Clinton, la nomination contestata e l’emailgate

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L’ombra di Hillary Clinton si allunga sulla nomination democratica per la Casa Bianca. A un giorno dal decisivo voto in California, l’ex Segretario di Stato ha aumentato il vantaggio sul rivale Bernie Sanders, conquistando nettamente le primarie nelle Isole Vergini e a Porto Rico. Attualmente conta 1807 delegati contro i 1517 di Sanders, mentre in palio ce ne sono ancora 714.

Secondo i sondaggi relativi ai 7 Stati che mancano al voto, né Clinton né Sanders riusciranno a raggiungere la “soglia magica” dei 2383 delegati necessari per ottenere la maggioranza assoluta, composta da quelli conquistati con le votazioni, più i cosiddetti superdelegati, 700 figure “nobili” del Partito Democratico.

Cinquecentoquarantotto dei superdelegati hanno già annunciato il voto per Hillary Clinton, mentre appena 46 dichiarano il loro appoggio a Sanders. Sebbene il Democratic National Committee, per voce del Direttore delle Comunicazioni Luis Miranda, ha affermato che i superdelegati voteranno ufficialmente solo alla Convention, i mezzi di informazione Usa li stanno utilizzando già adesso per calcolare l’esito delle Primarie Democratiche, pratica già vista nel 2008; alla Clinton, quindi, mancherebbero appena una trentina di delegati (senza distinzione, a questo punto, tra delegati e superdelegati).

Secondo questa logica, l’ex Segretario di Stato supererà ufficiosamente la “soglia magica” già domani, alla chiusura dei seggi in New Jersey, dove sono in palio 126 delegati. La festa per la vittoria, però, avrà tutta la parvenza di un’incoronazione ufficiale.

Alle 20 – orario della costa est – Hillary Clinton si autoproclamerà presunta nomination del Partito Democratico, sostenuta da una salva di “Breaking News” da parte dei mezzi di informazione americani; l’annuncio avverrà senza attendere l’esito del voto in California, dove i seggi si chiudono cinque ore dopo a causa del fuso orario.

Sanders clintonEsiste ancora la possibilità che Sanders possa superare la Clinton nel conteggio dei delegati; solo la California ne mette in palio 475. E’ inverosimile, visto che lì, i sondaggi vedono un testa a testa tra i due candidati; tuttavia non è matematicamente impossibile: si materializzerebbe la situazione in cui la Clinton, perdente nel conteggio dei delegati, vincerebbe le Primarie solo grazie ai superdelegati.

Esiste però una possibilità più verosimile: qualora Sanders ottenesse un buon risultato in California e negli altri Stati, potrebbe ridurre lo svantaggio sotto i 100 delegati; a quel punto nel Partito Democratico si aprirebbe la questione se il Senatore del Vermont possa aspirare alla Vice-Presidenza, o a qualche posto chiave in un’eventuale amministrazione Clinton. E sarebbero di fronte a un altro interrogativo, più importante: chi dei due ha maggiori possibilità di conquistare la Casa Bianca a novembre?

Per statuto i superdelegati, infatti, non votano per il candidato che si è imposto nel voto popolare, o nel conteggio dei delegati, ma sostengono il candidato con più possibilità di vincere la corsa per la Casa Bianca. E’ in questa ottica che va pesato l’appoggio di 400 superdelegati alla Clinton prima ancora che iniziassero le Primarie: la consideravano, senza un solo elettore che avesse espresso per lei il suo favore, la persona più adatta da schierare contro il candidato repubblicano

Fin dall’inizio di queste elezioni, Sanders ha dovuto confrontarsi con questo fossato insormontabile, ma ha sempre ripetuto di rifiutare la logica dei superdelegati, e del loro utilizzo al di fuori dal processo elettorale ufficiale. Per questo invita a ignorare le “Breaking News” del 7 giugno, qualunque sia l’esito del voto in New Jersey e in California, e annuncia: la nomination verrà decisa solo alla Convention del 25 luglio. E’ implicito quindi che non concederà la vittoria a Hillary Clinton il 7 giugno; né lo farà, a meno di accordi con la sua rivale, prima del voto ufficiale dei delegati e superdelegati del 25 luglio.

In queste settimane il Senatore del Vermont continuerà a fare campagna elettorale.

