Misure di contrasto al Covid19: la lacerazione di un Paese

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Durante la seconda ondata, lo scorso autunno, il Covid19 è entrato in casa del 48enne Luca, un mio parente dell’alto milanese: i segnali del contagio erano intuibili ancor prima dell’esito del tampone: un consulto preliminare infatti è arrivato da sua moglie cardiologa, che presta servizio in un ospedale di un capoluogo di provincia. Entrambi avevano contratto il virus, ma i sintomi per Luca sono andati via via peggiorando fino a quando non si è reso necessario il ricovero a causa della polmonite. Erano i giorni degli ospedali nel caos, con l’Italia in lockdown, le terapie intensive piene, e centinaia di morti quotidiani.

Dopo qualche giorno, Luca è stato dimesso dall’ospedale di zona: l’ossigeno nel sangue era tornato a livelli accettabili, e i sintomi della polmonite stabilizzati; ma una volta a casa, la moglie si è attaccata al telefono finché non ha trovato un posto libero nell’ospedale in cui lavora. Nel giro di un paio di giorni la situazione è precipitata: hanno sottoposto il 48enne al casco dell’ossigeno, tappa che precede l’intubazione. Si è fatto settimane di quella terapia; a Natale è riuscito a fare un giro di telefonate ai cari: un saluto veloce, con la voce flebile, e l’angoscia che il corpo cedesse nonostante la volontà di farcela a tutti i costi.

Fin dai primissimi sintomi di Covid19, Luca ha avuto accanto H24x7 una cardiologa, cioè una delle persone più preparate ad affrontare la situazione: consulti a tutte le ore sul decorso della malattia e accesso immediato a qualsiasi medicinale utile. Il Covid19, però, nella sua complessità ed elusività, era ed è una malattia senza una cura definitiva; solo tentativi di cure per smorzare l’aggressione del virus. La salvezza, per Luca, è arrivata grazie alla risposta del suo organismo, e alla prontezza di sua moglie cardiologa di capire che, pur dimesso, necessitava ancora della miglior assistenza ospedaliera.

Tuttavia da mesi si è fatta strada in una parte consistente del Paese che il Covid19 in realtà sia curabile; anzi, sarebbe il protocollo ministeriale a creare le condizioni per cui un paziente finisca ricoverato: la vigile attesa sotto controllo del medico di base è aspramente criticata da organizzazioni di medici che prestano cosiddetta assistenza domiciliare – in presenza o telematica; quel che fanno è diagnosticare il Covid19 pur in assenza di tampone, prescrivendo mix di medicinali che eviterebbero il peggiorare del quadro clinico. L’Associazione Terapie Domiciliari, ad esempio, pubblicizzata sul sito di Ippocrateorg.org, propone queste cure, personalizzate, che a oggi non sono state protocollate; ovvero non ne è stata certificata l’efficacia. Tanto che sul sito stesso viene specificato che nei casi di respirazione difficoltosa, è necessario attivarsi per il ricovero senza attendere diagnosi o prescrizione di terapia domiciliare. Sono proprio i casi per cui, al di là della presenza di assistenza medica domiciliare, il paziente entra in una nuova fase clinica.

E’ vero, durante la prima ondata la medicina brancolava nel buio, con persone decedute in casa senza nemmeno un tampone; durante la seconda ondata, l’aumento improvviso di casi ha fatto tracimare le corsie d’ospedale e le terapie intensive, con medici di base e USCA (Unità Speciali di Continuità Assistenziali) a far la spola fra centinaia di case dove i malati boccheggiavano in un percepito stato di abbandono.

Con l’aggravarsi del quadro clinico, il medico di base o le USCA richiedono il ricovero del paziente; come fanno i medici dell’Associazione terapie domiciliari, ne più e ne meno, come hanno ammesso in dichiarazioni pubbliche. A oggi non si ha una casistica credibile da questa Associazione sul reale numero di ospedalizzazioni – ed eventuali decessi: finora non ha offerto dati di osservazione scientifica o rapporti sull’efficacia delle terapie: chiedono in sostanza – oltre che donazioni – fiducia sulla parola per interventi che avranno dato benefici, ma che si pongono in parallelo alla medicina istituzionale: quella che in ultimo, basandosi su ricerche peer-reviewed, è e sarà sempre l’argine più solido contro la pandemia.

E dalla medicina istituzionale arrivano i vaccini, prodotti biologici mirati per immunizzare la popolazione dal rischio di contrarre la Sars-Cov-2; la sindrome acuta respiratoria che nel mondo, dal gennaio 2020, ha provocato almeno 4,3 milioni di vittime e il contagio di, ufficialmente, 205 milioni di persone. Il Covid19 ha una letalità al 2,4%, con code di danni permanenti e malessere multi-sistemico, che la distingue da qualsiasi altro virus.

