Voglio vederti danzare

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E’ nella remota giungla del tempo che è nata la pulsazione della danza: con la cantilena paziente di una mamma, accovacciata sull’erba, il muoversi del viso una culla visiva per il bimbo; oppure al ritmico susseguirsi dei passi, lungo i cammini della raccolta, il battito sul terreno come metrica del suono. O saltellando, all’arrivo dei cacciatori con i brani sanguinolenti di bufalo: il pestare dei piedi e lo schioccare i palmi non avevano ancora l’intenzionalità di creare musica; e nemmeno ce l’avevano l’urlo a bocca spalancata, o il grido gutturale contro una laringe non ancora ben definita come la nostra. Ma quelle inconsapevoli manifestazioni canore e danzerine, veicolavano un messaggio ben preciso: sono felice, perchè si mangia!

Ed è già lì, nello sprigionamento di un sentimento, amore materno o pura allegria, che nasce la danza come linguaggio dell’interiore. E’ nell’affinamento di individuare un rumore e apprezzarne i suoi aspetti, che l’uomo scopre di avere anche questa capacità.

Gli studiosi datano a 40.000 anni fa circa, in piena esplosione culturale dell’umanità preistorica, la comparsa di un’esigenza musicale: all’inizio, per mimare l’universale melodia di cui erano circondati, i suoi ritmi, i suoi schemi, le sue tonalità; là, appostati sui cigli rocciosi, con il soffio del vento a vellicare i timpani, e il rombo del tuono a strigliare il corpo, e lo schermo della pioggia a dettare le ore; loro, immersi in un effluvio incessante di rumore, i lazzi della foresta, i fischi dei volatili, la fauna tremenda; quei primitivi non più sordi alla dolcezza liquida dell’acqua, e non meno allibiti al furore della cascata. Ancora privi di parole per comunicare, condividevano sensorialmente l’orchestrale proscenio davanti a loro; a pelle, o negli sguardi e gesti, s’accordavano sullo stupore, sulla paura, e sulla profondità dell’io e della vita, in un’epoca in cui stava nascendo il concetto di famiglia e il culto dei defunti.

La traduzione in sentimenti del mondo sonoro li aiutava a conoscere se stessi e soprattutto il loro rapporto con gli altri.

Per millenni hanno ascoltato la musicalità terrestre; per millenni le stringhe eliche di Dna degli “uomini sapiens sapiens” sono state pizzicate dalla rapsodia della natura. I moderni geni degli spartiti discendono anche da quella primordiale inclinazione acustica. Non a caso alcuni studiosi individuano l’attitudine alla musicalità come parte di un’evoluzione biologica, concepita addirittura nel grembo materno, i nascituri esposti per mesi ai rimbombi dell’esterno, come ai rumori metabolici della madre.

Per la danza sarà stato come per l’arte rupestre, attività nata dall’esigenza di dare un’immagine a un’esistenza sì primitiva, ma pur sempre vita vissuta; e d’impulso, quei noi bradi e pelosi, saranno stati spinti al moto, seguendo lo spartito del mondo, e non solo le proprie pulsioni sessuali – visto che la danza è da sempre usata per corteggiare, nel mondo animale. Loro stessi avranno capito di poterli riprodurre certi suoni che salgono dalla terra, piovono dal cielo, e soffiano tra le frasche: e picchia la pietra sul tondo sasso, e batti il legno sul tronco cavo, finché riprendi il ritmo dei passi o di una corsetta, e cominci a mandare la capa avanti e indietro.  Magari cacciando un urlo sorridente di pura gioia, anche se il brano di bufalo è già stato cotto, mangiato e digerito. Lo facevano e forse non se lo spiegavano, ma gli piaceva “suonare” all’ombra di un albero, per passare il tempo; e pian piano hanno imparato a condividere quei momenti di spasso anche con gli altri.

E di generazione in generazione, intuivano, capivano quanto quella cosa – che noi chiamiamo esperienza di socializzazione – rinsaldasse il senso del clan, e unisse i rapporti tra i componenti. Seduti in cerchio attorno al focolare, centro del loro mondo, con le ombre proiettate sulle pareti della caverna, battevano le mani, e rullavano i legni su tronchi cavi, e spifferavano chincaglie o femori forati, e schioccavano un sasso contro l’altro: con quel senso del ritmo quasi innato, raffinato durante ere di evoluzione. Le spalle, prese nella corrente acustica, cominciavano a oscillare lateralmente; e salivano mormorii, riecheggianti contro le volte rocciose, notte dopo notte, diventando rituali propiziatori per la salute dell’individuo come per il benessere collettivo.

E millenni dopo si comincerà a ballare con continuità attorno a quel fuoco – nelle pitture rupestri di Bhimbetka, in India, datate a 32.000 anni, già si intravedono scene di danza; muoversi al ritmo di suoni prodotti intenzionalmente diventa il ponte magico verso quelle forze nascoste che governano il giorno e la notte, il cielo e la terra, la vita e la morte. Musica e mistica hanno favorito lo sviluppo di una propensione filosofica e religiosa dell’uomo, e hanno fatto da colonna sonora e coreografia ai riti primitivi e alle preghiere dei nostri antenati preistorici, ovunque essi fossero. Infatti, come per l’arte rupestre, rudimentali strumenti musicali sono stati ritrovati in continenti ed epoche distanti tra loro. E non è un caso che i tamburi, gli archi e i pifferi siano stati inventati in modo indipendente. L’istinto di produrre e ascoltare musica accomuna i consessi umani lungo le ere, le geografie, e le culture.

