Roger Stone, Steve Bannon, e la chiave del “Russiagate”

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L’Investigatore Speciale Robert Mueller sembra aver trovato la chiave per il rebus Russiagate: è Roger Stone, decennale consulente politico di area conservatrice, e fiancheggiatore della Campagna di Donald Trump nelle elezioni presidenziali 2016. La questione è capire quali porte Mueller abbia scardinato: con l’incriminazione resa pubblica lo scorso 25 gennaio, Stone verrà processato per ostruzione alla giustizia, inquinamento delle indagini, e false dichiarazioni; i reati si riferiscono alle testimonianze di Stone di fronte alla House of Representatives Permanent Select Committee on Intelligence (HPSCI).

Roger Stone

Rimane sbarrata, per ora, la via per dimostrare la collusione fra la Campagna Trump e l’Intelligence russa. Tuttavia appare pesante lo scenario illustrato dal Mueller: dopo la pubblicazione del DNCleak, del 22 luglio 2016, un non meglio specificato esponente della Campagna Trump istruì Stone di interessarsi del materiale in possesso di Wikileaks su Hillary Clinton. Il mese precedente Julian Assange, fondatore dell’organizzazione, in un’intervista aveva fatto intendere che i “leak” contro la candidata democratica sarebbero stati più d’uno: la pubblicazione delle email del Partito Democratico era quindi solo la prima.

La richiesta della Campagna Trump a Stone è contemporanea a un’uscita del candidato repubblicano, del 27 luglio, in cui invitava i russi ad hackerare i server della Clinton – si suppone per rendere pubbliche le 33.000 email del server privato, mai consegnate dall’ex Segretario di Stato ai fini del “Freedom of Information Act” (FOIA), e oggetto dell’indagine “emailgate”, conclusasi tre settimane prima. E va ricordato che i vertici della Campagna Trump, incontrando alla Trump Tower la legale Natalya Veselnitskaya, si erano già dimostrati aperti a ricevere materiale sulla Clinton di provenienza russa.

Nell’incriminazione contro Stone, si sottolinea che dal giugno 2016 Crowdstrike, società di cyber-security assunta dalla Campagna Clinton, aveva già puntato il dito contro gli hacker dell’Intelligence russa. Un quadro sorretto da Mueller in un’altra incriminazione: quella contro i 12 agenti del GRU (Servizi Segreti Militari), che da Mosca avrebbero hackerato nella primavera 2016 i server del Partito Democratico e la posta elettronica di John Podesta, Capo Campagna Clinton. Per poi passare le email a Wikileaks attraverso Guccifer2, sedicente hacker rumeno che Mueller ha identificato come un fronte dell’Intelligence russa – sebbene nell’incriminazione non si chiarisca in modo convincente come le email siano state filtrate a Wikileaks, né se l’organizzazione di Assange avesse più fonti, oltre a Guccifer 2, come appare possibile.

Il quadro indiziario è pesante anche per le modalità con cui l’intermediario della Campagna Trump cercò di carpire le email. Il 25 luglio 2016 Stone invia una email a Jerome Corsi, commentatore politico della destra alternativa che si trovava a Londra, pregandolo di attivarsi per raggiungere Julian Assange, rinchiuso nell’ambasciata ecuadoregna. Attraverso il suo intermediario, Stone sperava di ottenere, in particolare, le email relative alla Clinton Foundation. Che il tema delle email potesse essere quello era stato suggerito a Stone da James Rosen, giornalista di Foxnews. Da tempo si sospettava che Clinton non avesse consegnato le 33.000 email del suo server privato perché tradivano i favori politici da Segretario di Stato in cambio di donazioni alla Fondazione. Aspetto effettivamente emerso, insieme a molteplici altri, con le Podestaemail, pubblicate a partire dal 7 ottobre 2016. Non è chiaro se Stone, su questa precisa informazione, avesse altre fonti. Di fatto, tutto il panorama politico americano speculava sulle future pubblicazioni di Wikileaks riguardo alla Clinton.