Sin dalla sua comparsa, Governi e case farmaceutiche si sono messi al lavoro per sviluppare questi vaccini: uno sforzo che non è partito da zero, ma sulla scia di studi e ricerche già in fase avanzata. Grazie alla priorità su qualsiasi altro progetto, la finalizzazione è arrivata entro dicembre 2020: con vaccini autorizzati alla commercializzazione dalle massime istituzioni sanitarie, come l’EMA (Agenzie europea per il farmaco). Un’approvazione “condizionata” dal fatto che tutti i dati della quarta fase di sperimentazione – quella appunto dall’immissione sul mercato – saranno disponibili nel 2023. Tuttavia questi vaccini soddisfano gli standard di sicurezza, efficacia e qualità, avendo passato le tre precedenti fasi di sperimentazione.

Il messaggio, purtroppo, si è diluito nelle polemiche seguite a rari casi di reazioni avverse al vaccino: si è fatto strada il timore, veicolato anche da personalità come il Nobel per la Medicina Luc Montagnier, ma senza studi scientifici, che questi prodotti siano nocivi per la salute. Timore ultimamente unito all’evidenza che di fronte alla variante delta anche i vaccinati, seppur in percentuale ridotta, si possono contagiare e a loro volta trasmettere il virus: allontanando così il miraggio dell’immunità di gregge.

Due fattori che stanno radicalizzando una importante fetta di popolazione che rifiuta la vaccinazione – che è su base volontaria: attualmente sono circa 4,5 milioni gli italiani over 50 che non si sono ancora sottoposti a vaccinazione. I motivi si contano su uno spettro che va dall’attesa di veder emergere eventuali contro-indicazioni o cure protocollari efficaci, fino alle idee più estreme: come la convinzione che il vaccino uccida nel breve, nel medio e nel lungo termine. La radicalizzazione di queste posizioni avviene tramite una costante verifica dell’andamento della pandemia, su cui la comunicazione di divulgatori e politici a volte suona contraddittoria e approssimativa. Purtroppo la verifica si avvale anche di fonti che danno interpretazioni parziali dei dati; o che addirittura propongono vera e propria disinformazione.

Qualsiasi morte da malore, ad esempio, se temporalmente vicina alla somministrazione della dose, viene correlata immediatamente al vaccino; senza attendere autopsie o indagini della magistratura nel caso si affacciasse il minimo sospetto. Come se prima della compagna vaccinale non fossero mai esistiti decessi per malori improvvisi: ogni anno in Italia, statisticamente, muoiono centinaia di persone al giorno per problemi cardiocircolatori, e la casistica della “morte cardiaca improvvisa” purtroppo comprende anche gli atleti e i più giovani.

Ecco che si assiste via social a un tam-tam di notizie tendenziose se non proprio inventate: sono milioni, solo in Italia, le persone che le stanno diffondendo per delegittimare la campagna vaccinale. Questa lotta non si limita ai social, ma è straripata nelle piazze, con sacche più o meno politicizzate che spingono per la disobbedienza civile.

La battaglia più aspra è quella contro il Green Pass: un documento che attesta la vaccinazione pensato dal Governo Draghi, con l’appoggio di una vasta maggioranza parlamentare, per accedere a beni e servizi pubblici; l’obiettivo è impedire la circolazione del virus: è molto più alto il rischio che i non vaccinati diffondano il Covid19, o lo contraggano.

Il Green Pass è stato bollato, anche da alcuni intellettuali e docenti universitari di diritto, come uno strumento da regime dittatoriale, che discriminerebbe una fetta di popolazione su base sanitaria; soprattutto perché la vaccinazione non è obbligatoria.

Perché un cittadino che decide liberamente di non vaccinarsi dovrebbe subire discriminazioni sulla libertà di movimento? La possibilità di effettuare un tampone nella tempistica opportuna, per accedere a quei servizi e beni altrimenti negati, è giudicata una garanzia insufficiente per mantenere i diritti di tutti.

Magistratura Democratica, ad esempio, ne ha sottolineato le criticità, come l’induzione a vaccinarsi per non vedersi troncata la partecipazione alla vita civile e sociale. L’assenza di obbligatorietà di Stato attesterebbe poi la deresponsabilizzare del Governo rispetto ad eventuali reazioni avverse.

Il cittadino è lasciato di fronte a una scelta per cui egli resta l’unico vero responsabile della somministrazione di un vaccino che lo Stato sta rendendo “obbligatorio di fatto” con il Green Pass.

