Immigrati: lo sguardo e la decenza

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La testa voltata a 180° all’indietro, gli occhi che mi fissavano; il bacino sporto in avanti, e l’urina che chiazzava il muro di cinta. A pochi metri, i bambini giocavano a rincorrersi per il vialetto; le mamme e le nonne continuavano a chiacchierare, lanciando occhiate verso la mezza dozzina di giovani adulti che, a turno, si davano il cambio in quell’angolo di parchetto usato come gabinetto.

Spingevo sull’altalena la mia nipotina, con quel suo sorriso invincibile; e intanto mi domandavo perché quell’uomo sentisse il bisogno di fissare me; torcendosi il collo in quella maniera. Il mio non era necessariamente uno sguardo di rimprovero: ma la presa d’atto che a lui andava bene scaricarsi in quel modo indecente.

Parlandone con un’amica qualche giorno dopo, costretti a osservare un simile spettacolino, ce lo siamo chiesti: ma perché non vanno nei bagni della stazione, che stanno a 100 metri?

“Mio suocero un giorno non ci ha visto più; gli ha urlato dietro: non potete fare questo schifo in mezzo a donne e bambini”.

Forse quegli occhi insistiti su di me tenevano sospesa questa domanda: davvero posso scaricarmi qui e non mi dici niente?

Nel rione la questione “parchetto” era nota; quello spazio di 300 metri quadrati era diventato il parcheggio di 20-30 immigrati, in media. Iniziavano ad arrivare di mattina, e occupavano le panchine, rimanendo lì per ore ad ascoltare musica, bere, e fumare. A volte, mischiati in quel gruppo, si sospettava ci fossero spacciatori, con i ragazzini che passavano per recuperare qualche spinello.

In seguito il sindaco della città, un leghista, ha garantito una ronda frequente da parte delle forze dell’ordine. Capitava di vedere una pattuglia alle entrate, per il controllo dei documenti. L’assembramento quotidiano si è diradato col tempo. La situazione pare normalizzata anche con la chiusura di un Cara, centro di accoglienza per richiedenti d’asilo, che in città operava da anni. Gli ospiti, circa 90 profughi, sono stati ricollocati quasi tutti a Bresso.

Rimangono ancora centri Sprar (Sistema per la protezione dei profughi e dei richiedenti d’asilo), abitazioni gestite da onlus che ospitano pochi profughi alla volta; per loro aumenta la qualità della vita rispetto ai Cara. In quei casermoni l’inserimento dei migranti è difficoltoso; come ha recentemente spiegato la giornalista Annalisa Camilli, spesso sono isolati, e gestiti male: si generano situazioni di illegalità. Non che gli Sprar siano solo oasi felici: ci passano anche personaggi come Innocent Oseghale, lo spacciatore accusato della morte della diciottenne Pamela Mastropietro.

Gli Sprar, però, saranno depotenziati con l’implementazione del nuovo Decreto Sicurezza sponsorizzato dal Ministro degli Interni e Vice-Premier Matteo Salvini; e vengono istituiti i Cas (Centri Accoglienza Straordinaria). I permessi di soggiorno per motivi umanitari verranno concessi con il contagocce. Saranno così rilanciati i Cpr (Centri Permanenza e Rimpatrio); sono gli eredi dei Cie (Centri Identificazione e Espulsione), in passato criticati per la funzione carceraria in assenza di reati penali.

Attualmente si stima che vi siano circa 180.000 persone inserite nell’intero sistema; il doppio rispetto al 2014, come riportato da Openopolis.

Molti dei circa 700.000 immigrati giunti dalla Libia negli ultimi cinque anni sono stati “assorbiti” dal nostro Paese. Oppure sono riusciti a varcare i confini, diretti nel nord Europa. Pochi, in percentuale, sono stati effettivamente rimpatriati; nel 2017, ad esempio, meno di 7000.

Nel Decreto Sicurezza verranno destinati più fondi proprio per il rimpatrio di chi non ha diritto di restare in Italia; ad esempio persone come Oseghale, oggetto di un decreto di espulsione quando occultò il cadavere di Pamela. O come Jerry Prince, studente nigeriano che lo scorso gennaio si è tolto la vita; un mese prima aveva ricevuto la notifica di espulsione.

Secondo i critici, molti immigrati perderanno la “protezione”, ma senza essere subito rimpatriati; rischiando di gravitare intorno alle sacche malavitose che tanto impauriscono i cittadini.

Al Governo Lega-M5S non basta più il contenimento e gestione dell’immigrazione illegale: l’obiettivo è sradicare il fenomeno su tutta la filiera, fino all’ormai vituperata “accoglienza”. L’approccio è riassumibile con lo slogan-simbolo del Ministro dell’Interno: “la pacchia è finita”. Ecco come Matteo Salvini definisce il viaggio di chi scappa dalla guerra, o è in cerca di una vita migliore, e che oggi riconosciamo come una “via crucis”: violenze, torture, stupri sono diffusi nei centri di detenzione in Libia, un Paese nel caos dal 2011, con il rovesciamento di Gheddafi. Lì, la criminalità ha messo in piedi un traffico di schiavi; e un sistema di estorsioni alle famiglie di quei migranti che non hanno i soldi per la traversata.

