Degenerazione X e l’amministrazione del dolore

“Camminando come al solito con lo sguardo a terra penso a quante sciocchezze si sprecano sui giovani, sul loro modo di essere e vivere. Proprio non riesco a immaginarmi marchiato da una “X”, io che poi odio con tutte le mie forze la matematica. Sono solo un ragazzo come lo fu mio padre e lo sarà mio figlio, con problemi sogni e speranze diverse da quelle che mi attribuiscono quei ciarloni che non vogliono riconoscere la mia normale unicità.“

E’ l’incipit di Tango Notturno, un racconto lungo che scrissi nel 1997, poco più che ventenne, influenzato anche dalla lettura de Il Giovane Holden. Se nel romanzo di Salinger il protagonista sbatteva sul conformismo cinico e brutale negli Usa post-Seconda Guerra Mondiale, nelle mie paginette si seguiva la notte allegra di uno studente universitario; l’implicito sfondo, un’Italia che cambiava il contratto sociale nel passaggio all’età adulta: la precarietà nel lavoro, la lenta emancipazione dal tetto genitoriale. Mentre il mio alter-ego di inchiostro rifiutava la X che abbraccia i nati tra il 1964 e il 1980, non realizzavo quanto mi definisse: cromosoma di questioni cruciali come la difficoltà a fare programmi senza la solidità del posto fisso. Si diluivano le incognite sul futuro in weekend alcolici, confortati dalla compagnia di amici; si allungavano i tempi delle svolte: dedicarsi a un mestiere o a una professione, formare una coppia, abbandonare le “vite spericolate”, firmare mutui, mettere al mondo figli.

T’han detto che c’è posto per chi sa stare a posto, cantava Ligabue nel 1995, […] sei un po’ nervoso un motivo ci sarà […] alla faccia di chi ti vuole X.

Prevaleva un’idea di “indipendenza” sociale più che economica: sentirsi liberi come stato mentale, più che materiale; ci si riconosceva nelle esperienze individuali, e non più – o non tanto – per appartenenza di classe o partitica, in un panorama politico che, caduto il Muro, si stava ridisegnando. L’epoca post-Guerra Fredda, con la “vittoria” del capitalismo, veniva denominata “la fine della Storia”: senza l’antagonismo sovietico, sorgeva un orizzonte di ottimismo, con il miraggio di “esportare” le democrazie. Con queste premesse, il singolo magari arrancava nella saltuarietà, ma perseguiva l’auto-realizzarsi; crollata la sovrastruttura della minaccia bellica, pensava a ritagliarsi uno spicchio di felicità; e perché no? Senza rivoluzioni, fare del mondo un posto migliore.

“Per me la tua vita è speciale“, cantava sempre Ligabue, “guido io questo tango, ci facciamo posto dai, balliamo sul mondo.”

Quando scrivevo della mia “normale unicità”, pensavo che l’individuo è irripetibile; e che dovrebbe essere lampante quanto l’io, universalmente, sia prezioso al di là di qualsiasi analisi. Era un pensiero concentrico al mio ombelico, ma aderiva allo spirito degli anni ’90: tu sei importante, tutti lo siamo. Nel racconto il protagonista era circondato da amici con cui condivideva “il sognare e l’avere speranze” fuori dagli schemi ideologici; e da cui traeva supporto per affrontare “problemi” piccoli o grandi, anche quelli di una notte allegra. Come conquistare la bella della discoteca; o convincersi di salvare una ragazzina trafficata dai Balcani. Prima di me Holden, nel discorso del “ricevitore sul campo da baseball”, fantasticava di piantarsi sul ciglio del burrone per afferrare chi era destinato a cadere. Se la metafora indicava l’afflizione del mondo che il sedicenne, in fuga dalla realtà, sentiva sulle spalle, quel salvataggio in Tango Notturno era una caricatura; ma quei ragazzi il dolore lo vedevano anche nelle serate di anestetizzante divertimento.