Si sa però che Stone aveva coltivato un altro intermediario: Randy Credico, giornalista radiofonico in contatto con Assange nell’agosto 2016. Dall’incriminazione emerge che a Credico, nel settembre 2016, venne fatta una richiesta: ottenere conferme su una email di Hillary Clinton dell’agosto 2011, periodo in cui era alla guida del Dipartimento di Stato, con tema, quasi certamente, la guerra in Libia. Stone pretese che la sua richiesta fosse inviata direttamente ad Assange; Credico, quindi, coinvolse Margaret Ratner Kunstler, rispettata avvocato per i diritti civili e vicina a Wikileaks. 

Si tratta di un fatto altrettanto pesante: Stone, intermediario della Campagna Trump, cerca di carpire una email hackerata dall’Intelligence russa, cercando di contattare direttamente Wikileaks. Assange, che si sappia, non fece pervenire nessuna risposta a Stone. Anzi, a Credico, in precedenza, aveva manifestato sorpresa che la stampa parlasse di un rapporto diretto fra Stone e Wikileaks, come se fossero addirittura in combutta.

La distanza fra Assange e Stone risulta anche da uno scambio di messaggi privati, a metà ottobre 2016. Il consulente politico si lamenta degli attacchi ricevuti da Wikileaks; in risposta, dall’account dell’organizzazione, riceve l’invito a non dichiarare falsamente di essere associato a Wikileaks. 

E’ quello che faceva intendere Stone stesso, a partire dall’agosto 2016, in numerose interviste e in conversazioni private. Che la campagna Trump lo considerasse “intermediario” di Assange lo dimostra una comunicazione con Steve Bannon.

Se Stone è la chiave del rebus Russiagate, Bannon potrebbe rivelarsi la serratura.

Robert Mercer (sx) e Steve Bannon (dx)

Prima di diventare stratega della Campagna Trump, Bannon era Vice-Direttore del quotidiano della destra alternativa Breitbart; e soprattutto era Vice-Presidente di Cambridge Analytica: è la società di strategia comunicativa che, acquisendo illegalmente informazioni degli utenti di Facebook, nel 2016 condusse campagne mirate perché al referendum britannico sulla permanenza nell’Unione Europea vincesse il “leave”, e alle presidenziali Usa si imponesse Donald Trump. Sia Breitbart che Cambridge Analytica hanno alle spalle la famiglia ultra-conservatrice Mercer, grande sponsor della Campagna Trump.

Il 4 ottobre 2016, quando Assange “rimanda” la pubblicazione delle Podestaemail – annunciata da giorni da Wikileaks – Stone viene contattato da Bannon, il quale chiede spiegazioni.

Stone lo rassicura: presto il materiale compromettente su Clinton verrà pubblicato.

A tutt’oggi non è ancora chiaro il ruolo di Bannon, se fosse a conoscenza dei tentativi di Stone di contattare Wikileaks per conto della Campagna Trump; o addirittura ne supervisionasse le operazioni. Va notato però che tra luglio e agosto 2016 Jerome Corsi – intermediario di Stone – per avere accesso ad Assange, si rivolge a Ted Malloch, accademico americano di stanza a Londra, ed editorialista di Breitbart. Il 31 luglio 2016 Stone istruisce Malloch, tramite Corsi, di incontrare Assange. Il 2 agosto Corsi comunica a Stone: “all’Ambasciata si dice che Wikileaks lancerà altre due pubblicazioni sulla Clinton; una quando sarò rientrato da Londra [n.d.r.: a metà agosto]; l’altra a inizio ottobre”. E poi fa capire a Stone che nel mirino ci sarà John Podesta, Capo Campagna della Clinton.

Jerome Corsi sbaglia relativamente alla pubblicazione di agosto; però centra il periodo di pubblicazione delle Podestaemail, e i bersagli, John Podesta e la Fondazione Clinton.

Non è chiaro se Corsi abbia ottenuto queste informazioni da Assange tramite Ted Malloch; a oggi dichiara di aver previsto la data senza l’aiuto di fonti.

