“Padri Fondatori” (racconto di Science Fiction)

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In quella tromba di luce che univa cielo e terra, con un braccio slanciato verso l’alto, sembrava fosse un androide sul punto di ascendere. Era uno dei monumenti da catalogare? Non risultava nel programma, Alariko ne era sicuro; al massimo, però, poteva essere segnalata come opera di interesse.

La spedizione incaricata di perlustrare Milano si era imbattuta per caso nella statua. Si ergeva in una piazzola, all’interno di quello che doveva essere stato un parco, nell’antica capitale della Padania. Il calloso sole vi posava i raggi, sipari gialli venati di lilla. Il suolo intorno alla statua era ricoperto da un muschio verdastro; di una tonalità diversa rispetto alla folta edera che cannibalizzava gli edifici più bassi. Quel muschio, come un manto, aderiva alle sagome di spazzatura e detriti che, qua e là, spuntavano fuori. Ad Alariko, ripensando ai documentari sull’estinzione dei mammiferi, ricordava, chissà perché, uno di quei cimiteri di cetacei: ficcate nella sabbia le gabbie toraciche di balene, orche e delfini, spiaggiati a milioni lungo le coste; la risacca putrefatta del XXII secolo. Non era un pensiero così sbagliato, però; il terreno su cui posava gli scarponcini, quel misto di concreto e polvere, era parte della tomba che la Terra era diventata negli ultimi 300 anni; da quando, cioè, le navi spaziali di retroguardia erano salpate, chiudendo il ciclo finale della Grande Partenza.

Ai bordi del parco si alzava una cornice di edifici in dirocco, e guglie di grattacieli all’orizzonte: specchiere che riflettevano il sole, aumentando il senso dell’aria rovente. In un’estate boreale così vicina al tropico, sarebbero morti di caldo nel giro di poche ore; ma quella era la primavera, non c’era bisogno di sfruttare il sistema refrigerante delle tute: il sudore, e l’odore di fatica saturante i caschi, erano sopportabili; si conservava così più autonomia per restare all’aperto.

Si trovavano nell’area della città dall’architettura di inizio millennio. I soliti suoni, deboli e intermittenti, rompevano l’immobilismo del paesaggio verticale; era la gracchiante tecnologia dei secoli passati, tenuta in funzione dalle centraline solari. Del resto, il sole s’alzava come sempre ogni mattina; in un cielo profondo quanto quello di Marte, ma radioattivo: questo era lo stadio dell’atmosfera terrestre nell’anno 2584.

Il luccichio di quella calotta artistica aveva strappato l’attenzione ad Alariko, prima che agli altri.

Lo indicò allungando il braccio, elasticizzando la manica aderente. Tutti si bloccarono; anche la roboante fauna di androidi, incolonnati a poca distanza.

“Guardate!”, disse, la voce trasmessa nei timpani dei colleghi.

Si trattava di un corpo di biologi, fisici e geologi, con diverse specializzazioni, tutti usciti da poco dall’accademia; a guidarli, il Direttore della spedizione. A poca distanza, sul mastodontico veicolo di appoggio, c’era anche una pattuglia dell’esercito, al comando degli androidi militari.

Erano atterrati ormai da un paio di mesi, la nave spaziale piantata a nord-ovest della città, sullo stabile suolo prealpino. Quella zona era stata scelta anche per via di un enorme complesso solare; che fortunatamente gli ingegneri erano riusciti a riattivare: senza, difficilmente avrebbero potuto organizzare un campo-base per quasi duecento persone, più le centinaia di androidi.

Solo da pochi giorni, e dopo l’acclimatamento alla gravità terrestre, avevano dato il via alla missione vera e propria. Il compito di Alariko e colleghi era rilevare la biometria dell’ecosistema; ma lo scopo primario del viaggio era il recupero di materie e minerali utili per la colonia su Marte, possibilmente incontaminati: ce n’era una lista che non finiva più, e Alariko si chiedeva se sarebbero riusciti a stivarli tutti. Era vitale per costruire nuove navi in serie, e dotarle delle ultime tecnologie; in vista dei viaggi extra-solari più estesi.

In contemporanea alla loro, un altro migliaio di missioni erano disseminate per il pianeta; ma nessuno si azzardava a chiamarlo “ritorno”. La Terra sarebbe sempre rimasta la “Casa originaria”; ma ripopolarla non era nei piani: la conquista climatica di Marte stava procedendo con apprezzabili risultati; e l’esposizione alla radioattività, ancora troppo alta e diffusa, non andava prolungata.