Negli anni ’90 in tanti della Generazione X si spesero per aiutare i popoli martoriati oltre l’Adriatico, e alcuni persero la vita; c’era chi la rischiava consapevolmente: i soldati, anche di leva, dispiegati come peace-keeper. Quella guerra fratricida formò gli ideali di molti giovani in un’epoca in cui la dialettica marxista si svuotava; e l’alta coscienza civile si sostituiva a un’identità politica smarrita. Oggi, dopo la Crisi del 2008 e la Globalizzazione ritortasi contro i lavoratori occidentali, la nuova generazione deve barcamenarsi in un capitalismo addirittura peggiore: il tecno-digitale, fra plutocrati e criptovalute, il lavoro automatizzato e delegato all’intelligenza artificiale; in una società con valori testati da fenomeni come immigrazione, potere d’acquisto eroso, un welfare scricchiolante dopo 30 anni di neo-liberismo. Con una sovrastruttura schiacciante: la guerra, che ormai esplode dal Sudamerica al Medioriente, dall’Africa all’Europa dell’est; un conflitto mondiale a pezzi, come lo visualizzò Papa Francesco già nel 2014.

I nostri ragazzi stanno crescendo in questo clima di crisi cicliche, messi in competizione con macchine e cervelli artificiali; con i “barbari” che premono alle frontiere, e i “nemici” alle porte, gli chiediamo di indossare l’elmetto: gli stiamo dando l’armamentario dell’odio, e le armi per combattere.

Da una ventina di anni la loro palestra è anche virtuale; come noi adulti, passano le ore sui social media, dove scorrono vignette e gattini, o il dolore senza filtri, quello di un singolo come quello di un popolo: dalle schiere di gasati in Siria agli affogati spiaggiati in Sicilia; dalle stragi dello Stato Islamico al volto del soldato, sul fronte ucraino, l’istante prima che gli piombi addosso il drone; dagli attentati di estremisti di destra al genocidio di Gaza post-7 Ottobre. Un’informazione ininterrotta scaduta nell’intrattenimento: i like per non imbambolarsi davanti allo smartphone, i commenti per sputare la rabbia nel plasma del computer; le tirate in post che pronunciati fra la gente provocherebbero imbarazzo. La sensazione che la nostra società stia cambiando troppo in fretta, che la civiltà stia perdendo i pezzi, che l’umanità abbia dimenticato il rispetto per l’essere umano. Oggi sappiamo tutto, eppure sembra che non possiamo fare assolutamente nulla, né alle urne, né scendendo in piazza, tanto meno lamentandoci su un social. Perfino la minaccia atomica è molto più concreta rispetto agli anni della Guerra Fredda: il conto alla rovescia sull’Armageddon nucleare non è mai stato così prossimo alla mezzanotte, ora-simbolo della tenebra contaminata.

La vera aspirazione delle nuove generazioni, se possibile, è fare della Terra un posto meno atroce e autolesionista. Ed è ironico che utilizzino Tik-Tok o Instagram, con following virtuale, dove i video più cliccati sono i balletti, e la categoria più seguita è l’espressione personale; ma in fondo non è l’evoluzione della serata di Tango Notturno? La discoteca, le risate tra amici, la voglia di affermare la propria unicità. Tra un video di fitness e sport, ecco la notizia, la riflessione; l’illusione di sentirsi coinvolti, la possibilità di approfondire in dieci minuti con il sapere disponibile su internet.

Pare impossibile che tale palestra formi ideali, ma una qualche reazione questa marea di informazioni la genera; e va ponderato che è un dolore molto più vasto e sfacciato che i giovani, nell’anestetizzante scrollare dello schermo, vedono e percepiscono, somministrato e assunto quotidianamente; non è il flash sui corpi maciullati al mercato di Sarajevo, inquadrati per pochi secondi nella finestra catodica: è l’ultraviolenza alla Arancia Meccanica sorbita per ore a palpebre spalancate; è la stupidità umana senza filtri. Con che valori stanno maturando, specchiandosi nel nostro esempio? Come possono pensare di fare del mondo un posto migliore, se sta scivolando dentro a una trincea?

Dalla scrittura solitaria alla socializzazione del pensiero

Un interesse per il conflitto balcanico è venuto anni dopo la pubblicazione di Tango Notturno: ho condotto ricerche e visitato i luoghi; ho studiato i capitoli neri e le carte giudiziarie. Ho perfino scritto un racconto lungo – un po’ troppo lungo: letto da pochi, utile più a me per trovare le parole dello sbigottimento piuttosto che offrire ad altri chissà quale verità. Quella storia alla periferia d’Europa fu la gomena con cui recuperare gli ideali crollati insieme alle Torri Gemelle, nel 2001, e i valori calpestati in nome della “Guerra al Terrore”.

