Tienanmen e il drago senza memoria

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Ad aprile il Corriere ha pubblicato un articolo su alcuni giovani italo-cinesi che stanno cercando di aprirsi delle opportunità nel nostro Paese. “Siete un po’ spenti”. Questo è il giudizio che dà dell’Italia uno di essi, un imprenditore che da qualche anno vive a Ravenna. Spenti lo saranno stati pure le migliaia di detenuti arrestati durante i moti di piazza Tienanmen, nel chiuso delle loro celle. Libertà negata a chi ha affrontato i carri armati di un esercito per ottenere riforme democratiche e condizioni di vita migliori. Anche quest’anno in Cina, se si eccettua Hong Kong, non è stato possibile commemorare pubblicamente l’anniversario di quella strage. Ufficialmete, in piazza Tienanmen non successe nulla quel 4 giugno 1989. Sono passati 23 anni da quei giorni quando, secondo Amnesty International, almeno un milione di persone scesero per le strade; poi una notte in centinaia rimasero impastati sotto i cingoli; migliaia furono i feriti; decine di migliaia finirono in galera, perseguitati come controrivoluzionari. Gli ultimi stanno scontando la loro pena in ospedali, perchè le loro condizioni di salute sono precarie dopo, come dire, anni di torture. Erano giovani uomini animati dal sogno di poter esprimere apertamente il proprio pensiero sui temi sociali e politici; individui che hanno regalato all’umanità i loro anni migliori per farci riempire la bocca di espressioni come “libertà di pensiero e di parola”.

Il partito comunista centrale di Pechino ancora oggi strozza il dissenso ovunque e in qualsiasi modo esso si manifesti. Ultimamente su internet un’avanguardia di micro-blogger si permette critiche, per quanto velate, al regime. Insomma, la libertà si starebbe lentamente affacciando nel gigantesco Paese asiatico. Peccato che su Baidu, Yahoo e Google, i motori di ricerca più usati in Cina, la parola libertà non si possa nemmeno scrivere; non si può neanche associare “Tienanmen” e “sangue”. Durante l’anniversario dello scorso 4 giugno in pratica tutte le reti sociali e i maggiori siti di posta elettronica sono stati bloccati, come riporta la Cnn. E più in generale, come ben spiega Ilaria Maria Sala sulla Stampa, nella Rete basta un post o un tweet dove si nomini Hu Jintao, il presidente cinese e capo del partito, o Wen Jabao, il primo ministro, che la polizia si fiondi a bussare alla porta dell’internauta per chiedergli spiegazioni.

Se tu madre vuoi andare in una piazza e dire pubblicamente che non hai più notizie di tuo figlio da quel 4 giugno 1989, ti portano via, ti sbattono in prigione. Muta donna. Non pensare. O se ci tieni così tanto, sei libera di farlo ai domiciliari.E’ quello che è accaduto a Ding Zilin, che ha raccolto attorno a sè le madri di Tienanmen. Lo scorso 4 giugno un padre da 23 anni senza notizie del figlio si è tolto la vita come ultimo atto di protesta. Nessuno deve ricordare piazza Tienanmen, dove il cielo blu è retto dall’imperioso mausoleo dedicato a Mao Tze Tung. Eppure gli Occidentali, durante l’inaugurazione delle Olimpiadi di Pechino 2008, hanno dovuto far finta che il fondatore della Cina moderna non sia mai esistito. In quello spettacolo sono stati celebrati millenni di storia cinese, dai leggendari draghi alle dinastie che costruirono muraglie, fino a quelle che ospitarono i mercanti della seta; e non un cenno al maoismo, l’attuale regime politico. S’è giustificato il tutto in nome della proficua collaborazione tra Occidente e Cina. Era Agosto, un mese prima che l’economia Americana finisse a un passo dal tracollo e si facesse caso al fatto che una buona percentuale del debito pubblico americano era in mano a compagnie cinesi.

In fondo noi Italiani negli anni ’90 avevamo cominciato a intrattenere rapporti commerciali con la Cina in nome di un Suv in più, di una nuova villa sulla costa Ligure, di una barca più grande. Molti imprenditori magari scelsero in buona fede quella terra per espandere il loro business, senza rendersi conto che stavano gettando le basi per la destrutturazione del processo manifatturiero in Italia. Oggi è tardi per recriminare sulla trasformazione delle industrie.

Oggi siamo intrinsecamente legati alla Cina  a tal punto da chiedere ai Cinesi di comprarci titoli di stato decennali con interessi dal 4 al 7%, per altro già in dosi massicce nelle casse di Pechino. Cosa che però non accadrà più. I titoli di stato europei , come riporta il Sole 24 Ore, non verranno più acquistati dalla Cina perché l’Unione europea da quelle parti è data per spacciata. Figuratevi se si debba parlare dei martiri di Tienanmen ora, con prestigiosi marchi di  mezza Europa nelle mani di aziende cinesi, e manager cinesi nei consigli di amministrazione di banche e multinazionali. A loro non importa nulla dello smantellamento produttivo che sta mettendo a rischio il patto sociale del Paese. Un lavoratore in Italia costa quanto cinque o sei “monkeys” cinesi, e fa niente se la regione dello Shenzen assomigli al distretto di Manchester nell’800, almeno per ritmi di lavoro e alienazione, come spiega John Lancaster nel saggio “Marx at 193”, tradotto su Internazionale. Il divario fra ricchi e poveri, poi, secondo i racconti di amici che viaggiano in Cina per affari, è molto più ampio che in Italia: “osceno”, è la parola usata per descriverlo.

Anche a livello culturale stiamo cominciando a subire la fascinazione del modello cinese. In Italia c’è chi sta pensando di mandare i figli in scuole dove si insegna il mandarino, oltre che l’inglese. Si accende una speranza ulteriore per le generazioni future, di stare al passo con una globalizzazione che ignora la periferia europea. E’ un ottimo investimento, purchè non si sfuochi quell’immagine che abbiamo di noi stessi, uomini liberi di discernere, e rimanga viva la nostra idea di cittadino.

di Cristiano Arienti

In Copertina: vignetta pubblicata su TechCrunch

 

 

 

 

 

 

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