Restava sempre fuori portata il principale dei problemi: la bonificazione delle zone di conflitto, e soprattutto delle centrali nucleari sparse per il globo; continuavano ad ammalarlo noccioli e scorie, irrecuperabili o fuori controllo. Troppe nazioni, colte dalla furia dei cambiamenti climatici, o impegnate in guerre di sterminio, erano state incapaci di gestire l’energia atomica.

Si reputava più probabile la colonizzazione di altri pianeta extra-solari, piuttosto che un “ritorno”.

Questo non significava recidere i legami con la “Casa originaria”. Gli studiosi di Storia erano riusciti a imporre una minima raccolta di opere d’arte, e catalogazione di monumenti dal valore artistico. E’ molto importante, insistevano, mantenere un senso di continuità culturale con il passato. Particolarmente utili si ritenevano le testimonianze a cavallo del millennio, quando ancora si potevano affrontare le crisi ambientali con un certo margine di ottimismo.

Capire al meglio come pensavano i nostri antenati può aiutarci a non ripetere gli stessi errori, aveva spiegato il Direttore della missione. Perché non agirono in tempo, prima di scivolare nel caos più totale?

Forse anche quell’uomo rappresentato dal metallo luccicante, ragionava Alariko, avrebbe potuto ispirare una qualche forma di riflessione per gli storici.

“Dovremmo catalogarla?”, domandò.

“Non è così diversa dalla statua che abbiamo visto l’altro giorno”, disse qualcuno; “Solo, quell’altra è molto più grande, e semi-corrosa.”

“Però non sembra lo stesso personaggio, e deve essere certamente la statua di un uomo illustre.”

Era alta quattro metri, al centro di un’intelaiatura a parallelepipedo; poggiava su un piedistallo, con incastonati, nella parte superiore, una serie di mini-cilindri numerati e colorati; e questo confondeva: non si capiva se il piedistallo facesse parte della scultura stessa. Avevano usato, per la statua, una lega molto resistente: scintillava fiammante, nonostante i secoli e le radiazioni. La figura si ergeva calva, a mento alto e impettita, con un pugno ficcato nel fianco sinistro, e il braccio destro che sventolava un saluto teso a metà tra il benevolo e il minaccioso. La faccia era aperta in un mascellare sorriso, così smaccato da arrotondare i pomi delle guance, e rimpicciolire il taglio degli occhi. Da una slabbratura in mezzo al busto metallico, spuntava una nidiata di coleotteri a cui, ormai, la spedizione si era abituata; gli insetti l’avevano scelta come tana: questo spiegava perché la statua era stata risparmiata dal muschio, e dalla folta edera.

I coleotteri, grosse noci dal guscio iridescente, spadroneggiavano all’apice della catena alimentare: li trovavi ovunque, ma si tenevano a distanza, intimoriti dalla stazza dei visitatori.

Alariko scannerizzò l’oggetto, sperando che il sistema riconoscesse l’uomo a cui la statua era dedicata. La ricerca diede esito positivo. Puntò i polpastrelli della mano sinistra davanti a sé, e proiettò le informazioni. Erano abbastanza familiari, per Alariko, le vicende della Padania; i suoi avi vivevano qui prima della Grande Partenza: perciò si era offerto di lavorare in questa regione.

Era convinto che l’uomo illustre fosse qualcuno vissuto nel XXI secolo. All’alba del nuovo millennio, infatti, erano stati abbattuti quasi tutti i monumenti del 1800 e del 1900, quelli eretti durante il regime italiano. Ad ascoltare la storiografia nazionalista, l’Italia era stata una brutale parentesi fra la Signoria di Milano e la Padania.

La statua, spiegava una fonte del Centro Culturale di Milano, era un omaggio dei cittadini alla memoria di uno dei fondatori della nazione.

“La Padania è il Paese che amo: qui ho le mie radici, le mie speranze, i miei orizzonti”, recitava la voce enciclopedica.