Forse è anche questo che vedo, negli occhi di quel giovane addossato al muretto: il tormento e la speranza vissuti in prima persona; vi scorgo le storie di orrori e richieste d’aiuto noti da oltre dieci anni.

So che non c’è giustificazione per un comportamento vandalico in un luogo per bambini e pensionati. So che la mancanza di rispetto di quel profugo attizza l’esasperazione del cittadino; e provoca un danno collaterale epidemico: lo sdoganamento del razzismo come stile di convivenza civile. E’ cronaca quotidiana la separazione fra un “noi” e un “loro”, con proposte discriminanti verso gli immigrati regolari, o i loro figli: vengono da figure istituzionali come sindaci, assessori, consiglieri; e sono giustificate da parte della cittadinanza. Soprattutto, hanno l’avvallo ideologico del salviniano “prima gli italiani”. Il leader leghista, del resto, aveva guadagnato le prime pagine già nel 2009, quando a Milano propose carrozze separate per gli stranieri: una politica di puro apartheid.

Il gesto di urinare davanti a tutti nel parchetto, moltiplicabile per decine di migliaia di volte al giorno su tutto il territorio italiano, espande l’intolleranza nei confronti degli immigrati. Unita ad altre mancanze, come salire sul treno senza biglietto, per non parlare dei casi di cronaca, quella pisciata provoca la giusta reazione del cittadino. Ed è una goccia in un vaso traboccante di risentimento, come nel caso di Luca Traini; il giovane leghista, per vendicare Pamela, a Macerata, ha indossato i panni del terrorista: si è messo a sparare su chiunque avesse la pelle scura.

La polemica al parchetto e la sparatoria alla cieca sono gli estremi di una tensione legata allo sbarco, negli ultimi cinque anni, di quei 700.000 immigrati; con la prospettiva che dalla Libia siano pronti a salparne altrettanti (fonte ONU). L’assorbimento, a ben vedere, ha raggiunto una soglia oltre la quale si riscontra un rifiuto metabolico; catalizzato dai partiti nazionalisti, che da anni cavalcano la questione “immigrati”.

Negli ultimi anni, in Italia e in Europa, i programmi xenofobi hanno cementato i movimenti di centro-destra con l’estrema destra; insieme conquistano fette sempre più ampie di elettorato. Richiamandosi poi al “sovranismo”, insidiano l’impalcatura stessa dell’Unione Europea, fondata sulla condivisione di un destino comune.

Gli ultimi sondaggi danno la Lega al 35% su scala nazionale. Fino a qualche anno fa puntava alla secessione dall’Italia; oggi avrebbe dietro la maggioranza relativa del Paese, con un crescente sostegno anche nel centro-sud. Sta inglobando gli elettori di Forza Italia; conta, poi, sull’appoggio di partiti post-fascisti come Fratelli d’Italia, e la simpatia dei neo-fascisti di Casa Pound e Forza Nuova.

Se oggi l’Unione Europea è scossa dalla Lega di Salvini, o il Front National di Marine Le Pen, è anche per la gestione miope del fenomeno migratorio, e l’inadeguatezza a gestire la crisi libica.

Il fallimento della distribuzione dei migranti soccorsi nel Mediterraneo, concepita nel 2015, ha prodotto gli effetti prevedibili da tempo. Nel gennaio del 2014 scrissi in un pezzo intitolato Immigrati, una misura di un Paese:

“Si è rifatta strada una visione “nazionalistica” dello spazio pubblico, che cancella di colpo l’essenza dei problemi della nostra vita civile, e contraddice lo spirito su cui è fondata l’Europa: i diritti umani e la solidarietà. […] Nemmeno con le recenti tragedie al largo di Lampedusa, quando in una settimana hanno perso la vita almeno 620 persone, i toni di rifiuto degli extracomunitari si sono smorzati. E’ l’immigrato in quanto tale, perfino il singolo, a destare preoccupazione: rappresenta un numero da addizionare a una cifra insostenibile, un altro fattore all’interno di un problema pressante.

L’immigrato rimane un numero anche quando è su una barca gestita da mafiosi, e rischia di sparire in mare. Che sia un uomo, o una donna, o un sedicenne come Nabil, è poco rilevante. E non è solo il cittadino comune, l’elettore che pretende sicurezza nelle strade, ad aver eretto una barriera emozionale ogni volta che si parla di extracomunitari. Anche lo Stato ai vertici più alti, complice l’impalpabilità della Ue, li ha trattati in modo disumanizzato, adeguandosi allo slogan peggiore: “stiamo combattendo una guerra di frontiera.”

A cinque anni di distanza, ci ritroviamo così il caso Diciotti, la fregata italiana a cui il Ministro Salvini, lo scorso agosto, impedì di sbarcare 177 migranti soccorsi nel Canale di Sicilia. Un gesto politico per denunciare come i passi intrapresi dall’Unione Europea siano ancora insufficienti. Il caso, però, ha avuto uno strascico pesante: uno scontro fra potere esecutivo e potere giudiziario, visto che i magistrati hanno chiesto al Parlamento l’autorizzazione a processare Salvini per sequestro di persona.

