Assange, la libertà di un uomo e il sequestro dei princìpi

Se Putin va incriminato per aver invaso l’Ucraina, perché George Bush non è mai stato processato? Gli Stati Uniti occuparono l’Iraq in base a una menzogna; il fatto che nessuno abbia messo alla sbarra il vostro Presidente genera un senso di ingiustizia: come se i princìpi per condannare crimini di guerra e contro l’umanità si applicassero a seconda di chi li compie. Quindi chiedo: cosa cambia tra il crimine della Russia oggi e quello degli Stati Uniti allora?

La domanda del giornalista Darius Rochebin su TV5 Monde coglie di sorpresa un leader storico della politica Usa, il democratico John Kerry. Ospite in qualità di inviato speciale Usa sul clima, Kerry mastica una risposta: “All’epoca si reputava credibile che l’Iraq possedesse armi di distruzione di massa; quando gli americani hanno capito che si trattava di una bugia, si sono comportati di conseguenza.

, lo incalza Rochebin, ma il punto non è la reazione degli americani: perché non ci sono state conseguenze sul piano penale per Bush?

Kerry è scocciato: “Perché nessuno ha mai parlato di imbastire un processo. E comunque Bush ha pagato, perché poi gli americani hanno fatto la cosa giusta.

Cosa intendesse Kerry con quel “ha pagato” non è chiaro: nel 2004 fu lui a sfidare Bush alle Presidenziali, nel pieno di una guerra motivata con allucinazioni di massa: l’alleanza tra l’Iraq di Saddam Hussein e Al Qaeda, il gruppo accusato degli attentati dell’11 Settembre; e fantomatiche armi nucleari e chimiche, “provate” da una fialetta agitata all’assemblea Onu.

Gli americani in quel 2004 non fecero la cosa giusta: riconfermarono alla Casa Bianca chi mandava truppe a combattere in Medio Oriente; bocciando Kerry, paladino dei diritti umani, da sempre scettico delle avventure militari. E’ vero che la propaganda era all’apice, con la nazione impegnata in più missioni per vendicare l’attacco alle Torri Gemelle; ed è risaputo che agli elettori mancavano pezzi cruciali: l’insabbiamento del ruolo dell’intelligence saudita nel supportare i dirottatori prima dell’11 Settembre; e i trucchi con cui Cia e Pentagono fabbricarono “prove” contro Saddam. Informazioni da cui i media stavano alla larga. Se l’allucinazione si dissipò, la caduta del tiranno rimaneva una ragione comunque valida per l’intervento: convogliando solidarietà verso le truppe dispiegate su un terreno minato dall’insurrezione.

I reporter però avevano iniziato a documentare i lati oscuri della presa di Baghdad: le stragi ai checkpoint, la brutalità degli arresti, l’uso di armi proibite, i bombardamenti urbani. Le regole di ingaggio, di fronte a civili massacrati, sollevavano molti dubbi. Proprio nel 2004 erano usciti i primi scoop sugli abusi e torture dei prigionieri nelle carceri irachene; senza dimenticare che a Guantanamo gli Usa tenevano incaprettati uomini e ragazzini senza capi d’imputazione.

Questioni su cui le domande si facevano invadenti; ma l’Amministrazione Bush offriva risposte precompilate: non c’era sistematicità nelle violenze, e andava compreso il contesto ostile; gli errori erano individuali, e gli orrori da imputare a mele marce.

Si intuiva che la colpa si annidava nel potere istituzionale, dove si architettavano i crimini commessi poi nei teatri bellici e nelle carceri; tuttavia non si trovava la formula per spalancare la facciata di circostanza. Fino al giorno in cui irruppe Wikileaks, organizzazione per la trasparenza e i diritti civili: fondata nel 2006, metteva a disposizione un sito su cui caricare in forma anonima documenti segreti o privati di pubblica rilevanza. L’australiano Julian Assange ne era il leader carismatico.

