La Clinton, il Nevada, e l’iper-realtà del Partito Democratico

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Gli ultimi, convulsi, istanti della Convention del Partito Democratico in Nevada, 3° e ultimo round per eleggere i delegati da inviare alla Convention di Philadelphia, sono già entrati a far parte della mitologia delle elezioni americane; nei decenni futuri si parlerà ancora della rissa da salon scatenata dai fedeli di Bernie Sanders, candidato alle primarie, contro i sostenitori della sua rivale, Hillary Clinton: sedie scagliate, aggressioni fisiche, minacce di morte alla Presidente dell’assemblea Roberta Lange, sono tutti dettagli riportati dai maggiori organi di informazione americani, e fedelmente rimbalzati nelle redazioni di tutto il mondo. Da quel 14 maggio, giorno della Convention, attorno a Sanders e i suoi sostenitori si è creata un’aria irrespirabile: non sanno perdere, non rispettano le regole, fomentano rabbia e sono dei violenti; e ancora: rischiano di trasformare in una corrida la Convention di Philadelphia del prossimo luglio, dove verrà celebrato il candidato democratico per la Casa Bianca.

Il mito delle “sedie tirate sul palco”, ancora propagato a due settimane dalla Convention, è stato ampiamente smontato attraverso un rigoroso fact-checking da parte dell’autorevole NPRmentre le minacce alla presidente della Convention Roberta Lange sono giunte via telefono da persone che si autodefiniscono supporter di Sanders, ma che non erano all’assemblea, e non sono nemmeno cittadini del Nevada, come ha ricostruito Rolling Stones.

Nevada peopleScremando le notizie di quella giornata, al netto delle invenzioni giornalistiche, rimane la frustrazione di centinaia di persone che, in alcuni casi in modo inqualificabile, hanno protestato, urlato, e rivolto insulti alla Presidente dell’assemblea Lange e i suoi collaboratori, e alla senatrice democratica Barbara Boxer. E’ in quel caotico finale che un uomo ha sollevato una sedia per aria, riadagiata poi sulla moquette; è da quel gesto che è zampillata la falsità che i sostenitori di Sanders hanno interrotto la Convention tirando sedie sul palco.

Per altro la senatrice Boxer, clintoniana di ferro, che si è sentita “spaventata a morte” per quel clima, è stata ripresa sbeffeggiare i supporter di Sanders mentre, al termine della Convention, usciva dalla sala scortata.

Quel che è successo in Nevada rappresenta uno spartiacque: il vasto elettorato di Sanders, circa il 42% dei democratici, ha addosso un’accusa infamante; eppure è un’altra accusa, non meno infamante, che dovrebbe preoccupare i vertici del partito: il processo di voto in Nevada è stato dirottato in favore della Clinton attraverso le scelte prese dalla Presidente dell’assemblea Lange.

E’ l’ultima delle numerose anomalie di queste primarie democratiche, registrate in molte tornate elettorali, sempre in favore della Clinton: dall’Iowa al Massachusetts, dall’Illinois al Kentucky; anomalie che il DNC (Democartic National Committee) ha sistematicamente ignorato. Tranne in Arizona, dove la soppressione di voto è stata così plateale, così colossale, che i vertici del partito si sono visti costretti, dopo giorni di silenzi e balbettii, a denunciare il Comitato elettorale dello Stato.

La percezione che il processo sia in qualche modo truccato è reale fra i sostenitori di Sanders; ed è il Senatore stesso che ormai non ne fa più mistero: e non in chiave di rivalsa personale, ma per evidenziare l’inceppo del processo democratico, in un Paese che si considera il tempio della democrazia.

Questa lettura delle primarie sarà un problema per Hillary Clinton, prossima alla nomination, quando dovrà riconquistare gli elettori di Sanders per battere il candidato Repubblicano Donald Trump. Quegli stessi elettori che ora il Partito democratico e i media dipingono come dei violenti.

La Convention della discordia

La Convention Democratica del Nevada si è aperta con i peggiori auspici: la Presidente Roberta Lange si è attribuita poteri discrezionali; confermati attraverso un voto contestato, perchè non tutti i delegati erano presenti in sala, e parecchi non avevano gli strumenti per esprimerlo, il voto. Quindi si è proceduto a una votazione vocale, il cui esito incerto è stato ignorato dalla Lange, che ha certificato l’attribuzione di poteri a se stessa; scatenando il secondo moto di rivolta dei sostenitori di Sanders.

Gli animi in Nevada, del resto, erano già tesi per via del Caucus di a fine febbraio, vinto dalla Clinton, ma con forti sospetti di brogli. Infatti nel 2° round di inizio aprile molti dei delegati ascritti alla Clinton, grazie all’esito del 1° round, risultavano assenti; consolidandoli, quei sospetti.