Si è gonfiata ancor di più la narrazione di un “noi” contro “loro”; che non è riferito, il “loro”, solo ai migranti, ma a chiunque esprima solidarietà a chi salpa dalla Libia; o semplicemente, faccia rispettare le leggi, come i magistrati. Sul banco degli imputati ci sono anche i leader che inaugurarono “Mare Nostrum”, la missione nata per evitare i naufragi come in quell’ottobre 2013.

Lo scorso gennaio Salvini ha testualmente detto: “chi aiuta i clandestini, odia gli italiani”. Si è passati da una guerra di frontiera, contro l’immigrato, a una guerra civile a bassa intensità.

Salvini, ma anche il partner di Governo M5S, criminalizza apertamente le Organizzazioni Non Governative che soccorrono i migranti in pericolo. Anche quelle che avevano firmato il Codice di Condotta di Marco Minniti, predecessore di Salvini agli Interni; un codice utile a diradare i sospetti che la barche ONG fungessero da pull-factor per i migranti.

Minniti, prima di Salvini, ha contribuito a rallentare il flusso migratorio, con accordi nei Paesi africani di transito, e con i referenti politici di Tripoli – purtroppo, spesso, ostaggio di milizie che gestiscono direttamente il traffico di esseri umani. In questo processo, in Libia, sono stati coinvolti l’OIM (Organizzazione Mondiale per le Migrazioni), varie ONG, e Stati sovrani: per accelerare i rimpatri, o i ricollocamenti, di chi è intrappolato nei centri di detenzione. L’esponente del Partito Democratico ha ricevuto critiche da ogni parte: da chi lo considera troppo duro, o troppo morbido, o in combutta con le milizie.

Oggi ci troviamo al suo posto un Ministro dell’Interno che nega le torture nei centri di detenzione libici; e dal palco del programma politico più seguito in Italia, afferma: i morti in mare nel 2018 (cioè anche da quando è lui al governo), sono stati appena 23, contro i 210 del 2017.

In realtà, secondo l’Alto Commissariato per i Rifugiati (UNHCR), nel biennio 2017-2018, i migranti annegati o dispersi nel Canale di Sicilia sono stati almeno 4150. Solo nel gennaio 2019, sono morti in 144.

Sbianchettando la morte di 3927 persone (80% sul totale), Salvini cerca di alleggerire la coscienza di chi crede nelle sue ricette. I barconi partono ugualmente verso l’Italia, anche senza le navi ONG a stazionare oltre le acque territoriali libiche, come suggeriscono gli studi di Matteo Villa dell’ISPI. E il Ministro ha praticamente svuotato la missione Sophia, essendo l’Italia al comando. Dopo la fine di “Mare Nostrum”, i Paesi dell’Unione Europea misero a disposizione numerose fregate per il contrasto al traffico di esseri umani; siccome i migranti soccorsi sono sbarcati sempre in Italia – per accordi precedenti e trattati internazionali – Salvini le spedisce in angoli remoti del Mediterraneo.

Questo non è nemmeno più il “cattivismo” del leghista Roberto Maroni, suo predecessore agli Interni nel Governo Berlusconi – il termine fu coniato illustrando la politica dei respingimenti verso la Libia. Quello di Salvini è “menefreghismo”, riferito a una delle più gravi crisi umanitarie degli ultimi decenni. Come chiamarla altrimenti, con oltre 14.000 morti negli ultimi cinque anni?

Come abbiamo gli occhi per vedere l’indecenza di un immigrato che piscia sul muro di un parchetto, li abbiamo per vedere l’orrore a cui i migranti sono sottoposti in Libia, in attesa di attraversare il Canale di Sicilia. Come abbiamo gli occhi per vedere il fallimento della gestione degli immigrati da parte dell’Unione Europea, li abbiamo per testimoniare la tragica sorte di chi viene caricato su gommoni e barchette, e spinto verso l’abisso. Come individui e cittadini, possiamo disinteressarci di quel che accade a sud di Lampedusa; ma evitiamo di parlare di decenza.

di Cristiano Arienti

In copertina: Un immigrato mostra un selfie che lo ritrae con Salvini – fonte TGcom24 – 2 ottobre 2018

 

 

 

 

 

Fonti e link utili

https://www.ohchr.org/Documents/Countries/LY/LibyaMigrationReport.pdf

https://www.umanistranieri.it/category/italiani-di-seconda-generazione-immigrati/

Che cosa sono i Cas, lo Sprar e gli Hotspot

https://missingmigrants.iom.int/region/mediterranean

Migranti SpA. Lega e 5 Stelle aprono le porte ai privati che l’Austria caccia via

https://milano.corriere.it/notizie/cronaca/14_ottobre_18/lega-piazza-stop-invasione-contro-corteo-sinistra-674a204a-56c5-11e4-ad9c-57a7e1c5a779.shtml?refresh_ce-cp

 

 

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