L’America, Assange e la vergogna

Collateral Murder Omicidio Collaterale – venne pubblicato da Wikileaks nell’aprile 2010: mostrava un attacco di tre anni prima in un’area urbana di Baghdad, filmato direttamente dall’elicottero Usa che fece fuoco su un capannello di persone; un paio sembravano armate, ma l’atteggiamento del gruppo non appariva bellicoso. La prima mitragliata falciò, tra gli altri, due giornalisti dell’agenzia Reuters. Nella seconda fase dell’attacco, sempre dall’elicottero, finirono uno dei due giornalisti; e ammazzarono anche l’autista di un furgone fermatosi in soccorso; due bambini nel furgone rimasero gravemente feriti. In una terza fase dell’attacco venne bombardato l’edificio dove si erano rifugiati i superstiti, alcuni dei quali armati; lì, rimasero uccise anche una donna e la figlia. Quel giorno morirono 18 civili; i “danni collaterali” di un’azione sempre definita legittima dal Pentagono: poco lontano, si erano verificati scontri tra le forze di occupazione e gli insorti.

Il video, autenticato dal Pentagono, fece il giro del mondo suscitando raccapriccio: dall’audio trasuda la leggerezza con cui i soldati decidono di eliminare quelle persone; le voci entusiaste mentre giustiziano un ferito e chi lo sta aiutando. L’aspetto più dirompente, tuttavia, era legato alla presenza dei giornalisti della Reuters. All’agenzia di stampa venne fornita una versione: Saeed Chmagh e Namir Noor-Elden erano caduti durante un conflitto a fuoco; a “dimostrarlo”, la visione privata di spezzoni del video. La dinamica non doveva risultare così convincente, perché Reuters presentò domanda per accedere al video completo: fu respinta, con la motivazione che “il documento era andato perso.”

Gli Stati Uniti mentivano, e la pubblicazione di Collateral Murder ne era la prova. Crollava la facciata di circostanza su quell’episodio, aprendo una finestra di verità sull’occupazione: davanti a un potenziale crimine di guerra, ecco la discrepanza tra la versione ufficiale e la realtà dei fatti; sollecitando interrogativi sull’esiguo numero di truppe indagate per omicidio a fronte, si sospettava, di decine di migliaia di civili morti.

Numeri che trovarono una conferma nell’autunno del 2010; Assange, con la collaborazione di testate come il New York Times, rese pubblici i War Logs: 390.000 documenti classificati del Pentagono sulla guerra in Iraq. A caricarli su Wikileaks era stato il soldato Bradley Manning – poi Chelsea – al termine di una crisi di identità che l’aveva convinto a diventare un whistleblower – colui che soffia il fischietto per allertare la comunità di un pericolo: la fonte anonima di Collateral Murder voleva che “si aprisse un dibattito informato sulle azioni delle truppe Usa all’estero.”

Per capire quanto telluriche furono le rivelazioni, ecco l’incipit dell’editoriale di Robert Fisk, decano dei corrispondenti britannici in Medio Oriente, apparso sull’Independent:

Come al solito gli Arabi lo sapevano. Sapevano tutto delle torture di massa e sul fuoco indiscriminato sui civili; sapevano del violento uso di forze aeree contro case abitate da famiglie, dei dissoluti mercenari americani e britannici, dei cimiteri delle vittime innocenti. Tutti gli iracheni lo sapevano. Perché loro erano le vittime. Solo noi potevamo fingere di non sapere. Solo noi in Occidente potevamo respingere ogni accusa contro gli Americani o i Britannici con le dichiarazioni di rispettabili generali che intorno a noi costruivano muri di menzogne. Trovavi uno che era stato torturato e ti veniva risposto che si trattava di propaganda terroristica; si scopriva una casa piena di bambini uccisi da un bombardamento americano e anche quel fatto diventava propaganda terroristica, o un danno collaterale; o semplicemente la risposta era: non abbiamo niente da dire su questo. […] Sebbene scritto nel linguaggio militare, nei memo pubblicati da Wikileaks c’è la prova della vergogna dell’America.”

E la reazione dell’America non si fece attendere: il Pentagono accusò Wikileaks di mettere a repentaglio la vita di soldati americani e dei collaboratori. Nella realtà Assange aveva lavorato insieme alle testate giornalistiche per espungere le identità di asset militari e di intelligence sul campo. Nonostante ciò, le mani di Assange vennero raffigurate come sporche di sangue; da persone, l’assurdità, che avevano sulla coscienza migliaia di vite innocenti.