Una valutazione che parte dal presupposto che i vaccini siano un pericolo sociale quando invece la stragrande maggioranza dei medici e degli scienziati invita a farlo per non ammalarsi seriamente di Covid19; una malattia che fra le sue forme peggiori, il “long-covid”, è capace di stroncare, quella sì, la normale vita di una persona, e di colpire anche negli asintomatici o paucisintomatici.

Queste posizioni stridono con la valutazione di altri costituzionalisti – di sicuro quelli che hanno consigliato il Presidente del Consiglio Mario Draghi e perfino Sergio Mattarella: il Presidente della Repubblica ha definito la vaccinazione un “dovere civile”. Sono molti i giuristi, quindi, che si sono espressi favorevolmente alla “carta verde”, nel rispetto in particolare dell’articolo 32 sulla tutela della salute come diritto dell’individuo e – da sottolineare – interesse della collettività.

Nessuno viene realmente obbligato a farlo, il vaccino. Gli unici luoghi dove effettivamente la coercizione statale è conclamata, sono gli ospedali, la cui funzionalità deve essere garantita, e non ridotta la minimo, come durante le prime ondate di Covid19; e le scuole, con gli studenti fortemente penalizzati in questo anno e mezzo di pandemia.

La Campagna vaccinale non può essere l’unico strumento di contrasto al Covid19: implementazione della sanità ospedaliera e territoriale, tracciamento, quarantena, distanziamento, igienizzazione e uso della mascherina sono altrettanto importanti; ma è stata pensata per evitare – causa nuovi intasamenti degli ospedali, un vero danno per la collettività – eventuali confinamenti territoriali, e chiusure di esercizi pubblici e privati.

Se purtroppo la variante delta, la cui contagiosità è di gran lunga superiore ai primi ceppi di Covid19, ha abbassato le aspettative di successo ai fini dell’immunizzazione di gregge, soluzioni che escludano il vaccino paiono lontane all’orizzonte. L’eliminazione del virus, ad esempio, presupporrebbe una compartimentalizzazione dei cittadini: per raggiungere questo obiettivo, Nuova Zelanda e Australia adottano pesantissime forme di lockdown e restrizioni nei movimenti. Misure che vengono rigettate proprio da gran parte di quella cittadinanza che rifiuta anche il vaccino, e nei casi limite è addirittura contraria alla mascherina.

Non stupisce quindi la convergenza fra chi rifiuta il vaccino, e chi si oppone ai lockdown e all’istituzione del green-pass: il collante è l’idea che il Covid19 sia prima di tutto curabile come se fosse una semplice influenza.

Se a questa visione si aggiunge l’idea che il vaccino sia addirittura più nocivo della stessa malattia, si comprende perché una parte di concittadini gridi alla dittatura: di fronte a loro, dal 2020, si ergono governi nemici, responsabili del disastro sanitario e sociale. Moloch capaci di mobilitare una maggioranza verso quella campagna vaccinale da loro giudicata una follia di massa.

Ponendosi in questa ottica, si comprende l’abisso di disperazione in cui cascano queste persone: vedono i loro concittadini scegliere una direzione diametralmente opposta rispetto alla strada che vogliono percorrere loro. Una strada piena di ostacoli fisici e psicologici: chi rifiuta il vaccino, e di conseguenza il Green Pass, si sente ingiustamente stigmatizzato; e prova risentimento verso chi invece ha deciso di affidarsi al Governo.

Un Governo che agisce in uno stato emergenziale, e che rappresenta quasi tutto l’arco parlamentare. Una maggioranza di italiani – la platea di vaccinati over 12 raggiunge il 65% – che approva l’azione delle istituzioni sanitarie, e ascolta una classe medico-scientifica che non si stanca di evidenziare i benefici del vaccino contro i danni della malattia.

Una classe, quella medico-scientifica, che però non è un monolite, e al suo interno conta anche voci dissonanti; sono poche, e spesso strumentalizzate: funzionano come trampolini che permettono il diffondersi del terrore verso i vaccini. Il compianto Giuseppe De Donno, che avviò la cura al plasma iperimmune, è diventato un’icona per le persone che non si vogliono vaccinare; ma ignorano che il medico di Pavia era un promotore della campagna.

Può essere un caso, ma alcuni esponenti dell’Associazione terapie domiciliari Covid19 hanno apertamente criticato i vaccini.

Vi sono poi medici che via social si sono costruiti un corposo seguito attaccando il consenso scientifico sui vaccini; una di loro, una dottoressa anestesista, si è lanciata in un’analisi dei vaccini senza avere ben chiara la differenza tra virus e retro-virus, e il loro funzionamento nella cellula. Eppure è ascoltatissima da decine di migliaia di persone, che fanno a loro volta da cassa di risonanza per convincere amici e parenti – anche fra gli anziani, i più vulnerabili – a non vaccinarsi; o congelarli nelle loro esitazioni, con il rischio di contagiarsi e ammalarsi, o di contagiare e far ammalare.