Anche ne Il Giovane Holden la scrittura rappresentava una fune: il sedicenne ci si aggrappò per risalire dal burrone in cui, proprio lui, era finito. Il clamore attorno al romanzo semi-autobiografico, invece, spinse Salinger all’isolamento e infine al tacere. Anni dopo Tango Notturno ebbi modo di elaborare la passione per la scrittura – un fuoco in cui avevo rischiato di bruciarmi: consolidando una voce interiore consapevole, ben diversa da quella sbaragliata dei vent’anni. Dopo la collaborazione con una piccola rivista, nel 2011 lanciavo il blog UmaniStranieri: come punto focale ho mirato al singolo, pur nella moltitudine, oltre qualsiasi frontiera e barriera; delineando l’anelito universale a vivere dignitosamente, nel rispetto dei diritti civili, a qualsiasi latitudine.

Dalle rivendicazioni di giustizia alla libertà di parola; dai fenomeni migratori ai conflitti mediorientali; dall’attualità stretta alla rivisitazione di eventi emblematici; reportage, interviste, analisi, riflessioni, cronistorie e anche letteratura: oltre 225 pezzi nel mio alfabeto umano e politico. Con la premura di misurare il timore per lo straniero, e più in generale il “diverso” e il “nuovo”; un’introspezione di 15 anni per sfatare il rischio peggiore: diventare io stesso straniero rispetto all’umano che vorrei essere. Con un rischio minore: trasformarmi in uno dei “ciarloni” che il mio alter-ego tanto detestava.

Il progetto arrivava un po’ tardi: negli anni zero internet si allacciava un po’ ovunque, e la blogsfera connetteva già con autori, giornalisti, scrittori altrimenti poco noti; una dimensione dell’informazione sovrapposta, parallela o in opposizione al flusso di notizie sui media tradizionali. I blogger più capaci crescevano di pari passo con l’espansione dei social, sfruttati come piattaforme editoriali, allargando il concetto di reporter a citizen journalist.

A imporsi come canale preferenziale della stampa è stato Twitter, che già nel 2010 manifestava tutto il suo potenziale: con 2 milioni di post al giorno dedicati alle #PrimavereArabe, “l’uccellino cinguettante” si levò oltre la censura di trentennali dittature, riunendo le folle in fronti rivoluzionari.

Da allora è stata l’irrinunciabile piazza virtuale dove trovare fatti e opinioni, e un corno per raduni di piazze in cemento; un’edicola globale dove anche una piccola realtà come UmaniStranieri poteva acquisire visibilità: dal 2012, anno di iscrizione, il blog ha registrato 235.000 visitatori unici, e l’apertura di 4 milioni di pagine. Alcuni pezzi hanno ricevuto notevole attenzione, rilanciati decine di volte. Un gorgoglio che si gettava nell’immenso coro di notizie e dibattiti: uno spazio accessibile, libero – in cambio di dati per il marketing; affidabile nel verificare personalità note, garantendo trasparenza. Il più grande esperimento di socializzazione del pensiero.

La degenerazione di Twitter

Poi dal 2016 muta la percezione sui nuovi media, con il referendum sull’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea e le Presidenziali Usa, eventi influenzati da “Cambridge Analytica”. Tramite questa società, il fronte pro-Brexit e per Donald Trump raccolse illegalmente i dati di 80 milioni di utenti Facebook: lì bombardò con messaggi tendenziosi mirati che, pur su un social aperto, rimbalzavano in bolle perimetrate da following e like. Un’opera di propaganda inedita, la manipolazione diretta della mente di interi bacini elettorali.

Nello stesso periodo i troll russi infestarono Twitter di notizie iperboliche pro-Brexit e ostili alla candidatura di Hillary Clinton; la leader democratica era anche martellata dal DNCleak e Podestaemail: i messaggi della sua campagna pubblicati da Wikileaks svelarono primarie decise a tavolino, schemi corruttivi, e il pay-for-play, l’accesso a favori e posizioni in cambio di “donazioni”. Lo scandalo, sommato ai post denigratori dei troll, incenerì i vertici del Partito Democratico prima delle elezioni. Tuttavia, la differenza tra un’azione maliziosa e un genuino disaccordo, tra un insulto e una contestazione, si nebulizzava tra miliardi di interazioni social.

Per la prima volta spuntano le falle concettuali di queste piattaforme: non solo connettori sociali ma lazzi elettorali; e si affaccia una necessità: rafforzare un filtro editoriale contro fakenews e discorsi di odio. A posteriori, però, sorge anche un dilemma: qual è la discriminante tra un assalto verbale e legittima opinione? Fino a che punto un social media può irrigidire le regole del dibattito senza intaccare la libertà di parola?