Si era poi verificato l’arresto di Chelsea Manning, poco dopo la pubblicazione di Collateral Murder. L’incriminazione di “aiutare il nemico” fu un messaggio per Wikileaks: qualunque cosa pensiate di fare – cioè pubblicare i War Logs – pagherete le conseguenze.

Come se non bastasse, dalla Svezia giunse la notizia che Assange era accusato di stupro: rapporti sessuali consensuali sfociati in rapporti non protetti senza esplicito consenso. Un’indagine che non è mai approdata a un’incriminazione, ma che ha incastrato Assange in un limbo processuale; oltre ad avergli appiccicato addosso la vergogna dello “stupratore”.

Il dibattito si spostò dai potenziali crimini di guerra degli Stati Uniti alla personalità del fondatore di Wikileaks; mediaticamente “assassinato” pure da Bill Keller, Direttore del New York Times: definendolo una “fonte” con motivazioni antiamericane, toglieva ad Assange l’armatura da giornalista, necessaria per difendersi – e difenderlo – dalla ritorsione del potere.

Propaganda e giornalismo

Nella versione breve pubblicata da Wikileaks, il video Collateral Murder compariva con un significativo taglio: nella versione completa una delle persone sullo sfondo trasportava un RPG, un lanciarazzi utile contro i blindati americani. E’ vero che le truppe sull’elicottero parlano di RPG riferendosi alla telecamera dei giornalisti della Reuters, i primari obiettivi dell’attacco. Tuttavia quella decisione editoriale attirò strali su Wikileaks: avrebbe manipolato un dettaglio rilevante per il contesto in cui i soldati operavano. Assange non negò che pubblicare il video avesse una finalità: cambiare le regole di ingaggio, soprattutto in presenza di civili e feriti; “pur aggiungendo un RPG sulla scena, disse, non c’era un pericolo imminente per le truppe da giustificare un simile massacro“.

E’ paradossale che fosse Keller a rimproverare Assange: il New York Times si prestò a diffondere la menzogna che Saddam avesse armi di distruzione di massa; persuadendo l’opinione pubblica che attaccare l’Iraq fosse giustificato pur in assenza di una Risoluzione Onu. Una linea editoriale manovrabile da una rete di (dis)informatori legati all’Amministrazione Bush, e fonti nell’Intelligence Usa che spingevano per l’intervento.

Se il New York Times spaccia acriticamente pettegolezzi governativi, perché Wikileaks non può avere una linea basandosi su fonti documentali autentiche? Con l’obiettivo di rilanciare il dibattito su princìpi di alta politica: la responsabilità di fronte ai crimini di guerra, la disumanità della tortura, la necessità di trasparenza e di un’informazione indipendente.

Se si può cominciare la guerra con delle menzogne, si può dare inizio alla pace con la verità“.

Con questo teorema Assange ha riassunto la filosofia antimilitarista di Wikileaks. E in parte si può dire che così sia stato: con la pubblicazione dei War Logs su Iraq e Afghanistan, si è rinvigorita l’autocritica in Occidente sulle “guerre infinite” post-11 Settembre. Nel 2014 il Senato Usa ha prodotto un Rapporto sui tormenti inflitti nei “black site” americani sparsi nel mondo, preceduto dal famigerato “we tortured some folks abbiamo torturato un po’ di gente” dell’allora Presidente Usa Barack Obama.

Attraverso un giornalismo abile a sfruttare l’innovazione tecnologica, Assange aveva dato respiro a un’informazione spesso asfissiata da propaganda e censura; offrendo un solido appiglio a una stampa riverente verso il potere fino all’autocensura. Pagando in prima persona un prezzo altissimo: due anni agli arresti domiciliari; sette anni segregato in un paio di stanzette; cinque anni in un carcere di massima sicurezza; e una reputazione infangata.

La persecuzione di Assange

La mia ingenuità è stata credere nello stato di diritto. Le regole sono fatte dalla classe dominante, che però le può interpretare o mutare a proprio vantaggio. Wikileaks ha fatto arrabbiare lo Stato dei segreti, architrave degli Stati Uniti, potente abbastanza da riformulare la Costituzione Usa con il 1° emendamento.