Sanders, per sua stessa ammissione, spera di convincere i superdelegati a votare per lui; una posizione non in linea con le sue critiche al “sistema superdelegati” – ipocrita, se vogliamo – ma del tutto legittima.

Grazie a questa ferma posizione, a Sanders è stato concesso di optare cinque dei 16 membri che alla Convention discuteranno la piattaforma elettorale del Partito Democratico: tra le sue scelte, c’è l’ambientalista Bill McKibben, un faro nella lotta ai Cambiamenti Climatici.

Oggi i sondaggi su scala nazionale dicono che Hillary Clinton è alla pari con Donald Trump, il vincitore delle primarie repubblicane: l’ex Segretario di Stato soffre anche negli swing states come Ohio, Florida e Pennsylvania, dove negli ultimi decenni sono state decise le elezioni presidenziali. Sanders, invece, è avanti Trump del 15%, confermandosi un candidato apprezzato anche dagli indipendenti, ovvero quegli elettori che non sono registrati né per i Repubblicani né per i Democratici, e che possono fare la differenza nel voto di novembre.

Questo, ufficialmente, è l’argomento che avanzerà Sanders per convincere i superdelegati a passare dalla sua parte – evidenziando, se ce ne fosse ancora bisogno, la natura antidemocratica del processo di selezione della nomination democratica.

In realtà esiste un secondo motivo per cui Sanders non si dà per vinto: l’indagine che l’Fbi sta conducendo da quasi un anno sull’utilizzo di un server privato da parte di Hillary Clinton, mentre era Segretario di Stato durante i primi quattro anni dell’amministrazione Obama.

Dall’Fbi a Judicial Watch al Rapporto del Dipartimento di Stato: la Clinton sotto assedio

La posizione della Clinton si è fatta ancora più difficile dopo la pubblicazione, lo scorso maggio, di un Rapporto Speciale da parte dell’Ispettorato del Dipartimento di Stato, che ha condotto un’indagine interna sul server privato installato nell’abitazione dei Clinton, a Chappaqua, New York.

Le conclusioni sono devastanti, come sottolinea il Washington Post, a partire dalla confutazione della narrativa dell’ex Segretario di Stato riguardo al server: la Clinton non chiese autorizzazione per l’uso del server privato per le comunicazioni governative, né chiese consiglio legale; il Dipartimento di Stato, si legge, non glielo avrebbe mai concesso. Rifiutò di usare l’account governativo messole a disposizione, e ignorò gli avvertimenti sull’utilizzo del suo blackbarry per le comunicazioni digitali. Gli impiegati che sollevarono dubbi sull’opportunità che la Clinton inviasse e ricevesse email su un account privato, furono invitati a non occuparsi più della questione. La maggior parte delle persone che comunicavano con l’ex Segretario di Stato, non erano coscienti di diffondere informazioni e documenti sensibili attraverso un sistema non governativo.

Almeno in un’occasione, le comunicazioni tra il Dipartimento di Stato e la Clinton vennero sospese a causa di un tentativo di hackeraggio del server – per altro l’Fbi ha in custodia un hacker romeno, Marcel Lehel “Guccifer”, il quale ha dichiarato di essere penetrato nel server della Clinton. Le informazioni carpite da “Gufficer” apparvero su Russia Today, dando il via all’emailgate.

Inizialmente il server era un sistema aperto, cioè non usava un linguaggio crittato; l’account email della Clinton, per altro, era senza password. Queste ulteriori informazioni sono emerse nel processo in sede civile intentato dal Judicial Watch, un’organizzazione conservatrice, contro Huma Abedin, assistente speciale di Hillary Clinton; l’accusa vuole dimostrare che l’ex Segretario di Stato ha abusato del suo ruolo per incrementare gli affari della Clinton Foundation. Il processo è tutt’ora in corso, e i più stretti collaboratori della Clinton stanno comparendo di fronte al giudice Emmet Sullivan. Anche l’ex Segretario di Stato potrebbe essere chiamata a deporre presso la Corte distrettuale del Columbia District; e non potrebbe rifiutarsi, come invece ha fatto con l’Ispettorato del Dipartimento di Stato che ha indagato sul suo server.

