I sovranisti lanciano la campagna anti-euro di Salvini

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L’iceberg chiamato sovranismo, temuto da molti, è ormai in vista, e l’Unione Europea, in questo biennio 2017-2018, rischia di finirci contro. E’ un movimento che punta all’uscita dall’euro e, in parallelo, allo smantellamento della struttura sovranazionale sottoscritta a Maastricht nel 1992. Se negli anni passati questa visione era portata avanti da voci isolate, oggi ha trovato spinta nei partiti della destra popolare; i quali si sono già fortemente radicati negli elettorati grazie a politiche nazionaliste contro l’immigrazione, percepita come incontrollabile e causa di problemi di ordine sociale e occupazionale. Lo scorso 21 gennaio si sono perfino riuniti, questi partiti, a Coblenza: dal Fronte Nazionale di Marine LePen, al Partito della Libertà dell’olandese Geert Wilders; dall’Alternativa per la Germania di Frauke Petry, alla Lega Nord di Matteo Salvini.

SalviniIn Italia, l’iceberg sta prendendo la forma proprio del leader leghista: uscire dall’euro è il messaggio che potrebbe trasformare un partito regionale in forza politica nazionale; se il federalismo (o il secessionismo) era il confine ideologico auto-imposto della Lega, il ritorno alla sovranità monetaria rischia di aprire praterie elettorali anche nel centro-sud, dove disoccupazione e disagio sociale sono molto forti. La presa di “Roma ladrona”, ora, è funzionale per liberarsi dalla “schiavitù di Bruxelles”: è lì che si punta il dito per i problemi dell’oggi. Il divario nord-sud e il debito pubblico rimangono questioni ataviche; ed esistono problemi sistemici – dalla delocalizzazione all’automatizzazione al costo dell’energia – da affrontare comunque: ma secondo i sovranisti, le risposte non si ottengono, come mantra vuole, con più Europa.

E’ stato ribadito lo scorso 31 gennaio alla conferenza “Oltre l’euro”, organizzata a Milano dalla Lega Nord, alla quale hanno partecipato anche personaggi estranei al partito: l’economista Alberto Bagnai, l’europarlamentare Marco Zanni (ex M5S), il filosofo Paolo Becchi, i giornalisti Mario Giordano e Marcello Foa; a turno hanno motivato perché sarebbe necessario sganciarsi dall’euro, e pianificare un domani al di fuori dell’Unione Europea. Fra un intervento e l’altro, Matteo Salvini, il regista della serata, ha offerto una sponda politica alle tesi esposte: le sta sfruttando come trampolino di lancio per la sua candidatura a Presidente del Consiglio di un governo sovranista.

La recente calata del leader leghista in Abruzzo, regione colpita dalla doppia crisi terremoto-nevicate, aveva già suggellato il suo riposizionamento nel panorama italiano, in vista di una campagna pro/anti-euro destinata a diventare fulcro delle prossime elezioni politiche.

Le critiche nei confronti di Bruxelles non sono nuove nel dibattito interno al centro-destra. Nel 2011 anche Silvio Berlusconi, con lo scoppio della crisi del debito pubblico italiano, lo aveva urlato: sono necessari bond europei, e la presa d’atto che nella zona-euro le economie hanno una crescita diversa; soprattutto con una banca centrale senza il potere di stampare denaro.

Per quanto giudicate estreme, le proposte di Silvio Berlusconi avevano l’obiettivo di cambiare l’assetto della UE, non di smantellarla. Ancora nel 2011 l’idea di uscire dall’euro veniva considerata un tabù: chi s’azzardava a parlarne, subiva l’isolamento, non era preso sul serio. Rimaneva teoria accademica, proprio dei vari Becchi e Bagnai, relegati nell’anonimato.