Alla Convention dello scorso 14 maggio, in teoria i delegati di Sanders erano in maggioranza.

Ma la Lange ha utilizzato proprio quei poteri che si è arbitrariamente attribuita, per tenere fuori dall’assemblea 58 delegati pro-Sanders, perchè non comparivano nei registri. E’ vero che sono stati esclusi anche 8 delegati pro-Clinton: tuttavia, la maggioranza dell’assemblea è passata a favore dell’ex Segretario di Stato; con una conseguenza fondamentale: la Clinton si aggiudica due delegati in più da inviare alla Convention di Philadelphia.

Per questo l’esclusione di quelle 58 persone è stata così decisiva. Ed è stata così aspramente contestata dai sostenitori di Sanders.

Intervistata da The Yourg Turks, una degli 8 delegati pro-Clinton ha confermato: la mia cancellazione dai registri è inspiegabile, ho passato ore per avere una chance di dimostrare che avevo rispettato tutte le procedure d’iscrizione, ma inutilmente.

A quel punto, la minoranza dell’assemblea, cioè i delegati di Sanders, hanno presentato una mozione: si chiedeva di permettere ai 58 esclusi di esporre le loro credenziali; la Lange l’ha rigettata. Poi, subissata di proteste, ha messo al voto vocale la sua decisione: l’esito propendeva per i “no”, ma la Presidente lo ha ignorato; senza nemmeno procedere a un ulteriore voto chiarificatore, come prevedeva originariamente lo statuto, ha affermato che le sue decisioni erano insindacabili.

La scrittrice Gayle Brandeis su Salon ha scritto un pezzo intitolato, Ho visto le forze di Hillary Clinton prendersi il Nevada: in esso descrive l’esasperazione dei sostenitori di Sanders, tra cui il marito, trovatisi ingiustamente in minoranza.

In un clima ormai rovente, la Lange ha chiuso l’assemblea senza risolvere la questione dei 58 esclusi; non prima di ordinare alla polizia di arrestare i sostenitori di Sanders che si fossero rifiutati di lasciare la Convention.

Ecco che l’esasperazione si è trasformata in rabbia. Che però non è mai sfociata in violenza fisica, come viene propagandato tutt’oggi.

La narrazione delle “sedie tirate sul palco” rappresenta una bugia tirata in faccia ai lettori e agli elettori americani.

Come detto, c’erano già stati problemi in Nevada; lo stesso Sanders, in un comunicato posteriore alla Convention di Las Vegas dello scorso 14 maggio, ha elencato le mancanze della presidente Roberta Lange.

Nel comunicato, per altro, il Senatore del Vermont ha condannato la violenza in ogni sua forma, comprese le molestie; ma ha rigettato la lettura che vuole i suoi sostenitori come fomentatori, visto che in tutta la sua campagna non si è mai registrato nessun incidente.

Anzi, ha ricordato che nei mesi passati il suo quartier generale in Nevada era stato preso di mira da colpi d’arma da fuoco. Un episodio ignorato dai media. I quali, in tutta risposta, hanno apertamente criticato Sanders, per non aver chiesto scusa a nome dei sui sostenitori, paragonati a quelli di Trump.

Debbie Wasserman Schulz, Direttrice del DNC e fedelissima della Clinton, ha definito inaccettabile la posizione di Sanders, e ha pubblicamente condannato i suoi supporter.

Cittadini comuni e attivisti politici che hanno dedicato 17 durissime ore della loro vita nell’esercizio prezioso della democrazia, oggi vengono definiti, spregiativamente, “those people – quella gente”.

Clinton, i numeri che consolano, e i sondaggi che fanno paura

Tra “quella gente”, molti sarebbero tutt’ora potenziali elettori della Clinton, democratici regolarmente registrati; ma a questo punto potrebbero rifiutarsi di partecipare alle elezioni generali. Un’analisi offerta dalla Senatrice Nina Turner, che era presente alla Convention del Nevada e da allora si è spesa per scagionare i delegati di Sanders dalle false accuse di violenza.

Il vero rischio, però, è un altro: fra i milioni di democratici che hanno osservato, via social-media, “le forze della Clinton spazzare via la Convention”, una buona parte potrebbe ingrossare l’onda del #BernieOrBust; cioè chi si rifiuta di votare per Hillary Clinton alle elezioni generali.

