L’invasione russa dell’Ucraina e la nostra coscienza davanti alla Storia

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La mattina del 24 febbraio la ruota della Storia ci è apparsa immane, oscura come il monolite di 2001: Odissea nello Spazio; l’invasione della Russia in Ucraina sembrava follia, invece il criminale attacco dell’esercito di Putin ha riportato la guerra in Europa. Ventitré anni dopo i missili Nato contro la Jugoslavia; ottanta dalla 2° Guerra Mondiale, dove il bene ha trionfato sul male sganciando atomiche sui civili, adagiando l’umanità nel pozzo del suo percorso evolutivo, scavatolo con i Campi di Sterminio. Alla risalita, gli europei trovarono un continente in macerie; diviso in Est e Ovest, frontiere di una guerra “fredda”, scottante per le testate nucleari: un conflitto in cui affondano le radici della crisi odierna.

Negli anni ’90 alla dissoluzione dell’Unione Sovietica seguì la “shock-therapy” neoliberista, che spogliò risorse russe impoverendo i cittadini. Il fallimento economico durante la Presidenza Eltsin generò un senso di rivalsa a Mosca. Sotto Vladimir Putin, la Russia è tornata a uno Stato centralizzato e autoritario, sostenuto dall’esportazione di materie prime. Come il gas, su cui l’Europa puntava per accelerare la transizione energetica: contratti decennali firmati da compartecipate come Eni. Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in visita a Mosca nel 2017, definiva la Russia un “partner strategico“; perché Medio-Oriente e Nord-Africa, fornitori di carbon-fossili, erano dilaniati da guerre e terrorismo islamico.

Mattarella e Putin nel 2017

All’epoca Putin si era già lordato di ogni sorta di crimine: avvolto dal sospetto che dietro gli attacchi terroristici di Mosca del 1999, grilletto della 2° Guerra in Cecenia, ci fosse il suo zampino: la “sicurezza” lo catapultò alla Presidenza, presa come autorizzazione a radere Grozny. Chi cercò di denunciare i crimini russi, legandoli al consolidamento di un’autocrazia, finì male: Anna Politkoskaya fu assassinata nel 2006, una dei numerosi giornalisti ammazzati in questi 22 anni di Putin; un’informazione libera ridotta a coraggiose voci, in uno Stato di diritto strangolato nella velleità di democrazia. Nel 2015 il leader dell’opposizione Boris Nemtsov fu assassinato a due passi dal Cremlino.

Si era già consumata anche la staffetta tra Dimitri Medvedev e Putin, tornato Presidente dopo quattro anni da Primo Ministro; era il 2012, l’anno della repressione violenta di una piazza insorta contro autoritarismo e corruzione.

Ancor prima, nel 2008, la Russia aveva invaso la Georgia, occupando le regioni separatiste di Ossezia del Sud e Abkhazia: operazione scattata per lo scoppio di incidenti dopo uno stallo di anni, ma scatenata dalla volontà del Presidente georgiano Mikheil Saakashvili di aderire alla Nato.

Era stato il Presidente Usa George W. Bush, nel 2007, ad annunciare una futura entrata di Tbilisi nell’Alleanza Atlantica; promessa anche a Kiev, all’epoca governata da Viktor Yushenko, leader della Rivoluzione Arancione 2004-2005, quando non riconobbe la dubbia vittoria elettorale del filo-russo Viktor Yanukovitch.

L’invasione in Georgia fu la risposta al “Pnac”, Progetto per un Nuovo Secolo Americano, il manifesto compilato nel 1997 da Robert Kagan e Bill Kristol: ideologia che spingerà l’Amministrazione Bush-Cheney, dopo l’11 Settembre, ad allungare il militarismo Usa su un mondo unipolare. Infatti l’allargamento della Nato era sconfinato negli ex Paesi del Patto di Varsavia e i Baltici – la loro polizza contro ingerenze di Mosca.

Se per Bush Georgia e Ucraina rappresentavano mete di una proiezione di potenza sull’Europa orientale, a Mosca le percepivano come spazi vitali: per la presenza di milioni di russofoni, e avamposti sul Mar Nero. I carrarmati giunti fino a Tbilisi lo provavano: per Putin l’allargamento era una minaccia. Analisi assodata in un cablo del 2008 dell’Ambasciatore Usa a Mosca William Burns, reso pubblico da Wikileaks: “la prospettiva di un’entrata dell’Ucraina nell’Alleanza Atlantica provocherà una guerra, spaccando in due il Paese” – Burns è l’attuale Direttore della Cia.