Abbiamo assistito alla cancellazione pubblica di persone per opinioni controverse o accuse traballanti; o, per esempio, la pressione sociale su chi rigettava il mantra “le trans-donne sono donne”, inclusivo di individui che praticano il travestitismo.

Dov’è il confine tra una notizia falsa e un fatto degno di indagine? La pubblicazione del DNCLeak, ad esempio, rientrava nel dovere di cronaca; eppure Wikileaks fu attaccata sulla presunzione che avesse fatto da sponda al Cremlino per la vittoria di Trump.

La questione esplode durante la campagna alle Presidenziali Usa del 2020; il New York Post linkò su Twitter email di Hunter Biden, figlio del candidato democratico: documentavano consumo di droga e festini con prostitute, possesso illegale di armi, traffico di conoscenze. La piattaforma bloccò l’account del giornale: forte di una lettera firmata da una cinquantina di ex ufficiali di intelligence, Twitter denunciava che quel materiale provenisse dai russi.

In realtà le email erano state girate da un interno dell’FBI, che tempo prima aveva ricevuto il computer da un negozio di hardware dove il figlio di Biden l’aveva dimenticato. Twitter riaprì l’account del New York Post, ma non sopì i sospetti di una censura politica. Non fu l’unico caso a destare perplessità: in quel periodo i social bandivano chiunque teorizzasse l’origine da laboratorio del Covid19; Twitter e Facebook promuovevano la spiegazione del salto di specie in natura, avvalendosi delle dichiarazioni di virologi come Anthony Fauci; i quali, in privato però, non escludevano la fuga di un virus manipolato dall’Istituto di Virologia di Wuhan.

Uno dei critici più feroci è stato Elon Musk: l’uomo più ricco del mondo, così racconta, si è deciso ad acquistare “l’uccellino” dopo quelle vicende, “per garantire libertà di espressione in vista delle presidenziali Usa del 2024”, concepite come l’ultima opportunità per “salvare il mondo”; e rinsavirlo dalla cultura woke, ovvero il “risveglio” sui temi come il razzismo, le pari opportunità, la giustizia sociale. Un tema particolarmente sentito per Musk: considera la “sinistra” rea di aver “ucciso con il wokismo” suo figlio Xavier; che in realtà ha cambiato genere, oggi si chiama Vivian, ripudia il padre, ed è modella e attivista di successo.

Il nuovo proprietario ha impiegato poco a spiumare Twitter, reindirizzandolo al dominio x.com; ha rinominato il social, abbattendo il logo dell’uccellino azzurro: al suo posto una X su sfondo nero, leggibile come una grande incognita sull’informazione; ha licenziato l’80% dei dipendenti, tra cui i moderatori, argine contro i discorsi d’odio; e i fact-checker, che segnalavano le notizie false, sostituiti con le note della comunità; ha ripristinato gli account di persone già bandite – quasi tutti esponenti di una destra xenofoba, incendiaria e spesso megafono di fake news.

Il vero sconvolgimento riguarda la funzione della spunta blu, originariamente pensata per verificare l’identità di personaggi noti, validando l’autorevolezza di un post; quell’accessorio è in vendita: chiunque, dallo sconosciuto all’anonimo fino all’impostore, può acquistare più visibilità, oltre che la possibilità di superare i 240 caratteri di un singolo tweet. Si sfalda così il patto di fiducia tra piattaforma e utenti. Con le visualizzazioni si può anche guadagnare soldi: chi versa una somma mensile trasforma l’esperienza sociale in un legame lavorativo con Musk; in fondo era un suo vecchio progetto degli anni 2000: creare un database dedicato all’occupazione, allo scambio di denaro e all’informazione.

Con 44 miliardi di dollari riesce a comprarsi quel sogno, trasformando però Twitter nell’incubo di chi negli anni si era costruito una base di follower e una rete di contatti. Ritoccando l’algoritmo, Musk ha privilegiato le “spunte blu” sugli altri. Questi ultimi hanno assistito al collasso di visualizzazioni dei propri post, mentre scomparivano quelli degli account seguiti; apparivano invece i tweet di utenti indesiderati, con una sovraesposizione di personalità di destra, o di account che nel tempo si sono rivelati dei falsi: persone che si presentavano come attivisti americani postavano dal subcontinente indiano, eppure indirizzavano i dibattiti politici su X; il tweet infondato di un anonimo studente nigeriano, spacciatosi per l’influencer texana, generava milioni di visualizzazioni; magari cento volte di più rispetto a un’agenzia di stampa sullo stesso tema. Lo schema dei troll russi, ma vidimato con la spunta blu.