E’ ottobre 2024 quando Assange, presso la PACE (Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa), esterna questa riflessione; sono trascorsi quattro mesi dal suo rilascio, previa la dichiarazione di colpevolezza davanti a un giudice Usa, concordata con il Dipartimento di Giustizia: aver complottato insieme a Chelsea Manning per ottenere in modo illegale documenti relativi alla sicurezza nazionale di Washington, e di averli diffusi tramite Wikileaks.

Inutili le pressioni di organizzazioni non governative, agenzie Onu, associazioni di stampa e board editoriali, che da anni ripetevano: l’incriminazione di Assange è un pericoloso precedente per tutti i giornalisti d’inchiesta nel mondo. Posizioni maturate non appena il Dipartimento di Giustizia, nel 2018, rese noto il dispositivo articolato sull’Espionage Act: una legge del 1917 pensata per colpire spie in tempo di guerra, applicata a un editore che pubblicava su server fuori dagli Stati Uniti.

L’Amministrazione Obama, in carica fino al gennaio 2017, si era frenata “per la regola New York Times“: negli anni ’70 la Corte Suprema, in riferimento alla pubblicazione dei Pentagon Papers, aveva stabilito che diffondere materiale classificato ottenuto da una fonte era protetto dalla Costituzione – nello specifico, proprio il 1° emendamento sulla libertà di stampa.

Perciò Assange rimodula la sua assunzione di responsabilità: “Mi sono dichiarato colpevole di aver fatto giornalismo.”

Solo con la sconfitta di questo principio è terminato un calvario giudiziario lungo 14 anni.

Era rimasto incastrato tra Svezia, con l’accusa di stupro archiviata dopo un decennio, e Inghilterra, dove aveva infranto la libertà vigilata in attesa della pronuncia dei giudici sull’estradizione a Stoccolma. Si era rifugiato nell’Ambasciata dell’Ecuador nel 2012, per il timore che la meta processuale fosse una prigione americana: due anni prima Joe Biden, vice-Presidente Usa, aveva definito il fondatore di Wikileaks un “terrorista”; intanto Manning marciva in una cella di isolamento.

In realtà “l’incriminazione sigillata” è arrivata 6 anni dopo, ma questo Assange non poteva saperlo. Il Dipartimento di Giustizia Usa si aggrappò all’unico “passo falso”: proteggere la fonte suggerendo, sollecitato da Manning, come crackare una password per entrare nel sistema senza tracce digitali.

E’ beffardo che a emettere l’incriminazione sia stata l’Amministrazione di Trump, che da candidato repubblicano aveva beneficiato dei DNCLeak e Podestaemail.

“I love Wikileaks – adoro Wikileaks“, affermò in campagna elettorale Donald Trump, lasciando intendere che avrebbe risolto la situazione di Assange come sorta di ricompensa: quei leak nuocevano Hillary Clinton, sua avversaria alle presidenziali del 2016.

Il Rapporto Mueller, del 2019, non ha chiarito se il materiale diffuso da Wikileaks provenisse da hacker russi – architrave del Russiagate; di sicuro non ha provato il patto fra la Campagna Trump, il Cremlino e Assange, che non ha ricevuto incriminazioni. I DNCLeak e le Podestaemail, per altro, avevano una valenza giornalistica: svelavano l’imbroglio delle primarie democratiche, con la candidata scelta a tavolino; e la corruzione dei Clinton per accaparrarsi finanziamenti e appoggi, con lo schema pay-for-play: donazioni in cambio di benefici o incarichi.

Il fondatore di Wikileaks riteneva la candidata democratica un pericolo, e non solo perché fosse un’interventista; da Segretario di Stato di Obama, la Clinton aveva premuto per “eliminare” il problema Assange; Chelsea Manning, poi, era stata incriminata, posta in regime carcerario duro e condannata a 35 anni.

Scegliere tra Clinton e Donald Trump è come scegliere tra gonorrea e colera“, così ha affermato Assange durante un’intervista nei giorni in cui i suoi leak picconavano la convention Democratica per incoronare Hillary. “Tra i due non c’è una gran differenza; la differenza c’è quando i politici devono rendere conto delle loro azioni […]. In questo modo uno deve fare una scelta di principio, che consiste nell’affermare un messaggio di disciplina di fronte ad azioni corrotte; e assumere una posizione filosofica, che consiste nel far sì che le nostre istituzioni debbano essere giuste così come noi le intendiamo.”