Zoomò la vista e inquadrò meglio la statua. Il fantasma di una scritta rivestiva la faccia superiore del piedistallo. Incrostazione della vernice che macchiava parecchie delle pareti diroccate di Milano. Ora non si leggevano in modo decifrabile, come segni di un passato difficile da comprendere; nelle immagini d’epoca, però, erano chiare: gli autori delle scritte sulle pareti di Milano, come di altre città, erano cittadini di trecento anni prima. Persone che, si contavano a milioni, erano rimaste escluse dalla Grande Partenza.

Sopravvissuti a guerre, cataclismi e radiazioni, o sospesi nel pieno della riprogrammazione cellulare, erano stati abbandonati su questa roccia sempre più azzurra, destinata a orbitare avvelenata ancora per millenni. Nei documenti visivi d’epoca, alcuni si aggiravano macilenti, armati, muniti di compressori e pistole spara-vernice: manifestavano anche così rabbia e impotenza. In realtà questa forma di protesta era partita ben prima che solcassero nei cieli le navi spaziali di retroguardia.

Ancora oggi circolano voci di guerriglie fuori dalle basi di lancio: assodato che non c’era più speranza di imbarcarsi, gruppi di esclusi presero a sabotare il ciclo finale della Grande Partenza.

Ma che voleva ottenere con le scritte quella gente? Impietosire la retroguardia, attestata nelle stazioni orbitanti? E convincerla a organizzare un ponte inter-planetario per trasferire tutti su Marte? Se non erano bastati gli appelli in rete, le implorazioni, come potevano avere successo quei graffiti elementari? Il loro destino, sulla Terra, era di cavarsela come girini nel fango. Il sapere biomedico, senza gli adeguati laboratori e materiali tecnologici, piuttosto che curare, generava sofferenze. I cantieri all’avanguardia, deserti dei migliori ingegneri aerospaziali, rimbombavano di tentativi maldestri e rimpianti.

Dall’inizio di questo XXVI secolo non si avevano più notizie di sopravvissuti riuniti in comunità; lo sbandamento delle ultime civiltà si era compiuto con l’estremizzarsi dei cambiamenti climatici. Il loro agonizzare, generazione dopo generazione, era stato insopportabile, certo. Su Marte, però, i problemi da affrontare erano ben altri. Il dibattito su come recuperare i terrestri non era mai stato davvero in agenda. L’ostacolo, quello supremo, metteva quasi tutti d’accordo: non c’era altro spazio sulla colonia; per ogni chilometro d’aria respirabile e vivibile conquistato, gli esclusi da ricollocare sarebbero stati in troppi, sempre.

Il grande sogno, poi, era l’esplorazione di nuovi mondi, in altri sistemi solari: questa era la vera stella polare nei consessi marziani. La Terra, ormai, era più un incubo; al limite, la miniera di materie prime per alimentarlo, il grande sogno.

Finora, nessuna missione aveva avuto un contatto diretto con i terrestri; solo avvistamenti di vedette solitarie; e rilevazioni termiche di gruppi brancolanti nel sottosuolo. I discendenti degli esclusi si tenevano alla larga dai marziani; proprio come i coleotteri, che zampettavano via se incrociavano i visitatori. Gli analisti sulla colonia assicuravano: ormai non sarebbero in grado di attaccare in modo effettivo le spedizioni; non hanno più le conoscenze per manovrare i residui arsenali bellici.

Laddove i terrestri erano riusciti a diventare rane, la resa era comunque nel loro destino.

In ogni caso, sul veicolo d’appoggio, la pattuglia dell’esercito teneva sotto controllo il teatro d’ingaggio, con la fauna di androidi militari pronti al fuoco.

“Si chiama Silvio Berlusconi”, disse Alariko.

“E chi era?”, domandò il Direttore della spedizione.

“Secondo le note biografiche, raccolte negli archivi del Centro Culturale di Milano, fu uno dei fondatori della Patria. Questa voce enciclopedica, ad esempio, risale al 2055.”

Gli altri osservavano la statua, e ascoltavano il collega.

“Silvio Berlusconi”, intonò Alariko, “nacque a Milano nel 1936. Self-made man, magnate e mecenate.”