Eppure, l‘Istituto Superiore della Sanità, ha già fornito alcune evidenze: e cioè che la stragrande maggioranza dei ricoverati in terapia intensiva, sono proprio i non vaccinati.

In un gioco di simmetrie, ecco quindi il profondo risentimento di chi vede una parte di popolazione rifiutare il vaccino per motivi irragionevoli da un punto di vista medico-scientifico; una parte che giudica chi si vaccina uno stolto pronto a ipotecare la salute, e rendersi complice dell’instaurazione di uno Stato totalitario.

Sulla strada indicata dalla medicina e dalla scienza, e garantita dalle istituzioni, chi si vaccina ha la percezione di trascinarsi dietro un peso insostenibile: quella parte di popolazione che sta facendo fallire la campagna vaccinale. Ed è frustrante, perché molti che si sono vaccinati hanno superato diffidenze in nome di un beneficio individuale e collettivo. La sopportazione di questo peso si somma alla durezza di vivere nel pieno di una pandemia da ormai un anno e mezzo.

Se serve un promemoria per capire le conseguenze della pandemia sul nostro Paese, basti ricordare che a marzo 2020 l’Italia era un Paese virtualmente fallito; e solo la ristrutturazione del patto su cui si basa l’Unione Europea, con la decisione di mettere in comune il debito, ci ha fatto risalire dal burrone in cui il Covid19 ci aveva gettato.

Per la maggior parte di chi si vaccina, il green pass non è semplicemente il lasciapassare privilegiato a beni e servizi pubblici: è l’accesso a una condizione di vita migliore dopo un anno e mezzo di sacrifici, angoscia e sofferenza. La negazione di questa possibilità, ai loro occhi, diventa la negazione al ritorno a una vita decente.

L’accettazione o meno del vaccino sta perciò scavando un solco, con due visioni opposte della realtà; e una simmetria di incomprensioni e accuse che sta lacerando il tessuto civile del Paese: riducibile nella dicotomia “vita normalizzata per i possessori di Green Pass vs Regime totalitario per chi non ce l’ha”.

In questo amaro panorama, resta rilevante capire chi ha ragione e chi no; se non altro perché le decisioni di oggi, individuali e collettive, determineranno il nostro domani, in senso letterale e in senso metaforico. Tuttavia non è nella logica “io ho ragione e l’altro torto” che si può trovare la soluzione, soprattutto se portata avanti con la derisione, l’insulto, l’emarginazione; il rischio non sarebbe solo di ordine sanitario, ma sociale e in ultimo politico e civile: si creerebbe una classe di cittadini oppressi, se non altro perché si percepiscono tali; o all’opposto, una maggioranza di cittadini si sentirebbe ostaggio di una minoranza sempre pronta a dire no, e con proposte assolutamente inadeguate a contrastare la pandemia. Come dovrebbe insegnare la vicenda di Luca, assistito da una cardiologa sin dal primo colpo di tosse ma ugualmente finito nell’anticamera della terapia intensiva. O la morte, affrontata senza il conforto ultimo dei propri cari, di 130.000 nostri connazionali. Il 2020 è stato l’anno in cui si sono registrati più decessi dal 1945, ovvero l’ultimo anno della II Guerra Mondiale, con un eccesso di oltre 100.000 morti rispetto al quinquennio precedente. Ancora oggi in Italia, con un numero di contagiati relativamente bassi – e quindi con un’assistenza medica meticolosa – si registrano quotidianamente una trentina di decessi per Covid19.

Purtroppo non è una malattia che si contrasta come una semplice influenza, se si vogliono evitare altre annate funeste come il 2020, o nuove restrizioni come quelle della prima parte del 2021. I due campi avversi devono trovare una conciliazione per superare questa emergenza: e la soluzione sta nel mezzo, possibilmente su quei ponti che ancora permettono, nonostante il solco di risentimento e incomprensione, una continuità del tessuto civile del Paese.

di Cristiano Arienti

In copertina: Hub vaccinale Malpensa Fiere, Busto Arsizio.

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2 Responses to “Misure di contrasto al Covid19: la lacerazione di un Paese”

  1. Alessandra August 28, 2021 at 9:29 am #

    Ciao cri grazie per questo pezzo giornalistico ricco di info come sempre
    Alessandra

    • Cristiano Arienti September 2, 2021 at 9:11 am #

      Grazie mille Alessandra, speriamo si riesca a superare alla meglio questo difficile passaggio tra nuove ondate, greenpass e timore di nuove varianti.

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