Non è un endorsement per Trump, però suona come una condanna per la Clinton. E quando il maneggione edonista conquista la Casa Bianca, Assange lo definisce “un cambiamento rispetto a quel sistema di potere segreto che aveva dettato legge a Washington“.

La valutazione politica di Assange era basata su principi alti, ma si nutriva anche della speranza di un Presidente Usa più favorevole nei suoi confronti; con la conseguenza di sottovalutare il proto-fascismo di Trump: leader di un movimento populista capace, quattro anni dopo, di assaltare il Congresso nel fallito golpe del 6 Gennaio.

Effettivamente nel 2017 ci furono contatti tra Wikileaks e l’Amministrazione Trump per capire come alleggerire la posizione del suo fondatore; anche in cambio di un coordinamento prima della pubblicazione di Vault 7: la più grande esfiltrazione di documenti Cia, sui metodi di sorveglianza elettronica e guerra cibernetica. Il negoziato naufragò per l’opposizione dell’FBI; la fonte di Wikileaks, Joshua Schulte, fu arrestato.

Nella realtà l’attuale Presidente Usa non si è più interessato della sorte di Assange, gettandolo in pasto ai falchi del suo governo; i quali dichiararono Wikileaks “un’agenzia di intelligence ostile.”

La libertà di un uomo

Non so niente di Wikileaks“, il commento a caldo del Presidente Trump quando Assange fu catturato nel 2019. Quito, su pressione Usa, gli aveva da poco revocato l’asilo politico, e la polizia inglese fece irruzione nell’Ambasciata dell’Ecuador: trascinò fuori di peso l’uomo che aveva trascorso sette anni recluso in un paio di stanzette, spiato, e infine privato dell’accesso a internet.

Nemmeno ai mafiosi al 41 Bis, stragisti e pluriomicidi, viene negata l’ora d’aria come è stato fatto con Julian Assange.”

La riflessione della giornalista Stefania Maurizi è ripresa da Il Potere Segreto – perché vogliono distruggere Julian Assange e Wikileaks; un’opera che coglie l’essenza della persecuzione di Julian: annichilirlo con o senza processo, mandando un avvertimento a tutti i giornalisti. In quegli anni l’Unione Europea, di cui Londra faceva parte, non ha fatto nulla per salvarlo dal “labirinto processuale”; la definizione è dell’UNWGAD, agenzia Onu sulle detenzioni arbitrarie: dal 2016 chiedeva a Regno Unito e Svezia la garanzia per Assange di poter uscire dall’Ambasciata dell’Ecuador da uomo libero.

Nemmeno le immagini del brutale arresto hanno sollevato, a livello di istituzioni americane ed europee, un moto di indignazione: pochi, nei parlamenti occidentali, hanno protestato per chiedere la scarcerazione di Assange. Arrivò la condanna di organizzazioni per i diritti umani e di associazioni della stampa; ma furono molti gli editorialisti delle maggiori testate a giustificare che quel “non-collega” fosse inghiottito in una prigione di massima sicurezza.

Ad esempio Gianni Riotta, decano del giornalismo italiano liberal-progressista.

What a day! – Che giornata!” commentò sui social, riferendosi all’arresto di Omar Al-Bashir su mandato della CPI (Corte Penale Internazionale), e alla cattura di Assange; equiparando il genocida sudanese a un uomo che sui crimini di guerra aveva sensibilizzato l’opinione pubblica. Un cortocircuito etico e morale che ha fulminato il paesaggio politico e intellettuale in Occidente per oltre una decade.

L’ipocrisia è emersa con lo sforzo dell’Unione Europea di strappare il blogger Alexej Navalny dagli artigli di Vladimir Putin; nel 2020, il fustigatore della dittatura russa poté espatriare grazie all’intervento della Germania. Nessun Governo europeo, invece, si era scomposto davanti al Rapporto di Nils Melzer, Inviato Speciale Onu sulla tortura, che nel 2019 aveva studiato il caso Assange: “Il detenuto, trattato in modo disumano, presenta tutti i sintomi di tortura psicologica prolungata. Stati Uniti e Gran Bretagna stanno calpestando i diritti umani e lo stato di diritto.”