Si tratta di una cresta di un buon 30% fra gli elettori di Sanders: può fare la differenza, visto che finora gli indipendenti sembrano sordi all’appello per eleggere l’ex Segretario di Stato, e impedire a Trump di salire alla Casa Bianca. Clinton potrebbe attrarre voti fra quei repubblicani moderati opposti al magnate; con il rischio, però, di aumentare l’emorragia a sinistra: già adesso è considerata un falco in politica estera, un’alfiere del neoliberismo, e una protettrice di Wall Street; accuse che l’ex Segretario di Stato non riesce a, o non può, levarsi di dosso.

Oggi i sondaggi danno Clinton e Trump alla pari a livello nazionale; e perfino in Ohio, Florida e Pennsylvania, gli swing States dove storicamente si decidono le elezioni, il magnate è alla pari con l’ex First Lady.

Con i sondaggi ormai in picchiata contro Trump, e Bernie Sanders in recupero in California, lo Stato che assegna il maggior numero di delegati, la corsa della Clinton verso la Casa Bianca è stata paragonata “alla marcia della morte di Bataan”, evocazione della tragica prigionia dei soldati americani sulla penisola della Filippine, durante la II Guerra Mondiale. In questo momento l’ex Segretario di Stato fatica a ispirare chi non è già dalla sua parte: la sua arma, per ora, è alimentare la paura contro l’elezione di Trump.

Per altro, i due sono i candidati alla Casa Bianca meno amati degli ultimi 30 anni, secondo un sondaggio della Abc; il loro tasso di credibilità è bassissimo. 

Molti analisti si sono affrettati a sminuire questi sondaggi, perchè troppo distanti dal giorno delle elezioni; lo stesso approccio di chi, come ad esempio l’autorevole ThirtyFiveEight, definiva Trump una meteora delle primarie repubblicane; salvo poi ammettere in un editoriale che era stato commesso stato un errore di valutazione. E rischiano di rifarlo, definendo Trump uno sconfitto in partenza contro Hillary nonostante i sondaggi appena citati.

Invece Sanders, in un sondaggio di Nbc/Wsj di pochi giorni fa, è avanti al candidato repubblicano del 17%. Con forza il Senatore del Vermont predica che una sua candidatura metterebbe al sicuro una vittoria democratica alle elezioni Presidenziali di novembre.

Che Trump sia un candidato perdente contro Sanders, lo suggerisce il caso del dibattito fra i due, che avrebbe dovuto svolgersi in California prima delle primarie. Proprio il candidato Repubblicano aveva dato la sua disponibilità; ma quando Sanders ha accettato, Trump si è tirato indietro, adducendo come scusa l’inopportunità di un simile evento.

Il problema, per il Senatore del Vermont, è lo svantaggio, in termini di delegati, contro la Clinton: la sua rimonta, se non impossibile, è molto improbabile.

A questo vantaggio della Clinton, che per altro non le permetterebbe di vincere la maggioranza assoluta dei delegati, si aggiungano i cira 500 superdelegati su 700 che appoggeranno l’ex Segretario di Stato; Sanders ne conta solo qualche decina.

I superdelegati, da statuto, potrebbero votare ufficialmente solo alla Convention di Philadelphia di luglio; ma è una regola che difficilmente verrà rispettata.

La Clinton, sommando superdelegati e delegati, si proclamerà la presunta nomination Democratica alla Casa Bianca il 7 giugno, dopo il voto in New Jersey. E’ in quello Stato che raggiungerà la quota oltre la quale Sanders, contando i delegati più i super, non potrebbe più raggiungerla.

La Clinton comincerebbe a festeggiare ancora prima della chiusura dei seggi in California, lo Stato che assegna il maggior numero di delegati. Nonostante una scomoda verità, per quanto ipotetica: un risultato strabiliante per Sanders in California, si trasformerebbe in un sorpasso, in termini di delegati, sulla rivale appena proclamatasi vittoriosa.

E’ una narrativa già pronta, come ha ammesso il giornalista della Msnbc Chris Mattews: appena chiuse le urne in New Jersey, dalle redazioni di tutti i principali organi di informazione partirà una salva di Breaking News celebrando Hillary Clinton come candidata ufficiale alla Casa Bianca per il Partito Democratico.

Sarà il colpo finale per Sanders, per i suoi sostenitori, e forse per le speranze democratiche di eleggere il prossimo Presidente degli Stati Uniti.

La debolezza della Clinton è colpa di Sanders: l’iper-realtà del Partito Democratico

Dichiarare vincente la Clinton con la stampella dei superdelegati prima dell’esito in California, lo Stato decisivo nel conto dei delegati, avrà un risultato immediato: consolidare il sospetto che queste primarie fossero “decise” in partenza.

