Netanyahu, le parole “Palestina” e “Palestinese” erano assenti.
Proprio il premier israeliano dovrebbe rispondere sul perché l’organizzazione islamista, monitorata capillarmente in un territorio assediato, abbia potuto compiere un’azione così imponente. Ci sono volute inchieste giornalistiche per appurare che il Governo Netanyahu e l’intelligence fossero a conoscenza dei piani di Hamas e dell’imminenza dell’attacco, lasciando però sguarnito il confine. Si è ricostruito che centinaia di vittime furono uccise dal fuoco amico degli elicotteri e dei tank israeliani; chi al Nova Festival e nei kibbutz era scappato dalle fucilate dei terroristi, non ha avuto scampo sotto la pioggia di bombe del loro esercito.
La questione non è levare ad Hamas la colpa per tutti i 1200 morti del 7 Ottobre, ma comprendere chi davvero ha beneficiato della riuscita di quella operazione: coloro che volevano riportare la Palestina al centro di un dibattito; ma pure quelli che volevano annichilire una volta per tutte le aspirazione dei Palestinesi, sognando il “Grande Israele”. Gli ostaggi ancora vivi a Gaza, una ventina, non servono più per giustificare invasioni e annessioni: sono abbandonati nelle mani degli aguzzini; sullo sfondo, un accordo che non ha mai avuto chance: soprattutto dopo le parate di Hamas durante l’ultima tregua. Perfino un ragazzino con le dita alzate in segno di vittoria, davanti a un orizzonte di macerie, sarebbe intollerabile per Netanyahu.
A due anni di distanza appare tutto così chiaro; tanto che alcuni Paesi occidentali si stanno affrettando a riconoscere uno Stato della Palestina che, fattualmente, non ha futuro. Una presa di coscienza tardiva anche per il cedimento dell’informazione, sotto il peso di una realtà che avrebbe dovuto raccontare, ma non vuole vedere; e fatica ad ascoltare perfino dai diretti testimoni. Trasmettendoci un’insensibilità da cui dobbiamo scuoterci.
di Cristiano Arienti
Fonti e link utili
Journalist casualties in the Israel-Gaza war – Committee to Protect Journalists
List of journalists killed in the Gaza war – Wikipedia
I martiri per la libertà e gli altri- Corriere.it
Journalists say U.S. newsrooms treat Palestine with fear and contempt
Press release: A record toll on journalists in Israel-Gaza war – Committee to Protect Journalists
Journalists killed and injured in Lebanon
The US Media Is Ignoring Israel’s Campaign to Kill Palestinian Journalists | The Nation
https://x.com/nytimes/status/1760088208828756104
Nella Striscia di Gaza sta morendo anche il giornalismo
https://x.com/democracynow/status/1781305335455547730
https://x.com/umanistranieri/status/1786290482420560257
https://x.com/AJEnglish/status/1843174435391422832
Hossam Shabat, il giovane reporter ucciso a Gaza – Vatican News
Who were the Al Jazeera journalists killed by Israel in Gaza?
Israeli army unit tasked with linking Gaza journalists to Hamas
What Really Happened on October 7
EXCLUSIVE: Watch Our Explosive New Documentary, ‘Who Killed Shireen?’
‘Silence the story’: Israeli bombing of media offices condemned | Media News | Al Jazeera
Killing of Shireen Abu Akleh – Wikipedia
IDF promises ‘transparent’ investigation into hospital attack | War in Gaza – YouTube
Former UN Chief EXPOSES October 7
New resolution says Israel’s actions meet genocide definition | DW News – YouTube
Videos Contradict Israel’s Rationale for Deadly Hospital Attack | Visual Investigations
Israele, Mannocchi: “Non vogliono le testimonianze di un massacro” – YouTube
Opinioni | Il Medio Oriente ci richiama alla realtà | Corriere.it
Gaza, 246 giornalisti uccisi: la guerra più letale per la stampa nella storia moderna | Euronews
Israeli intelligence data: Militants account for only 1 in 4 Gaza detainees
Unprecedented surge in hate speech against Palestinians on digital platforms – IFEX
Inside the TV Network Pumping ‘Genocide’ Into Israeli Homes
Israelis Debunked Zaka October 7 Stories, but U.S. Press Ignored
Palestinian boys shot in testicles as “target practice” | Al Jazeera | Al Jazeera
New York Times to Journalists: What You Can’t Say on Gaza War
Netanyahu vows to pursue ‘historic and spiritual mission’ for ‘Greater Israel’ plan – TRT Global
How Germany’s former foreign minister failed Gaza – then got a top UN job | Middle East Eye

Leggendo questa serie di eventi successi nella terra di Palestina mi viene in mente Euripide con la tragedia di Asti nate. Il bimbo sacrificato per ragioni di potere. Solo gli empi possono commettere tali atrocità.
Grazie, Cris per questa analisi dei fatti.
Grazie Alessandra per le tue parole!