Di sicuro, a partire dal novembre 2016, Malloch è stato un vocale difensore del neo-Presidente Trump in Gran Bretagna, accreditandosi come futuro Ambasciatore Usa presso l’Unione Europea (Ue), da lui paragonata all’Unione Sovietica. A sostenere le aspirazioni di Malloch, è intervenuto Nigel Farage: alla guida del UKIP (Partito Indipendentista dell Gran Bretagna), e sostenuto dalla Cambridge Analytica di Bannon e Mercer, aveva vinto il referendum per uscire dall’Ue.

In sé potrebbero essere coincidenze; tanto più che Mueller, per ora, non ha dettagliato lo scenario di un incontro fra Malloch e Assange, o una coordinazione fra la Campagna Trump e Wikileaks.

Come ha ammesso lo stesso Roger Stone in uno dei messaggi privati a Wikileaks, “l’operazione [relativa alla pubblicazione delle Podestaemail] sta filtrando come un colabrodo” (your operation is leaking like a sieve); era metà ottobre 2016. L’implicazione è che Stone, con molta probabilità, aveva ottenuto informazioni sulle pubblicazioni senza l’assenso di Assange.

“Avete bisogno di capire chi sono i vostri amici”, scrive ironico Stone a chi gestisce l’account di Wikileaks.

Stone, quindi, si sarebbe limitato a sfruttare, con inganno e millantato credito, l’annuncio di Wikileaks su pubblicazioni compromettenti per Hillary Clinton. L’organizzazione di Assange, a oggi, non è stata incriminata di collusione con la Russia – ipotesi negata con forza da Assange; è vero che pende un’incriminazione sigillata su Assange, ma dovrebbe riguardare i “leak” su Iraq e Afganistan. I suoi legali fanno sapere che l’organizzazione non è stata nemmeno contattata dall’Investigatore Speciale.

C’è però un particolare che desta sospetto: davanti alla HPSCI Stone ha ammesso i suoi contatti con Randy Credico, giornalista anti-Clinton ma indipendente, per avere informazioni su Assange; però ha tenuto celate le comunicazioni con Jerome Corsi e la gestione di Ted Malloch riguardo alle Podestaemail. Stone forse voleva evitare l’attenzione sullo sforzo dei sostenitori di Trump per colpire Clinton attraverso Wikileaks; pur sospettando – o peggio, essendo al corrente – che dietro all’operazione ci fosse l’Intelligence russa.

Davanti alla HPSCI Stone si è difeso spiegando che all’epoca non si poteva sapere se le email fossero state hackerate dai russi. Nell’agosto 2016, Roger Stone si affannava ad allontanare perfino il sospetto; con un articolo pubblicato su Breitbart, ripeteva che il responsabile era l’hacker rumeno Guccifer2. Con il quale Stone, dalla metà di agosto 2016 fino a metà settembre, intrattenne un dialogo via Direct Message di Twitter.

Nell’incriminazione di Mueller è rimasto fuori il filone Stone-Guccifer2. Non è detto che non siano pronti altri capi di imputazione, per i suoi contatti con un presunto fronte dell’Intelligence russa, qualora Roger Stone non collaborasse con l’Ufficio dell’Investigatore Speciale. Potrebbe essere lui la chiave per aprire i segreti della Campagna Trump, e il ruolo di Bannon sull’interferenza dei russi nelle elezioni del 2016.

di Cristiano Arienti

In copertina: Donald Trump seguito da Roger Stone, nel 1999; all’epoca Stone era Direttore del Comitato elettorale di Trump per le presidenziali del 2000 – foto AP/Daniel Hulshizer.

Fonti e link utili

Russiagate, Wikileaks, e la dimensione parallela di Seth Rich (1/2)- CRONOLOGIA

https://int.nyt.com/data/documenthelper/586-roger-stone-indictment/d34c762c3e142f844c2b/optimized/full.pdf

https://www.nationalreview.com/2016/07/wikileaks-release-clinton-foundation-e-mails-trumps-taxes-october-surprise/

https://www.businessinsider.com/read-fusion-gps-glenn-simpson-interview-with-house-intelligence-committee-2018-1?IR=T

https://thehill.com/homenews/sunday-talk-shows/427137-corsi-says-information-about-him-in-mueller-indictment-against

https://www.theatlantic.com/politics/archive/2018/02/roger-stones-secret-messages-with-wikileaks/554432/

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