Il peggiore di tutti è Elon Musk: sfruttando l’algoritmo ritagliato su misura, il padrone di X spruzza i “suoi” utenti con decine di tweet e retweet, espandendo una visione della realtà distorta da un senso di superiorità e un’aperta xenofobia; messaggi velenosi, imbottigliati in eccessi d’ira bordeggianti l’invito all’odio e alla violenza, che tutti devono bersi.

Per Musk il problema dell’immigrazione in Gran Bretagna può essere risolto con un guerra civile: è un’analisi plausibile? Oppure è la rivendicazione di azioni da colonna infame, con linciaggi e persecuzioni? La risposta non è scontata, visto che in questi anni ha sponsorizzato tutti i partiti di estrema destra in Europa, guidati da leader con radici nel post-fascismo o addirittura nel neo-nazismo; negli ultimi mesi violente proteste contro gli immigrati, con devastazioni e ferimenti, sono già scoppiate a Belfast, Manchester, Glasgow e anche Dublino. E’ la vittoria di Breivik, lo stragista norvegese che nel 2011 a Utoya ammazzò 77 giovani di sinistra in nome della crociata anti-islam: la sua proposta di “remigrazione” all’epoca venne respinta dalla destra parlamentare; oggi è nei programmi di una destra sociale nazionalista, che sta esautorando i moderati.

L’acquisto di Twitter, poi, non ha affatto “salvato la libertà di parola”: in alcuni Paesi come Turchia e India X opera un’attenta censura, incerottando la bocca di attivisti ostili ai governi autoritari. Allora si può dire che quella di Musk è stata la mossa per imporre idee vecchie di cent’anni, abbellite da neologismi, cravatte sgargianti e tailleur alla moda: trincee mentali ancora oggi capaci di offrire un senso di protezione, una fiamma attorno a cui stringersi da tribù, più che popolo.

I problemi sono reali, come il controllo dei flussi migratori, la difficoltà di integrazione, i codici culturali distanti; la visione dell’immigrazione di massa e l’ascolto di lingue velari per le strade hanno già ridisegnato i parlamenti occidentali e stabilizzato maggioranze con partiti altrimenti distanti; abbinato alla sicurezza, è il tema trainante delle campagne elettorali, soverchiando questioni più impellenti. Tuttavia grattando la crosta del “programma” nazionalistico, si trova il pus della purezza della razza, l’infezione della giustezza del sangue. La gestione di questa emergenza modellerà la futura convivenza civile: ci riconosceremo, “noi e i nuovi”, nei principi che hanno messo in moto l’adesione all’Unione? Camminando insieme per la strada maestra delle Costituzioni democratiche? O ci si muoverà nello schema di “noi e loro” fino alle conseguenze più radicali? Tradendo i valori europei consolidati dopo la WWII?

Se Musk è un’ombra inquietante in Europa, in America è ormai totemico. Oggi sappiamo che per il 2024 voleva favorire la vittoria di Donald Trump: un obiettivo raggiunto ingabbiando Twitter – dal quale il Presidente golpista era stato bandito; dalla Casa Bianca, sfruttando la piattaforma, aveva aizzato i supporter ad assaltare il Congresso. Il pugno duro contro “gli immigrati”, da sempre in cima al suo programma, è stato convincente nonostante i pugni che i Maga volevano sferrare ai parlamentari in seduta plenaria, per certificare la vittoria di Joe Biden.