Non è un’accusa inventata dal senatore del Vermont, ma era il piano originale di Hillary Clinton: incamerare l’appoggio di oltre 400 superdelegati molti mesi prima del primo voto in Iowa, lo Stato dove iniziano ufficialmente le primarie, aveva lo scopo di intimidire chiunque volesse sfidare la sua candidatura. Un piano mai osteggiato dal DNC; il Democratic National Committee, come detto guidato da una fedelissima della Clinton, ha anzi programmato pochissimi dibattiti, rendendo proibitivo a candidati poco conosciuti di imporsi nell’immaginario del grande pubblico.

Quando nello Stato di New York, lo scorso ottobre, è scaduto il termine per registrarsi come democratici e partecipare alle primarie, Sanders non era ancora un candidato viabile; la sua campagna stava raccogliendo fondi e adesioni: per l’elettore mediamente informato, tuttavia, era un semi-sconosciuto.

Eppure il messaggio di Sanders, lentamente, ha fatto breccia nel muro di silenzio dei media. Una parte consistente degli elettori democratici ha deciso di puntare su un 74enne socialista piuttosto che approvare in stile bulgaro la Clinton. Una candidata, per altro, con dietro una scia di scandali e contraddizioni che satura le memoria di ogni americano. Invece Sanders, con la sua visione tendente al populismo, ha allargato il panorama con sogni e speranze. Che possono tradursi in realtà, se a crederci sono milioni e milioni di persone; è grazie a Sanders e la sua richiesta di maggior equità, ad esempio, che in molti Stati Usa è stato introdotto il salario minimo di 15 $ all’ora.

Questa cifra, a ottobre, era ancora un miraggio; e Sanders un tremolante personaggio se paragonato alla solidità della sua rivale: la Clinton, la sua notorietà, e l’apparato politico-mediatico alle sue spalle, rappresentavano l’unico futuro visibile. Proprio a New York oltre 3 milioni di elettori indipendenti, la maggioranza dei quali è storicamente democratica, non si è registrata per votare alle primarie; in una tornata che, mesi dopo, ha visto poco più di 2 milioni di persone scegliere tra Clinton e Sanders.

L’esclusione degli indipendenti è stato un fattore nei risultati del voto di New York dello scorso aprile; e forse ha cambiato in modo decisivo l’inerzia di queste primarie: è lì che si è arrestata una striscia vincente di Sanders, che aveva conquistato 8 Stati di fila. All’opposto, quel risultato ha ridato forza a Hillary Clinton, perdente da quasi un mese: l’ultima vittoria per lei era stata in Arizona; dove, come detto, c’è stata una soppressione di voto colossale in sfavore di Sanders, e denunciata come frode elettorale.

Anche nello Stato di New York, in realtà, ci sono stati episodi molto dubbi, in una contesa dove la Clinton ha staccato il rivale di 300.000 voti: solo a Brooklyn, l’area d’origine di Sanders, c’è stata l’inspiegabile cancellazione di quasi 130.000 elettori dai registri.

Un conto è la percezione che le primarie siano già decise: un’altro è vedere in tempo reale come i “magheggi” cambino l’esito del voto. A cominciare proprio dal Caucus in Iowa: il vincitore in ben 6 seggi è stato deciso con il lancio della monetina: tutti i lanci, neanche a dirlo, sono stati favorevoli alla Clinton, finita davanti al suo rivale per un soffio.

L’ultimo scandalo, in ordine di tempo, si è verificato in Kentucky, lo scorso 17 maggio: con il 99% dei seggi scrutinati e un risultato troppo incerto per chiamare il vincitore, a Sanders sono stati levati migliaia di voti; in due contee, in particolare, le preferenze a suo favore sono state letteralmente azzerate. Tanto che il Senatore del Vermont, sconfitto di appena 1900 voti, ha chiesto ufficialmente un riconteggio.

Quel risicato vantaggio ha permesso a Hillary Clinton di dichiararsi vincente nel giorno della sua pesante sconfitta in Oregon.

Poco dopo, si è autoproclamata la candidata del Partito Democratico nella corsa alla Casa Bianca davanti alle telecamere della Cnn. Nulla, nemmeno un sorpasso di Sanders nel conto dei delegati, ipotesi remota ma non impossibile, potrebbe cambiare la situazione secondo l’ex First Lady.

Il DNC ha semplicemente registrato le sue parole senza emettere nessuna nota chiarificatrice. Perchè è vero: Hillary è sempre stata la candidata del Partito Democratico, e lo è da almeno due anni. Nessun altro “big” ha osato sfidarla, quando la macchina elettorale dei Clinton si è messa in moto.

