Giornata contro la pena di morte, il caso di Troy Davis

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Il 21 Settembre 2011 nello stato della Georgia, Stati Uniti, Troy Davis è stato giustiziato per iniezione letale. Il tribunale lo aveva condannato per l’omicidio di Mark McPhail, un agente di polizia fuori servizio intervenuto in difesa di un senzatetto molestato da alcuni teppisti. Nel corso degli anni erano sorti parecchi dubbi sulla colpevolezza di Davis: alcuni dei testomoni che in un primo momento lo avevano inchiodato, successivamente hanno ritrattato la loro deposizione in aula. A nulla sono serviti i ricorsi in appello e la richiesta di un nuovo processo, nè il movimento popolare che fino all’ultimo ha tentato di fermare la mano del boia. Pochi giorni dopo l’esecuzione di Davis, Greg Mathis, giudice in pensione del Michigan, ha voluto esprimere la sua opinione sulla vicenda con un intervento di grande impatto. Mathis, oltre a criticare il sistema giudiziario americano, ha lanciato un accorato appello per la messa al bando della pena di morte. Oggi, 10 ottobre, ricorre la nona giornata mondiale contro la pena di morte: le parole del giudice Mathis sono un monito per chi ancora non si schiera contro questa pratica.

Il giudice Mathis sull’esecuzione di Troy Davis

“Oggi il mondo è consapevole che Troy Davis, nero quarantaduenne dello stato della Georgia, è stato giustiziato dopo che la Corte Suprema degli Stati Uniti ha respinto il suo appello dell’ultim’ora. Davis era stato condannato nel 1989 per l’omicidio di un agente di polizia fuori servizio, a Savannah, Georgia. Aveva sempre proclamato la sua innocenza, fino all’ultimo respiro. Davis aveva esaurito tutti gli appelli previsti dal sistema giudiziario, lottando per ottenere un nuovo processo. Aveva presentato le dichiarazioni giurate di sette testimoni su 9 del suo processo, con le quali ritrattavano le loro deposizioni in aula. Nonostante gli enormi dubbi circa la sua colpevolezza, non è mai stato concesso un nuovo processo a Davis, che è stato ingiustamente messo a morte per iniezione letale. Non mi piace contraddire gli altri giudici, ma a Davis doveva essere garantito un nuovo processo affinché potesse provare la sua innocenza. Questo è stato senza dubbio un terribile fallimento della giustizia. Da tempo sappiamo che il nostro sistema giudiziario non funziona; l’esecuzione di Davis ci conferma quanto difettoso sia diventato. Troppo spesso la pubblica accusa o la “commissione per la grazia e la libertà sulla parola” rifiutano di ammettere di avere torto, o di avere dubbi circa la colpevolezza dell’imputato. I governanti della nostra nazione spesso sono refrattari a fare la cosa giusta; temono di sacrificare la loro carriera politica. Con Troy Davis il sistema giudiziario  ha fallito in ogni suo passaggio. L’America deve rimettere a posto il suo sistema legale; lo deve fare partendo dal modo in cui i sospetti vengono indagati e arrestati, passando per il modo in cui sono processati, per finire su come vengono gestiti i loro appelli. Non possiamo permettere che la pubblica accusa condanni un imputato basandosi solo su una testimonianza oculare, dopo che sono state presentate nuove prove, o i testimoni ritrattano le loro deposizioni in aula.  In questi casi si dovrebbe garantire automaticamente un nuovo processo. Infine, abbiamo bisogno di una messa al bando della pena di morte su scala nazionale. Un uomo innocente messo a morte è uno di troppo. Visto che non riusciamo ad essere sicuri della legittimità dei verdetti, questa pratica va bloccata. E’stato un crimine giustiziare quest’uomo con così tanti dubbi intorno al suo caso. Le mani della Georgia sono macchiate di sangue.”

Traduzione di Cristiano Arienti

Immagine che accompagna il testo in home page: particolare di “A nostra immagine e somiglianza“, di Roberto Garavello.

 

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