Twitter-X si è rivelato fondamentale per la vittoria del magnate newyorkese, unito ai 290 milioni di dollari donati alla campagna Trump, il più grande finanziamento di sempre a un candidato presidenziale; e il più sfacciato schema pay-for-play della storia. Monete con cui Musk si è inserito nello studio ovale – midollo della Casa Bianca – innervandosi come un virus nelle vite di 350 milioni di americani; si è fatto creare il DOGE, un Dipartimento per l’efficienza governativa, infestando tutti gli uffici federali del Paese: ha tagliato forza lavoro, organigrammi, sussidi, programmi e perfino intere agenzie. Un repulisti condotto da ragazzotti non solo inadeguati e ignoranti, ma esecutori di un’agenda: attaccare l’America dei diritti civili; e colpire la capacità del Governo di assistere i cittadini, dalle minoranze fino all’individuo più vulnerabile. L’analisi sociale di Musk, cresciuto nel Sudafrica dell’apartheid, su come dovrebbe funzionare la macchina dello Stato, ha generato morte e disperazione negli Stati Uniti; e in tutti i Paesi dove operava USAID, decennale Agenzia di aiuti umanitari, sbandata in un batter di ciglio: migliaia di bambini spirati perché l’uomo più ricco del mondo dall’oggi al domani gli ha tolto l’accesso a cure vitali. E’ il disprezzo per l’unicità di ogni anima: come se il singolo morente fosse rimpiazzabile. Scompare l’idea di universale, si materializza l’universo ombelicale del plutocrate.

“La debolezza fondamentale della civiltà occidentale è l’empatia: supportare iniziative che indeboliscono la produttività e portano al collasso delle risorse“.

Questa è una delle massime con cui Musk verrà ricordato dai posteri, esponendolo a una dannazione perenne. L’Occidente è nato nel ‘700 anche con il diffondersi del concetto di empatia nei circoli intellettuali: la capacità di comprendere il dolore altrui. E’ la radice ideale dei diritti umani difesi nelle carte costituzionali delle moderne democrazie.

A Musk risponde una gigante del pensiero, Hannah Arendt:

“La morte dell’empatia umana è uno dei primi e più chiari segnali di una cultura che sta per cadere nella barbarie.“

Il sentimento di cui parla Arendt non va scambiato per un moto fine a se stesso, ma è lo sforzo di immedesimarsi nelle difficoltà altro; provare empatia è propedeutico all’agire nella sfera pubblica per il bene comune; senza di essa, determinate decisioni politiche aprono quel baratro dentro cui il prossimo può precipitare: non facciamo nulla per acchiapparlo prima della caduta, e il suo urlo, per indifferenza o egoismo, non ci smuove. Il dolore del mondo non è più un peso sulle spalle; e con questa leggerezza, in una società dominata da persone brutali e ciniche, un Governo finisce per somministrarlo, il dolore; e per conformismo, se non per ideologia, noi cittadini la tolleriamo, la sofferenza dell’altro.

L’amministrazione del dolore

Diversi tribunali hanno giudicato incostituzionali i tagli del DOGE: corpo estraneo nelle istituzioni Usa, ha violato la secolare separazione dei poteri. Si aggiunga il conflitto di interessi relativo a SpaceX, che già nella fase di start-up aveva ricevuto dalle casse federali 500 milioni di dollari nel 2006, e nel corso degli anni si è garantita decine di miliardi grazie ai contratti con il Dipartimento della Difesa e la Nasa.

Oggi SpaceX, appena quotata in borsa, vale 1,5 trilioni di dollari, avendo proiettato nel reame del possibile la colonizzazione del sistema solare e oltre. Anche questa sarà eredità di Musk; come i razzi vettori che fecero balzare gli americani nello spazio furono il contributo di Wernher Von Braun. Lo scienziato, gerarca delle SS, aveva dotato Hitler della capacità di lanciare missili su Londra durante la WWII; nonostante quel crimine, negli Usa salì fino alla direzione della Nasa, avvivando il progetto di portare l’uomo sulla Luna e su Marte.

La torcia di Von Braun è stata raccolta da Musk; e come è accaduto per il tedesco, dovremo conciliare la figura dell’innovatore con i suoi lati oscuri. Se il pentimento fu per lo scienziato necessario per vivere e lavorare negli Usa, l’onnipotenza resta l’atteggiamento con cui il padrone di X si relaziona con l’esterno. Quando gli è stata recapitata un’inchiesta con nomi dei bambini deceduti in seguito ai tagli del DOGE, il miliardario ha reagito insultando l’autore.

In precedenza, pur ammettendo che non assumerebbe più l’incarico, aveva definito un successo l’impresa di rimpicciolire la spesa pubblica – a costo di paralizzare l’intero Governo federale; intanto i suoi razzi, anche grazie ai soldi dei contribuenti, sfrecciavano in cielo, sfondando il tetto di Wall Street. Tutto per un risparmio di 215 miliardi di dollari su un debito pubblico da 40.000 miliardi; una cifra che la Gao, Agenzia di rendicontazione del Governo, ha giudicato raffazzonata e gonfiata, sbugiardando Musk.