Dalla crisi greca alla Brexit: perchè è cambiato il clima

Il tabù vigeva anche durante la crisi greca, scoppiata nel 2010: le cifre erano sotto gli occhi di tutti, Atene non avrebbe mai potuto ripagare il debito contratto a partire nel 2001, quando truccò i bilanci per entrare nell’euro. A maggior ragione attraverso nuovi prestiti. Debiti che si trovavano, per decine di miliardi di euro, nelle pance delle banche tedesche. Anche per questo Berlino si è fermamente rifiutata di considerare una cancellazione del debito greco.

Con calcoli del genere, però, la crisi greca si è propagata proprio nel nostro Paese, oberato da un debito mastodontico; era in pericolo la sopravvivenza stessa dell’Unione Europea. Una minaccia stoppata con il celebre “whatever it takes” di Mario Draghi, Presidente della BCE (Banca Centrale Europea): “sarà fatto tutto il necessario per mantenere l’euro”.

Le soluzioni, però, non vennero formulate su un ripensamento della natura difettosa della moneta unica: ma sulla pretesa che i danni della finanza selvaggia – e dell’allegra gestione del fisco da parte dei politici – vadano pagati dal cittadino comune attraverso il taglio della spesa pubblica e dello stato sociale, e il pareggio di bilancio. Cioè con l’austerity.

La finanza selvaggia, tra l’altro, ne è uscita relativamente bene: i trucchi contabili di Atene erano stati ideati dalla Goldman Sachs dell’attuale consigliere alla Casa Bianca Gary Cohn. I pensionati greci muoiono negli ospedali perchè non ci sono medicine; e Goldman Sachs ha appena garantito a Cohn una buona-uscita da circa 300 milioni di dollari.

Un’equazione tacciabile di populismo quanto si vuole; ma non ci si stupisca se la stragrande maggioranza dei greci, nel referendum 2015, aveva rigettato le condizioni di salvataggio imposte dalla troika (UE, BCE, FMI), dopo quattro anni di durissima austerità. Eppure si sapeva che quell’esito poteva determinare l’uscita dall’euro. La BCE aveva già messo sotto controllo i capitali delle banche all’annuncio del referendum, prefigurando una paralisi nella circolazione del denaro, qualora Atene non si fosse piegata. I greci erano disposti ad affrontare il salto nel vuoto di una mancanza di liquidità, piuttosto che sottostare ancora a dei diktat per loro incomprensibili e insostenibili. Il ministro delle finanze dell’epoca, Yanis Varoufakis, aveva predisposto un piano di immissione di valuta alternativa all’euro; ma il suo Primo Ministro, Alexis Tsipras, non si era fidato, e firmò clausole ben più draconiane rispetto agli impegni appena rigettati dai suoi concittadini.

Se nel 2015 il referendum greco aveva sancito l’impotenza di un popolo di fronte all’Unione Europea, a un anno e mezzo di distanza potrebbe rappresentare l’ultima smaccata prova di forza dei cosiddetti tecnocrati di Bruxelles.

L’irreversibilità del progetto europeo è stata messa in crisi dal referendum che ha sancito l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea. Il clima, poi, è definitivamente cambiato con l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca; il neo-Presidente degli Stati Uniti, che si era esposto in favore della Brexit, ha criticato l’euro, definendolo una moneta “tedesca” perennemente svalutata: un attacco frontale alla Germania, e la sua competitività sui mercati esteri.

Musica per le orecchie di chi, in questi anni, ha sottolineato come il vero beneficiario dell’euro sia Berlino, con il suo saldo positivo di oltre 750 miliardi euro (Marco Zanni); mentre in Paesi dove non si svaluta da quasi 20 anni, i debiti sono ormai insostenibili; sarebbe il motivo per cui, anche in presenza del quantitative easing – ovvero l’acquisto da parte della BCE dei titoli di Stato di Paesi in sofferenza, e il prestito di denaro al sistema bancario – la crescita in Italia è stata minima, e la risalita ancora lunga.