Dovevano trascorrere ancora 5 anni prima che Assange, piombato in una depressione catatonica, tornasse a rivedere la luce. Anche grazie a un fronte solidale nella società civile che non lo ha mai abbandonato; a cui, nel tempo, si sono uniti parlamentari europei e soprattutto il Governo australiano: il Premier Anthony Albanese ha personalmente mediato con il Presidente Usa Biden per il rilascio del suo concittadino.

La camminata di Julian Assange sulla pista di atterraggio di Canberra con il pugno verso il cielo, ci ha restituito l’uomo, prima che il giornalista.

Il sequestro dei princìpi

Se la libertà del fondatore di Wikileaks è ricominciata con una menzogna, la dichiarazione di colpevolezza, i princìpi su cui si reggono i diritti civili e internazionali si stanno sgretolando sotto ai nostri occhi.

I giornalisti e gli attivisti sono sempre più in pericolo, vittime di trattamenti inumani e di brutali omicidi: come l’editorialista del Washington Post Jamal Khashoggi, fatto a pezzi dai sicari dell’intelligence saudita a Istanbul; o il ricercatore Giulio Regeni, torturato a morte dai servizi segreti egiziani al Cairo. I loro assassini, incardinati nel sistema dittatoriale dei rispettivi Paesi, rimangono a piede libero; e le relazioni fra Occidente e i leader di Arabia Saudita ed Egitto non hanno subito gravi scossoni.

Alexej Navalny, rientrato in Russia per sfidare il tiranno, è spirato nel gelo di un carcere siberiano. Sorte simile toccata al citizen journalist cileno-americano Gonzalo Lira: arrestato in Ucraina per la sua attività filo-russa, è morto di polmonite in una cella. Il cadavere della giornalista ucraina Victoria Roschyna è stato riconsegnato con i segni della tortura e gli organi espiantati: era stata rapita dai servizi segreti russi mentre visitava una delle regioni occupate dall’esercito di Mosca.

In un recente rapporto dell’Unesco, la libertà di stampa non è mai stata così in declino in un periodo breve come quello tra il 2012 e il 2024; e mai la sicurezza dei giornalisti è minacciata come oggi. “La libertà di espressione e di informazione non è opzionale“, spiega il Direttore Khaled El-Enany: “è la condizione primaria per una pace duratura; di fronte a una simile regressione, dobbiamo agire insieme per proteggere e difendere il diritto di ognuno di pensare, scrivere e informare.”

Assange voleva fermare le guerre con la verità; oggi, invece, non si riesce a bloccare nemmeno lo sterminio di un popolo in streaming. Gaza, dopo il 7 Ottobre, è stata investita da una feroce pulizia etnica con pulsioni genocide; i giornalisti palestinesi, gli unici sul campo, sono stati ammazzati a centinaia dall’esercito di Tel Aviv.

Netanyahu è stato incriminato dalla CPI per crimini contro l’umanità e crimini di guerra; tuttavia molti governi Occidentali si rifiutano di arrestarlo. Gli Usa di Trump lo hanno già ospitato; così come hanno accolto Putin in Alaska, nonostante il mandato d’arresto per il rapimento di migliaia di bambini ucraini.

Del resto gli Stati Uniti non riconoscevano la Corte Penale Internazionale già ai tempi di Bush; oggi però hanno imposto sanzioni ai suoi giudici, a partire dal suo Procuratore Capo Kharim Khan. L’Italia la riconosce la Corte, ma ha disatteso il mandato d’arresto nei confronti del Generale libico Al-Masri, macchiatosi di atrocità, rimpatriandolo su un volo di Stato.

Ormai è conveniente aggirare il diritto internazionale, o sostituirlo con il diritto della forza: lo dimostra anche il recente sequestro del Presidente del Venezuela Nicolas Maduro, rinchiuso in una prigione americana; proprio come aveva tentato di fare Putin con il Presidente ucraino Zelensky, nei primi giorni dell’invasione. O come era successo con il Premier libanese Rafiq Hariri, tenuto in Arabia Saudita per tre settimane e “convinto” a ritirare le dimissioni. Se a Ryadh comanda un monarca e in Russia regna una ventennale dittatura, negli Stati Uniti si assiste a una deriva autoritaria; con Trump che si è evoluto dal suo iniziale proto-fascismo: ad esempio sguinzagliando per il Paese una milizia armata governativa; riducendo le funzioni del Congresso, escluso perfino sulla recente guerra contro l’Iran; approvando esecuzioni extragiudiziali all’estero; minacciando la Danimarca, un Paese alleato, per annettere la Groenlandia.