E proseguì, raccontando dei successi in molti settori dell’imprenditoria, e la sua nomina a Cavaliere per i meriti verso la società. Aveva messo le sue capacità al servizio dei cittadini, scendendo in politica di fronte al rischio che il Paese finisse nella mani dei comunisti. Presidente del Consiglio nel 1994, nel 2001 e nel 2008, sempre sostenuto dalla Lega Nord per la Repubblica Padana Indipendente. Fu il primo, al di fuori dei leghisti, a credere nel progetto di superamento dello Stato Italiano. Resistì a vari tentativi di golpe da parte di terroristi e magistrati eversivi, che si opponevano al risorgere del Sole delle Alpi. Le istituzioni italiane, infatti, volevano mantenere intatta una società corrotta, mafiosa e parassita. Berlusconi combatté contro tutto questo. Grazie alla sua lungimiranza, il partito di cui era a capo, Forza Milano, favorì la transizione alla Federazione di Repubbliche Italiane, e l’uscita dall’Unione Europea, un’entità sovranazionale dittatoriale e oppressiva. Il Cavaliere morì prima di vedere realizzato il suo sogno di una Padania libera e indipendente.”

“Quanto c’è di vero? E’ una manipolazione?”, chiese il Direttore della spedizione.

“Non lo so”, rispose Alariko. “Mentivano sul Cambiamento Climatico antropico e sul pericolo nucleare; mentivano sull’estinzione delle specie e sulla gestione della sovrappopolazione. Mentivano su tutto. Ora controllo voci biografiche alternative.”

Gli altri scuotevano la testa, bardata nel casco, mentre accedevano ai dati di alcune fonti non padane; notevole risultava la quantità di omissioni e bugie accumulate. Non era esatto, però, prendere quella reazione come stupore; più che altro, sembrava una riprova: di come, in quei secoli chiave per l’umanità, la falsificazione consolidava al potere uomini ciechi e meschini. E chi controlla il passato, citava un vecchio adagio, controlla il futuro. Così segnando, in modo irreparabile, il destino del pianeta.

“Almeno si evitarono una guerra civile”, disse il Direttore, alzando le spalle. “Come si posizionò la Padania nel confronto sino-americano?”

“In Padania il Governo era isolazionista: ufficialmente non si schierò né con la Cina né con gli Stati Uniti. Per parecchi decenni, però, giocò di sponda con chi minava l’Unione Europea.”

“Cina, Stati Uniti, Unione Europea…”, sibilava il Direttore. “Come è possibile che i leader del mondo, nel XXI secolo, rimanessero inerti di fronte a tutti gli allarmi?”

Il Direttore pronunciava quelle parole più a se stesso, piuttosto che per lanciarsi in un comizio davanti ai componenti della spedizione. Criticare quei leader del passato era lecito: la “pax sino-americana” era crollata proprio a causa dell’immobilismo di fronte alla crisi energetico-ambientale; i conflitti e le sobillazioni sociali ne furono una conseguenza. Fu grazie a un nuovo ordine mondiale, modellatosi per l’operatività di agenzie pubbliche autonome, e l’intraprendenza di società private, che prese forma il progetto della Grande Partenza. Un ordine mondiale trasferitosi su Marte, e di cui tutti i componenti della spedizione erano cittadini.

Il Direttore distese un braccio, e lo allargò per mostrare agli altri, come se ce ne fosse bisogno, lo spreco di un intero pianeta: “Fingevano che fosse tutto sotto controllo. Perché lo hanno permesso?”

Alariko si guardava intorno, e in alto, girando su se stesso. Finì col fissare i cigli dei grattacieli, e lo spicchio di azzurro sferico venato di lilla. Era deprimente la desolazione di quell’area urbana; un tempo doveva essere stato epicentro di frenesia, di incontri, di vita. Anche lui se lo chiedeva: come avevano potuto disprezzare così la loro “Casa”?

La Terra, ora che la stava esplorando, si era rivelata un luogo di bellezza sconvolgente, ma dolorosa; perché era ammalata oltre ogni prospettiva di recupero.

Da giorni, ritornando al campo base, Alariko osservava con incanto il paesaggio, e la vegetazione superstite: la tossica gemma sul ramo sospeso, il riflesso del sole ribollire negli acquitrini, l’erba ondeggiata dal vento contaminante.