Sull’accessibilità del server della Clinton, Robert Gates, ex Direttore della Cia e già Segeratrio alla Difesa sotto George W. Bush e Barack Obama, ha dichiarato: “è quasi sicuro che è stato hackerato, e le informazioni del Dipartimento di Stato sono finite in mano a potenze straniere; è un caso che solleva preoccupazioni sulle capacità di giudizio di Hillary Clinton”.

Le preoccupazioni di Gates, un decano dell’Intelligence Usa, sono forse espressione di un risentimento generale per la superficialità dell’ex Segretario di Stato; nelle email consegnate dalla Clinton sono stati fatti i nomi di agenti della Cia sotto copertura; in violazione dell’Espionage Act, una legge del 1917, ha messo in pericolo la comunità d’Intelligence americana. Lo stesso Dipartimento di Stato, per bocca del suo portavoce, non è in grado di stabilire se il server privato della Clinton sia stato effettivamente hackerato.

Un’altra legge federale violata dalla Clinton, come sottolinea il Rapporto speciale, è la OMB/Nara, del 2012, che regolamenta la gestione dei documenti governativi. La Clinton ha consegnato 50.000 email al Dipartimento di Stato per la revisione e l’eventuale classificazione o pubblicazione dei documenti governativi; ne ha invece cancellate circa 32.000, adducendo, due anni dopo, che fossero comunicazioni private; un giudizio che non spettava a lei, né alle persone extra-governative che hanno gestito la “pulizia” del server. E dà corpo ai peggiori sospetti: in quelle comunicazioni vi sono le prove che la Clinton abbia approfittato del suo ruolo per interessi privati; lo dimostrerebbero, del resto, le donazioni alla Fondazione Clinton da parte di Stati in delicati rapporti con gli Stati Uniti, come ad esempio Algeria, Qatar, Kuwait, Oman, Emirati Arabi Uniti.

E’ anche su questa opaca relazione tra la Clinton Segretario di Stato e la Fondazione Clinton, che l’Fbi sta indagando; ed è probabilmente la ragione per cui, a quasi un anno dall’apertura, l’inchiesta non si è ancora conclusa.

Alla luce del Rapporto Speciale del Dipartimento di Stato, è difficile pensare che l’Fbi non incrimini la Clinton, anche solo per negligenza colposa, o infrazione delle leggi sulla gestione dei documenti.

Il Washington Post ha chiesto all’Fbi di concludere al più presto l’indagine, e di trasmettere al Dipartimento di Stato le sue indicazioni su un’assoluzione della Clinton o una sua incriminazione – che verrebbe poi decisa dal Segretario alla Giustizia Loretta Lynch, qualora l’inchiesta si concludesse entro i termini dell’Amministrazione Obama. Solo così gli americani, prosegue il Washington Post, avrebbero un quadro completo per capire se la Clinton sia idonea a diventare Presidente degli Stati Uniti.

E’ un dubbio, quello trasmesso da uno degli organi di informazione più influenti del Paese, che getta un’ombra sulla viabilità di Hillary Clinton come candidata per la Casa Bianca. Il Partito Democratico è pienamente cosciente dell’eventualità che l’Fbi possa incriminarla: per questo nei corridoi di Washington si bisbiglia di un possibile ticket presidenziale con Joe Biden, in continuità con l’Amministrazione Obama, e la Senatrice Elizabeth Warren, alfiere di quella fascia d’elettorato che sostiene Sanders. E’ un’ipotesi svelata dal candidato repubblicano Donald Trump, quindi da prendere con le pinze; è vero però che da metà maggio si è affacciata, in alcuni casi in chiave aneddotica, su varie testate giornalistiche, dalla Cnn a Politico al Wall Street Journal: segno che, qualora Hillary venisse davvero incriminata e scoppiasse uno scandalo, il Partito Democratico avrebbe già pronta una proposta viabile da offrire agli elettori per le elezioni di novembre.

Una soluzione che verrebbe messa in ombra dalla statura elettorale di Bernie Sanders: da semi-sconosciuto Senatore del piccolo Vermont, si è elevato a rivale credibile, e temibile, della candidata dell’establishment, Hillary Clinton; un uomo che in poco più di un anno, con le sue idee oneste e coraggiose, ha saputo irraggiare di una luce nuova la politica americana.

Di Cristiano Arienti

https://www.umanistranieri.it/2016/05/elezioni-usa-il-server-della-clinton-al-centro-di-unindagine-fbi-e-di-una-causa-civile/

 

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