Qualcosa di simile è accaduto nel febbraio 2014, quando Yanukovitch, Presidente dal 2010 in elezioni giudicate dall’Osce regolari – venne rovesciato da una protesta di piazza: la cosiddetta “Euromaidan”, scoppiata dopo la mancata ratifica di accordi commerciali tra Ucraina e Ue, avversati da Mosca. Sebbene le violenze, sostenute dall’opposizione, l’avessero messo in difficoltà, Yanukovitch fuggì dall’Ucraina dopo che cecchini assassinarono un centinaio fra manifestanti e poliziotti. Un eccidio di cui ancora oggi non si conoscono mandanti né colpevoli, ma che consegnò agli ucraini una 2° Rivoluzione, soprattutto ai nazionalisti anti-russi: le proteste erano diventate sommosse con la calata dei paramilitari neonazisti di Praviy Sektor; protagonisti di un altro massacro: l’incendio alla Casa del Commercio di Odessa, dove perirono decine di sindacalisti che valutavano Euromaidan un colpo di Stato.

Il nuovo Primo Ministro venne selezionato da un membro dell’Amministrazione Obama-Biden: la Vice-Segretario di Stato Victoria Nuland, già Ambasciatrice alle Nazioni Unite sotto George W. Bush, e moglie di quel Kagan ideologo del Pnac. Della Nuland è celebre il “fuck the EU – fanculo l’Ue”, in una telefonata con l’Ambasciatore a Kiev: cancellava qualsiasi assertività di Germania e Francia nel post-Yanukovitch; installò come premier Arseny Yatseniuk, alla guida del Paese fino alle elezioni. Il vincitore fu l’oligarca nazionalista Viktor Poroshenko, ma senza i voti delle regioni russofone di Crimea e Donbass: la prima occupata dalle truppe di Mosca dalla fine di febbraio; la seconda, ribellatasi con l’aiuto dell’intelligence militare russa.

Alla Crimea venne tagliato l’accesso all’acqua del fiume Dnepr; mentre in Donbass l’esercito di Poroshenko prese a bombardare i separatisti, in un’offensiva che, in due anni di conflitto, ha provocato 300.000 profughi e 13.000 morti; fra cui le vittime del MH17, aereo della Malaysia Airlines partito da Amsterdam il 17 luglio 2014 e abbattuto nei cieli ucraini di Snizhne; dove pochi giorni prima l’aviazione di Kiev aveva ucciso una dozzina di civili – i bombardamenti di Poroshenko sui propri concittadini sono documentati da Human Rights Watch.

Nel 2017, Mattarella sorrideva a chi aveva sulla coscienza quei 298 innocenti; era già nota la ricostruzione per cui fu una batteria missilistica dell’esercito russo, sconfinata in Ucraina, a colpire l’MH17; in uno spazio aereo tenuto aperto da Kiev nonostante velivoli militari fossero già stati abbattuti.

Accanto alla mostrificazione di Putin, presero vigore i tentativi europei di sedare il conflitto: la Germania di Angela Merkel e la Francia di Francois Hollande mediarono a Minsk una pace fra le regioni separatiste – leggasi Russia – e il Governo ucraino.

L’Accordo, definitivo nel 2015, non fu mai veramente rispettato, soprattutto dalle milizie neonaziste ucraine. Un conflitto a bassa intensità nella periferia dell’Europa, un fragile equilibrio tollerato a Bruxelles.

L’Accordo di Minsk non era però un buco nell’acqua; rimase la piattaforma negoziale con cui il neo-Presidente Volodymir Zelensky, nel 2019, rianimò il processo di pace: la promessa della fine della guerra aveva garantito all’ex commediante la vittoria elettorale, e la fiducia nelle regioni più filo-russe.