La conferma dell’intrinseco legame del DNC con la Clinton è emerso una volta di più lo scorso aprile: girando l’America, l’ex Segretario di Stato ha raccolto fondi da destinare alle attività delle sedi locali dei Democratici; in realtà, si è tenuta quasi tutti i 61 milioni di dollari donati. Uno schema denunciato da Sanders; ma, come tutte le critiche dirette a Hillary Clinton, è caduta nel vuoto.

La sua candidatura ha superato qualsiasi tipo di scoglio. Dai 21 milioni di dollari, tra il 2013 e il 2015, guadagnati dai Clinton per i discorsi presso le grandi multinazionali e banche, alla controversia delle donazioni alla Clinton Foundation da parte di Stati che hanno avuti rapporti con Hillary mentre era Segretario di Stato; fino ai discorsi tenuti presso la banca Goldman Sachs, per cui ha intascato 600.000 dollari, e mai resi pubblici: nulla pare troppo grave perché la sua candidatura venga messa in discussione dal partito e dai media.

Adesso Trump ha appena cominciato a dissotterrare i vecchi scandali dei Clinton, a partire dalle accuse di stupro, in alcuni casi molto circostanziate, mosse a Bill: nulla sembra scomporre i vertici del partito a Washington, o i commentatori politici main stream.

Hillary Clinton è inamovibile.

Nemmeno il rapporto del Dipartimento di Stato relativo all’uso di un server privato mentre era Segretario di Stato ha sortito conseguenze sulla sua eleggibilità: accusata di aver violato leggi federali, di aver messo in pericolo la sicurezza nazionale in nome dei suoi interessi privati, e di aver mentito per anni su quel server, la Clinton è stata criticata, ma nulla più. L’Fbi la sta indagando su questi fatti, e potrebbe incriminarla: tuttavia, per il New York Times, la sua candidatura non è in discussione, e il DNC ha confermato la sua fiducia nell’ex Segretario di Stato. Per molto meno, altri civil servant sono stati allontanati da attività governative, come ad esempio l’ex Direttore della Cia David Petraeus.

La candidatura di Hillary Clinton sta facendo acqua da tutte le parti, ed era prevedibile: già nel 2008 aveva perso contro Barack Obama, un giovane senatore senza particolari esperienze di governo alle spalle; da allora il suo record è sicuramente peggiorato, con una gestione discutibile della politica estera americana quando era Segretario di Stato. Quell’incarico la Clinton lo ha lasciato nel 2013, con l’obiettivo dichiarato di diventare il prossimo Presidente degli Stati Uniti. In tre anni il Partito Democratico non ha saputo coltivare nessuna alternativa a una candidatura compromessa in partenza.

Bernie Sanders è venuto fuori dal nulla, lui che era sempre stato un indipendente; all’inizio è stato accolto come il rivale ideale per rendere meno farsesco un voto altrimenti accostabile alle autocrazie caucasiche.

Eppure è bastato questo Sanders a svelare la realtà: Hillary Clinton è una candidata irricevibile.

I vertici del DNC daranno la colpa proprio a Sanders, se i repubblicani dovessero vincere le elezioni generali: perchè il Senatore starebbe convincendo molti democratici, soprattutto fra i giovani, a non votare l’ex First Lady.

Non sarà colpa loro, dei vertici del DNC, se a novembre non riusciranno a battere Donald Trump, considerato uno dei peggiori candidati nella storia degli Stati Uniti. Non sarà colpa della Clinton se non convincerà gli americani che lei sarebbe un Presidente migliore di un maneggione edonista senza alcuna esperienza di governo. Benvenuti nell’iper-realtà del Partito Democratico.

Di Cristiano Arienti

PS: che Hillary Clinton sarebbe stata una candidata irricevibile lo scrissi già nell’aprile 2015: Hillary Clinton: la candidata senza passato

In copertina: un immagine della Democratic Convention del Nevada, dello scorso 14 maggio.

Fonti e Link Utili

http://wingztv.com/video/the-2016-nevada-democratic-convention-clinton-and-sanders/

http://www.theguardian.com/commentisfree/2016/may/19/bernie-sanders-establishment-democrats-stop-arguments-primaries

http://www.democracynow.org/2016/5/19/robert_mcchesney_mainstream_corporate_media_covering

http://linkis.com/www.counterpunch.org/otdM1

https://berniesanders.com/press-release/statement-nevada/

http://usuncut.com/politics/clinton-super-pac-busted/

http://www.nakedcapitalism.com/2016/05/sanders-and-class-struggle-in-the-democratic-party.html

http://www.msnbc.com/msnbc-news/watch/sanders-and-the-nevada-debacle-688130115643

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