Eppure le famose riforme strutturali, in cambio dell’acquisto dei titoli di stato, sono state fatte: dal taglio delle pensioni alla flessibilità nel mercato del lavoro; è passato anche il Fiscal Compact, quel pareggio di bilancio che vieta di aumentare la spesa pubblica senza coperture, ma che non ha fermato l’impennata del debito italiano. La verità è un’altra: è il surplus tedesco che dovrebbe stimolare le economie dei Paesi e delle regioni più deboli; ma a che prezzo? I sovranisti la chiamerebbero spoliazione dei beni di una nazione, come del resto è avvenuto con la Grecia – una visione, però, che mette in dubbio tutta l’economia di mercato, non solo l’Unione Europea.

Di fronte al montante astio verso la Germania, Angela Merkel ha iniziato a proporre modelli che fino a qualche anno fa venivano considerati eresie: la cancelliera parla di una Europa a diverse velocità, affinché Bruxelles possa venire incontro alle esigenze dei singoli Paesi. Una presa di coscienza tardiva della gravità della situazione, da parte di una leader che guida la Germania, e sostanzialmente l’Europa, dal 2005. E comunque, la ricetta, sarebbe di separare le economie della zona-euro, non di metterle al riparo con bond. Concetti preoccupanti per il Presidente della BCE Draghi, costretto a rinnovare la sua visione: “la moneta unica – e quindi l’Unione europea – è irreversibile“.

Una narrativa che oggi, con l’informazione mainstream in forte crisi, rischia di essere travolta dalla rabbia e dalla disillusione incanalate nei social media; l’elezione di Donald Trump, che aveva contro la quasi totalità della stampa tradizionale, è esemplare.

E oggi, con il nuovo inquilino alla Casa Bianca, la narrativa alternativa a Draghi (e alla Merkel) è diventata mainstream: nessuno può più ignorarla.

Se vogliamo, sulla Germania, Trump ha la stessa visione propinata da Silvio Berlusconi dal novembre 2011 quando, persa la maggioranza parlamentare, e con l’Italia sotto attacco speculativo, fu costretto a dimettersi: al suo posto salì Mario Monti, l’esecutore delle ricette d’austerità targate Unione Europea. Oggi il leader di Forza Italia non ha più l’età, tanto meno la forza politica, di candidarsi come antidoto di questa pluriennale crisi – e nel 2011, da Presidente del Consiglio, Berlusconi non ne fu all’altezza.

E Matteo Salvini lo ha sfidato apertamente: per le prossime elezioni politiche, il leader del centro-destra dovrà spuntare dalle primarie, e i candidati si confronteranno sull’uscita dalla moneta unica. E, come è stato ricapitolato nella conferenza “Oltre l’euro”, sulle mosse da prendere per un ritorno alla moneta nazionale.

Un recente sondaggio Swg/Corriere evidenzia che il 33% degli italiani, soprattutto elettori della Lega Nord, Forza Italia e M5S, sarebbero favorevoli a un’uscita dell’Italia dalla moneta unica: è una percentuale altissima, se si conta che il PD, il partito in testa ai sondaggi, raggiunge il 30%; e una vera campagna anti-europeista non è nemmeno pubblicizzata.

L’iceberg, in superficie, avrà le sembianze di Matteo Salvini; ma la parte sommersa è composta da un numero sempre più crescente di italiani.

di Cristiano Arienti

http://www.nytimes.com/2010/02/14/business/global/14debt.html?pagewanted=all&_r=0

http://www.newyorker.com/news/john-cassidy/greeces-debt-burden-the-truth-finally-emerges

http://www.linkiesta.it/it/blog-post/2011/11/24/il-cambio-lira-euro-sbagliato-a-chi-dice-una-panzana-simile-raccontate/3022/

http://www.ilsussidiario.net/News/Politica/2017/1/17/SONDAGGI-ELETTORALI-E-POLITICI-News-Legge-Elettorale-quale-sistema-dopo-l-Italicum-Ultime-notizie-oggi-17-gennaio-2017-/742853/

https://www.opendemocracy.net/can-europe-make-it/linsey-mcgoey/choosing-what-not-to-know-germany-greece-and-value-of-strategic-ign

 

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