E quando l’uomo è stato in grado di tramandare letteratura in forma orale, con il poema indiano Ramayana, la Bibbia, o i poemi omerici – che solo in seguito trovarono una forma scritta – il canto, la musica e la danza erano già saldo patrimonio individuale e culturale di quelle civiltà.

A corpo libero

Il diritto alla danza come attività individuale o di gruppo rappresenta un metro per misurare il grado di libertà e apertura mentale di ogni organizzazione civile. Il ballo si è sviluppato in molte aree umane: dai riti alle cerimonie alle attività ludiche; attraversando la storia, emerge come forma d’espressione, e celebrazione stessa dell’uomo come animale sociale – già nel 330 a.c. Aristotele nella sua opera “Politica”, definiva la danza sì un momento di svago, ma la inseriva fra le attività che costituiscono il tessuto della polis.

La proibizione di ballare, o il limitarne la pratica, significa negare un tratto naturale dell’essere umano, e reprimere quel desiderio di stare insieme, e festeggiare come gruppo. Di solito questo tipo di imposizione è parte di una concezione severa della danza, legata alla sessualizzazione dell’essere umano – da lì non si scappa. In alcune culture la danza è stata (o lo è tutt’ora) vietata perché svilirebbe la virilità del maschio, o perché macchierebbe la purezza della donna, o perché indurrebbe in tentazione; di converso, un maschio che balla sarebbe effemminato, mentre solo un certo tipo di femmina si lascerebbe andare al suono conturbante della musica. Questo tipo di concezione è del tutto legittima sul piano soggettivo: diventa totalitaria quando un’intera comunità (o popolazione) è costretta a restare immobile sulle note di una musica amabile. Per non parlare poi di quando nell’aria di un territorio non possono volare le note di nessuna musica che non sia salmodiante.

E’ vero che danzare ha una connotazione sensuale, e in generale aiuta ad avvicinare l’uomo e la donna in modo corretto, se non proprio innocente. Se oggi una discoteca di Ibiza può assomigliare a una bolgia, si tenga però presente che il contatto tra persone di sesso opposto durante le danze era consentito perfino nell’Inghilterra vittoriana, una società considerata repressa. Ma quando un’organizzazione civile ha paura del ballare perché è considerata un’attività impura, e la vieta per legge, giudica tutti gli uomini e le donne come dei potenziali animali, e nel senso spregiativo del termine, opposto a quello aristotelico: sottende alla loro incapacità di frenare istinti, desideri e pulsioni. Di sicuro una certa severità negli usi e nei costumi era saggia in epoche dove la legge era quella del più forte; ma quando un maschio e una femmina non possono ballare davanti agli altri per imposizione, allora vuol dire che sono oppressi da un’autorità che sta esercitando la sua di forza bruta. L’uomo non è più animale sociale, ma più che altro un essere carnale; la plateale negazione e repressione delle nostre qualità fisiche, in armonia con la nostra interiorità, è lo sbiadimento del nostro lato spirituale.

Senza una serata di danze l’Elisabeth di Orgoglio e Pregiudizio non avrebbe mai potuto insegnare a Darcy quanto ridicole fossero le sue pretese di superiorità solo perché apparteneva alla classe aristocratica; ancora oggi il capolavoro di Jane Austin ispira non solo le donne e il femminismo, ma chiunque pensi che la società non debba essere strutturata per censo. E il razzismo è stato minato nelle sale da ballo prima ancora di essere sconfitto nelle istituzioni, con gli anglosassoni che si dimenavano sulle note di Duke Ellington e la voce di Ella Fitzgerald. E nelle piste da ballo della House Music, negli anni ’80, etero e gay hanno cominciato a mischiarsi senza alcun tipo di problema: grazie a quella vicinanza, sotto un soffitto di note e luci psichedeliche, in tanti hanno sconfitto la propria inclinazione all’omofobia; e in quei carnevali di balli e ritmi hanno trovato uno slancio i movimenti per i diritti degli omosessuali che finalmente, dopo quarant’anni, stanno cominciando a essere riconosciuti in vari Paesi.

Oggi come decine di migliaia di anni fa, la musicalità ci aiuta a capire chi siamo noi, e la danza ci mette in contatto con gli altri, sviluppando una società più aperta, inclusiva, e solidale.

C’è una canzone dei Daft Punk, One more time, che recita: “Faremo festa, ancora una volta / la musica mi fa sentire così libero / festeggiamo e balliamo liberi”. Non ho dubbi che i primi a unirsi alle danze sarebbero i nostri antenati preistorici – magari cercando di spiegargli bene che alla fine non ci sarà nessun sacrificio umano.

Di Cristiano Arienti

In copertina: San Rock – Arte rupestre della civiltà San, nell’odierno Sudafrica, datata a qualche migliaio di anni fa.

 

 

 

 

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