Prima di coricarsi, dall’oblò della sua stanza, ammirava il pallore dorato della luna emergere come un altorilievo. Quando l’oscurità scendeva, nelle notti serene, lui s’affacciava al cosmo: nella geometria stellare, cercava il lume rosso; e si rincuorava, perché lassù, a Galeopolis, si trovavano gli amici e la famiglia. Osservare la sua casa dalla Terra, però, acuiva la tristezza: nonostante gli sforzi, Marte non dava acqua sufficiente, e rimaneva per larga parte inospitale. Gli si stringeva lo stomaco, in commozione; e un miraggio si insinuava nella mente: vivere tutti insieme sulla “Casa originale”, ma quella sana, del XX secolo. Una impossibilità.

Si perdeva nel futuro lontano il giorno in cui l’uomo avrebbe messo piede su un eden simile, ma abitabile. Lui, Alariko, avrebbe finito i suoi giorni, ne era sicuro, a fissare il sintetico soffitto di una nave; nel migliore degli scenari, accudito da una compagna, e un figlio. Non credeva alle promesse del Governo: lui non avrebbe mai fatto in tempo a raggiungere una Nuova Terra. Il suo corpo senz’anima, eiettato nello spazio profondo, sarebbe sfilato come una stella cadente in mondi sconosciuti.

Le parole del Direttore avevano riempito di amarezza i componenti della spedizione. Il silenzio, fra loro, si fuse con quello circostante; rotto, a intermittenza, dai soliti, deboli suoni. Ognuno comparava mentalmente la tormentata vita su Marte con l’esistenza paradisiaca dei loro antenati.

Fu Alariko a riscuotersi, mentre gli ologrammi di informazione scorrevano davanti ai suoi occhi.

“Salparono poche astronavi dalla Padania”, puntualizzò; “Non si salvarono in molti, rispetto ad altri Paesi. La semi-autarchia, già nell’arco di una cinquantina d’anni, aveva impoverito parecchio quella società. I padani, tagliati fuori dai grandi progetti globali, avevano pochi mezzi per finanziare la ricerca e l’industria aerospaziale. La flotta approntata per la Grande Partenza contava appena qualche migliaio di navi; parecchie si lanciarono nello spazio fuori tempo massimo: non giunsero mai su Marte, respinte dalla retroguardia nelle stazioni orbitali. E a milioni rimasero bloccati qui, rintanati in rifugi claustrofobici; o nomadi, contaminati, rincorrendosi l’uno dietro all’altro, nel delirio che ne seguì.”

Lo sguardo di Alariko si rivolse alla statua, immortalata raggiante dallo scultore: quel saluto della mano destra a chi era rivolto? Agli italiani traditi? Ai padani che lo disprezzavano? O alle generazioni future, in fuga su Marte? Sulla calotta artistica s’era sistemato uno dei coleotteri: osservava il suo regno di muschio ed edera, e si godeva il calloso sole, in sipari di luce venata di lilla.

Zoomò sulla macchia che lordava la base del piedistallo. Notò un’incisione, sotto le date di nascita e morte di Silvio Berlusconi; essa recitava:

“Noi dobbiamo essere consapevoli della superiorità della nostra civiltà”.

A quelle parole, tutti rimirarono, ancora per qualche secondo, la statua di quell’uomo illustre.

“Volete osservarla da vicino?”, chiese il Direttore.

Tutti, in coro, risposero di no.

“In fondo, l’altro giorno abbiamo catalogato la statua colossale di quell’Umberto Bossi.”

Era alta una ventina di metri, piantata nell’antica piazza Castello di Milano; o quel che ne rimaneva. Rappresentava il padre fondatore della Padania, ed era uno dei monumenti inseriti nel programma elaborato dagli storici.

“Direi che possiamo andarcene da qui. Abbiamo ancora molte rilevazioni da fare.”

I componenti della spedizione ripresero il cammino, scricchiolando gli scarponcini su quel misto di concreto e polvere. Subito dietro, a passo lento, seguivano il mastodontico veicolo d’appoggio, e la corte di androidi.

Svoltarono in un viale, chiuso da alti palazzi in rovina; si trovarono di fronte a un’enorme ologramma lampeggiante; da una parete adiacente, saliva il brusio di un cortocircuito. Alla schermata trasparente, si alternava una scritta fosforescente; diceva, tradotta dal padano:

“Nello spazio continuerete l’evoluzione di una specie di bastardi.”

 

Fine.

di Cristiano Arienti

Racconto scritto originariamente nel febbraio 2011; rivisto e ampliato nel gennaio 2019.

In Copertina: La Stazione Centrale in una Milano post-apocalittica – Image Credit Tom Porta

 

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