Per gli Stati Uniti “Minsk” non era mai stato accettabile, né desiderabile una pace. A partire dal 2014 era cominciato il flusso di aiuti finanziari e militari. Proprio nel 2017 il Dipartimento della Difesa Usa ha dotato Poroshenko di un arsenale, inviando una guarnigione per l’organizzazione e l’addestramento delle truppe ucraine. Alla Casa Bianca c’era Donald Trump, accusato di essere un pupazzo di Putin; ma è con lui, nel giugno 2020, che l’Ucraina diventa partner Nato: innervando l’esercito di Kiev con le forze occidentali.

Il Presidente Zelensky era già stato costretto dai nazionalisti, e dai miliziani neonazisti, a rinunciare alle trattative con la Russia: una delle cause del suo tracollo nelle elezioni locali del 2020; finì con l’inserire nella costituzione il disegno di entrata nell’Alleanza Atlantica, senza la promessa consultazione referendaria. Nel 2021, decaduto l’Accordo di Minsk, Zelensky ha iniziato la repressione di “Per la Vita”, partito filo-russo con 43 seggi parlamentari e forte di due milioni di voti.

Con l’elezione di Joe Biden alla Casa, e il ritorno della Nuland al Dipartimento di Stato, il tema dell’ingresso dell’Ucraina nella Nato è diventato pressante ed equivoco: nonostante lo status irrisolto di Donbass e Crimea, Washington e Kiev hanno creato un senso di imminenza. Per Putin una sollecitazione ad appropriarsi del sud-est dell’Ucraina: che in un suo saggio del 2021 definisce “russo” per storia, etnia e destino; un imperialismo disinteressato al sentirsi ucraini di parte dei russofoni. Una visione opposta rispetto ai nazionalisti di Kiev: i quali hanno escluso come lingua ufficiale il russo; e hanno elevato a padri della Patria filo-nazisti che durante la WWII tentarono di separarsi dall’Unione Sovietica, macchiandosi di crimini contro l’umanità.

In un avvitamento sempre più accelerato della crisi, i Paesi Ue non sono riusciti a sviare il Presidente russo dai suoi piani bellicosi; anche perché mentre Italia, Germania e Francia ripetevano che non c’erano prospettive per l’Ucraina nella Nato, Kiev fino all’ultimo proclamava fondamentale entrarci per evitare un’invasione russa. Una bugia: tutti sapevano che il tentativo di adesione alla Nato potesse scatenare la guerra. Già nel 2019 Oleksy Arestovich, oggi consigliere di Zelensky, l’aveva prevista entro il 2022; “un prezzo che gli ucraini dovranno pagare: perché finalmente l’Occidente ci appoggerà contro Mosca.”

Dopo la difesa di Kiev, l’idea di una sconfitta della Russia anima il Governo ucraino: Zelensky, dopo aver chiesto inutilmente l’intervento della Nato, pretende armi d’attacco; sostenuto da un Occidente persuaso che Putin non debba ottenere nessuno dei risultati prefissati: la conquista del canale del Dnepr e l’occupazione della costa del Mar di Azov, collegando la Crimea al Donbass fino a Kharkiv, seconda città ucraina. Intanto il Paese è in macerie, con milioni di sfollati e migliaia di morti.

Le notizie dei massacri indiscriminati sui civili hanno ulteriormente compattato il fronte anti-russo: le sanzioni contro Mosca si fanno sempre più devastanti; si moltiplica l’invio di armi all’Ucraina, percorrendo la sottile linea tra la non-belligeranza e il coinvolgimento militare. Basti ricordare la questione dei MIG promessi a Kiev da Joseph Borrell, Alto Rappresentante agli Esteri UE; gli Stati Uniti ne hanno bloccato l’invio: sarebbe stato un passo fatale contro una potenza atomica. Che la proposta sia arrivata dall’Unione Europea, nel 2012 Nobel per la Pace, è una macchia indelebile. E una conferma che la deterrenza delle armi-termo-nucleari stia saltando: Putin fa leva su questa minaccia perché nessuno lo intralci; alcuni leader europei hanno risposto a tono: “Mosca ricordi che la Nato ha le atomiche”, ha affermato lo scorso febbraio il Ministro degli Esteri francese Jean-Yves Le Drian. Una escalation – e nessuno può escluderlo – che mette in pericolo l’Europa intera.