Intanto sei mesi di guerra illegale all’Iran sono costati quasi 40 miliardi alle casse dello Stato, aumentando l’inflazione per i costi dell’energia; con un conto umano pesantissimo: migliaia di vittime civili, e il dolore esteso su un’intera popolazione.

Un dolore somministrato non solo all’estero, ad esempio con i dazi arbitrari imposti da Trump con metodi mafiosi – che tramortiscono gli stessi americani; l’ICE, la forza di polizia governativa a caccia di immigrati, ha riversato per le strade del Paese una violenza che ricorda le milizie totalitarie; un’aggressione che non ha risparmiato gente con regolare diritto di risiedere negli Usa: persone che da decenni pagavano i contributi acciuffate come criminali; chi lavorando si era costruito una vita, trattato come spazzatura, espatriato in luoghi a lui estranei. Persino americani sono stati rinchiusi nei centri di detenzione, malmenati, affamati, privati di tutele legali e medicine. La cecità delle forze ICE è arrivata all’assassinio a sangue freddo di padri, madri di famiglia, onesti lavoratori, pacifici dimostranti.

Quella di Trump può definirsi l’Amministrazione del Dolore per la volontà di infliggerlo; emerge anche dal linguaggio degli esponenti del Governo: gli insulti, gli sberleffi, le minacce, la soddisfazione di eliminare il “nemico”, termine esteso anche ad avversari politici, attivisti, giornalisti; e l’alzata di spalle quando a morire sono pescatori scambiati per narco-trafficanti, o 150 bambine sterminate nel bombardamento di una scuola in Iran. La violenza quasi come fine, piuttosto che come metodo. Stiamo parlando del Paese che si considera la guida del mondo libero, non di uno Stato autoritario in cui la brutalità è strutturale per mantenere il potere.

Quel soffio di propaganda del 2016 si è fatto vortice che spegne il lume della ragione, ottenebrando l’orizzonte. Gli schermi che maneggiamo gettano una luce vitrea sui visi, ma non hanno rischiarato il passo in avanti verso una meta consapevole: siamo lucciole perdute in un buio fuori e dentro di noi; gli orrori veri o falsi scorrono negli occhi, ci ipnotizzano; così ci lasciamo trascinare verso una nuova terra desolata.

Come si amministra tutto questo dolore? Chi può afferrarci prima del precipizio?

Reagire

“Questa cecità assomiglia a una sepoltura. […] Forse è questo buio che entra dentro di me, in un osmotico flusso che passa attraverso il mio corpo. Sì, forse me lo porto dentro con il respiro, e si attacca ai polmoni che ho. Sono mangiato dentro da questo buio! E non ha fine. Non ha fine questo buio e sembra che lo debba respirare tutto. Fino a quando l’aria entrerà nella bocca come la notte nelle grotte. Ma sono vivo, esisto, e allora resisto. […] Una lama di sole penetra nel buio, e si fa sipario di luce nella stiva.”

Scrissi Riparo Nero nel 2005, il tentativo della mia voce interiore di risorgere dopo aver perso la lingua, e forse me stesso, in quel battesimo di fuoco che fu per me scrivere un vero romanzo. Nella prima stesura non raccontavo una storia: descrivevo l’apnea di andare a fondo. L’insegnante di scrittura mi redarguì: a nessuno interessa leggere una pagina scritta per esprimere una depressione.

Quel giudizio fu illuminante: sapevo del dolore che mi pervadeva, ma realizzai che non doveva definire l’uomo, prima ancora che lo “scrittore”. Se potevo dare qualcosa al prossimo, attraverso la scrittura come il mio semplice esistere, doveva essere simpatia e musica in parole, affidabilità e poesia.

Se il dolore era energia per scrivere, volevo trasformarla in atto di bene per me e gli altri.

Come del resto aveva fatto il giovane Holden: dalla stanza di un sanatorio redasse il memoriale in cui riconosceva, scolpendola in bellezza, la sofferenza per la perdita del fratellino. Quel finale mimava un capitolo di vita vissuta da Salinger: anch’egli era finito in un sanatorio, tornato dalla WWII; aveva respirato troppo male varcando i cancelli di Dachau, il campo dove i nazisti calarono la tenebra sull’umanità.