Forse John Kerry, nell’intervista a TV5 Monde, ci teneva a salvare la faccia dell’America di fronte all’accusa di sentirsi immuni dalle conseguenze dei crimini compiuti. Con Trump la maschera è venuta giù: il suo Segretario alla Guerra Pete Hegseth tuona che i soldati “combatteranno senza le stupide regole di ingaggio”; il suo Consigliere alla Sicurezza Stephen Miller non si vergogna di aver elogiato in gioventù la tortura. Da quando è tornato alla Casa Bianca, Trump attua un quotidiano insider trading che gli permette di accumulare ricchezze piramidali. I finanziatori della sua campagna fanno parte dell’Amministrazione, come il magnate Howard Lutnick al Dipartimento del Commercio. Un pay-for-play che ha coinvolto anche l’uomo più ricco del mondo, Elon Musk; padrone del social “X-Twitter” e dell’algoritmo che diffonde, o censura, le notizie prodotte dalla stampa. Comprese quelle fake-news di cui Trump accusa i media a ogni critica o domanda scomoda; un disprezzo verso i giornalisti ormai sfociato in insulti, minacce, e folli richieste di risarcimento; a cui gli editori americani si piegano per non vedersi esclusi dalle concessioni radio-televisive.

L’esercizio del potere nei suoi schemi nefasti non è più così segreto; e il senso di impunità è così radicato da immaginare un mondo dove i diritti sfumano a seconda delle interpretazioni; al massimo, diventano una scusa per perseguire obiettivi geopolitici.

L’unico limite al mio potere è la mia moralità“, ha confessato Trump, prima di un’altra ammissione: “A volte c’è bisogno di un dittatore.”

Il prezzo è altissimo per le nostre società; a nessuno, individualmente, viene chiesto di pagarne uno terribile come è successo per Assange: ma siamo pronti a proteggere i princìpi che reggono le nostre istituzioni democratiche? A fare la nostra parte per un mondo di pace e giustizia?

di Cristiano Arienti

In copertina: Julian Assange cammina da uomo libero

Assange

Fonti e link utili

Il Potere Segreto – Perché vogliono distruggere Julian Assange e Wikileaks, di Stefania Maurizi, Chiarelettere

Doc. 16040 – Report – Working document

Assange libero, e la stampa? | ISPI

PACE hearing on Julian Assange’s detention and conviction and their chilling effects on human rights

Julian Assange lo capirete davvero solo guardando The Six Billion Dollar Man, il documentario presentato a Cannes | Wired Italia

More than 6 months on from his release, what does freedom look like for Julian Assange? – Amnesty International Australia

Chelsea Manning says she was trying to ‘do the right thing’ when she leaked classified military information – ABC News

Julian Assange open to political action as Cannes hosts documentary | Reuters

French Anchor Darius Rochebin Confronts John Kerry on Russian Invasion and Iraq Wa

John Kerry, invité exceptionnel de Darius Rochebin

John F. Kerry – The 2002 Vote On Iraq | The Choice 2004 | FRONTLINE | PBS

What Kerry’s 20 years of Senate votes reveal

July 12, 2007, Baghdad airstrike – Wikipedia

Homicide charges rare for troops in Iraq war

La vergogna dell’America | UMANISTRANIERI

When the Press Fails: Political Power and the News Media from Iraq to Katrina, an excerpt

Assange: WikiLeaks’s Trump info no worse than him

Julian Assange vs. Allan Nairn: Is Donald Trump a Unique Danger to America? | Democracy Now!

Julian Assange: elegir entre Trump o Clinton es como elegir entre el cólera o la gonorrea | Democracy Now!

Assange targeted by U.S. and Trump over his WikiLeaks exposures, lawyer says | Reuters

ECCHR: The detention of Julian Assange is inhumane

New report: UNESCO warns of serious decline in freedom of expression

List of juveniles held at the Guantanamo Bay detention camp – Wikipedia

How Comey intervened to kill WikiLeaks’ immunity deal

20 Years Later, NYT Still Can’t Face Its Iraq War Shame — FAIR

Overview: The Iraq War – New York Times

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