Se l’Ue, per voce di Borrell, punta alla sconfitta della Russia – allineandosi con la Nato – l’obiettivo di Washington è un cambio di regime a Mosca: “Putin non può rimanere al potere”, ha proclamato il Presidente Biden, definendolo un criminale di guerra. Detto da chi, da leader democratico, nel 2001 assicurò al repubblicano Bush i voti per l’AUMF, l’Aumento della Forza Militare esteso sul pianeta; e nel 2003, il sostegno per l’invasione dell’Iraq, una guerra d’aggressione basata su menzogne.

Può suonare vuoto analizzare i fatti di oggi rileggendo il recente passato: vale la pena documentare come gli Usa abbiano fomentato una guerra che l’Ue ha tentato di placare? Con le città occupate dai carrarmati e disseminate di cadaveri? Nel 2016 i falchi di Washington John McCain e Lindsey Graham, in visita a Kiev, arringavano le truppe ucraine, quando le capitali europee predicavano riconciliazione: ha senso parlarne mentre i missili piovono su ospedali e case?

La ruota della Storia, comparsa in Ucraina il 24 febbraio, era in moto da molti anni; sospinta da strategie celate alla gente comune, con piani spalmati in decadi. E’ nel 2035 che Arestovich vede un’Ucraina libera dal giogo russo – aveva immaginato questo prezzo per i suoi concittadini?

Tuttavia è una ruota con milioni di raggi, ciascuno la storia del singolo ucraino che sta soffrendo per la guerra. Da lontano, osserviamo l’orrore che li sta travolgendo. In coscienza sappiamo che dobbiamo aiutarli contro l’invasore: a partire dalle sanzioni, ospitando rifugiati, e finanziando uno Stato la cui economia è crollata; magari perseguendo la pace, col miraggio di silenziare le armi. I leader europei continuano a inviarle, le armi, sollevandosi dal ruolo di mediazione. Il negoziato è in Turchia, ma il divario fra le richieste di Putin e le concessioni di Zelensky è ormai enorme; ed entrambi vogliono raggiungere obiettivi sul campo per condizionare le trattative.

Si profila un conflitto a oltranza in Ucraina, con un fronte fratricida nelle regioni sud-orientali; un pantano per far implodere la Russia di Putin; e una lotta per i valori di libertà e democrazia, così definita dalla Presidente della Commissione Ue Ursula Von Der Leyen.

Alcuni fissano questa grande ruota della Storia angosciati di finire schiacciati, e diventare storie di morte e radiazioni; altri, sono lanciati nella sfida posta dal regime di Mosca.

Sollevando lo sguardo da questo conflitto, torna negli occhi la scena iniziale di 2001: Odissea nello Spazio: i nostri antenati che si colpiscono con le ossa; che poi è la profezia di Albert Einstein qualora l’escalation porti all’olocausto nucleare: “La 4° Guerra Mondiale si combatterà con i bastoni”.

Di Cristiano Arienti

In copertina: 2001: Odissea nello Spazio

Fonti e Link utili

https://www.military.com/daily-news/2017/12/29/mattis-russia-us-arming-ukraine-get-over-it.html

https://eu.usatoday.com/story/news/world/2014/07/15/ukraine-russia-airstrike/12695843/

https://www.bbc.com/news/av/world-europe-28308461

Un mese di guerra – articolo di Gianandrea Gaiani su AnalisiDifesa

https://thehill.com/opinion/national-security/599789-if-bidens-timidity-led-putin-to-invade-ukraine-what-about-his-next

https://www.theguardian.com/world/2008/apr/04/nato.russia

https://www.france24.com/en/live-news/20201025-ukraine-s-zelensky-suffers-setback-in-local-elections

https://www.independent.co.uk/news/world/europe/east-ukraine-zelensky-honeymoon-impeachment-trump-latest-a9176536.html

https://mate.substack.com/p/siding-with-ukraines-far-right-us?s=w

https://abcnews.go.com/International/wireStory/bomb-shelters-guerrilla-war-building-ukraines-resistance-82594858

Cronologia di Euromaidan

https://www.theguardian.com/world/2014/feb/18/ukraine-police-storm-kiev-protest-camp-live-updates (Reazioni politiche da EuroMaiden nelle giornate decisive della protesta)

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