Anche Tango Notturno era sorto da una perdita, la scomparsa di Gianmario, un compagno di liceo; quella morte mi aveva affranto, e inconsciamente spinto a impugnare una penna: per settimane rigai di sentimenti la pagina bianca, e di momenti che me lo tenessero accanto. E’ a lui che dedicai il libro, e passarono molti anni prima di comprendere la fonte di quell’effluvio compositivo: era un modo per riparare me stesso dal dolore, riempire quel vuoto con un moto d’amore oltre i confini materiali.

Nella stesura definitiva, Riparo Nero è il racconto di un partigiano che si nasconde durante un rastrellamento nazi-fascista – esondazione di due anni trascorsi su Il Partigiano Johnny di Fenoglio per la tesi di laurea; ma è anche ago e filo per “rammendare” il nero che si era formato dentro di me: la scrittura per ricamare di luce il tessuto del vivere, legato insieme dagli amici, dalla famiglia, da chi ami, da chi tende una mano o un sorriso.

Riparo Nero venne selezionato come apertura per un libro che raccoglieva i migliori racconti del corso di scrittura.

Sono passati 30 anni dalla scomparsa di Gianmario, 20 dalla pubblicazione di Riparo Nero; 10 anni fa su UmaniStranieri postavo un’articolata analisi delle “28 pagine”, la chiave per decifrare le indicibili verità dell’11 Settembre – è anche per quell’evento che mi buttai a scrivere un vero romanzo, l’impresa che mi arse.

Oggi scrivo questo pezzo per resistere alla degenerazione umana e politica che proprio noi, i nati tra gli anni ’60 e ’80, abbiamo permesso, se non fomentato; e che non riusciamo ad arrestare. Da Twitter-X mi sono cancellato come atto di protesta contro Elon Musk, la sua idea di “libertà di espressione” e la mannaia sociale sui deboli; contro la sua internazionale dell’estrema destra fanale dell’Occidente, e anche la visione che i terrestri abbiano bisogno di un pianeta alternativo. Mi sono tolto anche dai social di Meta, prima ancora che i tribunali li condannassero per aver reso dipendenti i giovani; perché Mark Zuckerberg ha piegato il concetto di linguaggio d’odio per immanicarsi l’Amministrazione del Dolore di Trump.

Senza esposizione sui social, UmaniStranieri si è spiaggiato nell’irrilevanza, in auto-esilio dall’arena pubblica. Questo post è un messaggio in bottiglia gettato nel grande mare della rete; nella speranza che qualcuno delle nuove generazioni raccolga questa e altre richieste di aiuto per l’umanità addolorata: che sappia alzare lo sguardo, accenderlo di sogni; e che guidi il passo verso una salvezza, per sé stesso e per tutti.

di Cristiano Arienti

In copertina

Il Fondo del Mare
Giovanni Frangi – Il Fondo del Mare, 2006

Fonti e link utili

Why Elon Musk Is Obsessed With The Letter ‘X’ – YouTube

2 DOGE staffers say ‘no’ regrets for people losing income, didn’t reduce the deficit: Depositions – ABC News

Elon Musk posted 60 times on X today (05/27/26)

House Democrats accuse DOGE of ‘breaking the government’

A year after Trump’s DOGE cuts, workers whose lives were upended ask what was saved | PBS News

The political effects of X’s feed algorithm | Nature

The Problem With Elon Musk – YouTube

‘Pay-to-Play Loyalty Program’: Trump Ballroom Donors Have Been Handed $50 Billion in Federal Contracts | Common Dreams

Twitter Played Pivotal Role in Arab Spring, amounting to more than two… | Download Scientific Diagram

https://www.facebook.com/share/v/1BqfywU5Et/ (Ian Bremmer su società aperte e social media)

Opinion | SpaceX trillion-dollar IPO reveals Elon Musk’s greatest contradiction – The Washington Post

In 2007, Elon Musk Predicted Everything (Rare Lost Interview)

Twitter, Inc. – Wikipedia

Twitter unfreezes NY Post’s account after Republican backlash | US Elections 2020 News | Al Jazeera

Explore Financial Disclosures From President Trump and 1,600 of His Appointees – ProPublica

Twitter Files – Wikipedia

Trump vowed to ‘bring free speech back.’ Judges in 75 cases ruled that he has stifled it | Reuters

SpaceX Mars colonization program – Wikipedia

Exposing DOGE’s Dark Dealings | News | The U.S. House Committee on Oversight

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