Bosnia Erzegovina è già Unione europea

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“La Bosnia è terra di pace, i Bosniaci sono uomini di pace. Questo antico detto trae ispirazione da secoli di storia durante i quali genti di origini e religioni diverse hanno convissuto nel rispetto reciproco”. Sono parole di Mirko Pejanovic, accademico e politico di Sarajevo, intervenuto alla conferenza “Il futuro della Bosnia nel futuro dell’Europa”, organizzata da Acli e Ipsia, e tenutasi il 9 febbraio a Milano. Eppure quando si parla di Bosnia Erzegovina, oggi divisa in Repubblica Srspka e Federazione croato-musulmana, è facile ripensare alla guerra interetnica combattuta tra il 1992 e il 1995, nel quadro della sanguinosa disgregazione della Jugoslavia. Quell’evento fratturò le vite di milioni di persone: in Bosnia, come negli altri Paesi dei Balcani occidentali, la gente sopra i 20 anni, fra sospiri e occhi bassi, ti parla di un “prima” e di un “dopo”. Al tempo stesso in quei 3 anni l’Europa comunitaria si scoprì inadeguata di fronte a una crisi all’interno dei confini continentali: proprio nel 1992 si diede il nome di Unione, ma non seppe porre fine a una mattanza scatenatasi fra europei, con oltre 100.000 vittime. A vent’anni esatti dallo scoppio di quel conflitto e dalla firma del trattato di Maastricht, sia la Bosnia che l’Unione Europea devono irrobustire i rispettivi progetti politici, perchè su di loro incombe lo spettro del fallimento, dell’implosione. Sarajevo deve superare la fragilità delle sue istituzioni, garantite dalla supervisione dell’Alto rappresentante della comunità internazionale, e difese dal contingente Nato. Per oltre un anno è mancato un governo centrale a Sarajevo, e solo di recente le forze politiche si sono accordate sul nome di un nuovo primo ministro. Bruxelles invece è alle prese con questa crisi finanziaria ed economica che mina le basi stesse dell’Unione, e che fa emergere pesanti dubbi sul nostro futuro: siamo davvero un’entità omogenea, pur con tutte le diversità dei vari Stati? In fondo è lo stesso dilemma che da anni dilania i partiti bosniaci, incartati con veti basati sull’appartenenza etnica

Il nazionalismo che armò i fanatici nella Bosnia di 20 anni fa era molto più radicale del nazionalismo che aleggia oggi nei Paesi dell’Ue: dai “veri finlandesi” agli euroscettici britannici, dagli antieuropeisti della Lega Nord a quei Tedeschi che guardano dall’alto verso il basso i partner europei, dimenticando tutti i benefici ricevuti dall’introduzione della moneta unica. Tuttavia si tratta pur sempre di nazionalismo: come ha sottolineato alla conferenza il generale Fabio Mini,  ex comandante della missione Nato in Kosovo, lo spirito di ogni popolo europeo è recintato in confini secolari che non sono scomparsi con l’apertura delle frontiere. Un Francese ragiona da Francese prima che da Europeo; lo stesso fanno lo Spagnolo e il Polacco e così via. Mentalità ottocentesca, quasi; siamo meno moderni di quanto siamo disposti ad ammettere. Ora noi, sfiduciati l’uno con l’altro, forse  potremmo riflettere bene su quello che abbiamo preteso in Bosnia con gli accordi di pace di Dayton del 1996. Il serbo, il croato e il musulmano, con parenti dissepolti dalle fosse comuni o magari loro stessi scacciati dai villaggi natali, hanno dovuto imparare di nuovo imparare di nuovo a stare nella stessa valle: incrociarsi per strada, relazionarsi in posta o al bar, confrontarsi in un consiglio comunale o in parlamento. Molti, quando sono tra sconosciuti, non rivangano “quel passato”: niente domande, niente allusioni, niente accuse, niente giustificazioni. Il doloroso ritorno alla normalità di chi vive in Bosnia è andato di pari passo con la tremolante rinascita di un’identità civile che ha rappresentato per secoli il modello di convivenza e di rispetto fra genti diverse.

Eppure è da qui che deve ritrovare slancio il processo di europeizzazione dei popoli continentali: non si può pensare a un’Europa unita che non sia multietnica, laica e rispettosa di tutte le religioni, democratica, in opposizione al fanatismo di pochi (si spera) mossi dalla xenofobia, dal fondamentalismo, dal fascismo. E proprio perchè da secoli nel paesaggio bosniaco svettano minareti e campanili, si deve ricercare quel modello di convivenza per un continente abitato da un numero sempre maggiore, per quanto ancora modesto, di immigrati e cittadini musulmani; un modello da migliorare, ma a cui non ci sono alternative: non ci potrà mai essere una Ue musulmana, ma neanche una Ue antimusulmana. I valori fondamentali condivisi dai 27 popoli, dal 2013 ventotto con l’ingresso nell’Unione della Croazia, dovrebbero funzionare come anticorpi contro ogni fanatismo, sia esso di stampo nazionalista, religioso od oligarchico. E la stella polare dell’agire nostro e dei politici che ci rappresentano deve essere sempre l’Europa della Pace, come concordano Mini e Pejanovic. Per questo oggi sarebbe inconcepibile un nuovo conflitto in Bosnia. Gli europei, sia i leader che la società civile, non sopporterebbero quel che hanno lasciato passare due decenni fa, non nell’era digitale di Twitter, Facebook e Youtube. Tuttavia devono anche essere consapevoli che nel cammino di pace dei Bosniaci c’è ancora chi cerca di indire un referendum per la separazione della Repubblica Srspka da Sarajevo, mentre i politici croati dell’Erzegovina rivendicano più autonomia nella Federazione Musulmano-Croata. E’ un nazionalismo mai sopito, e oggi ben vitale perchè il processo di integrazione con l’Unione europea pare arenato per via della crisi economico finanziaria, non solo dei problemi interni alla Bosnia, come nota Pejanovic. Eppure quel cammino di pace era cominciato proprio con la premessa di una piena integrazione dello stato balcanico nell’Europa comunitaria. Del resto, come ricorda Pejanovic, era scritto negli accordi di Dayton siglati nel 1996. Si può dire che già allora la Bosnia Erzegovina, in potenza, era parte della comunità europea. La costruzione di un’identità bosniaca nella cornice delle richieste di Bruxelles si è rivelato un processo sofferto, ne è un esempio  la difficoltà a smantellare le polizie substatuali su base etnica, ma è stato inarrestabile. Sarebbe assurdo non raccogliere i frutti di un lavoro lungo 15 anni, che ha impegnato tutti gli uomini e le istituzioni di buona volontà.

A questo proposito Pejanovic offre quattro proposte concrete per ridare energia al progetto messo a punto a Dayton: maggiori relazioni tra L’Alto rappresentante dell’Ue e le istituzioni di stanza a Bruxelles per sbloccare nuovi eventuali stalli politici e sostenere Sarajevo nel processo di integrazione comunitaria. Istituire uffici di rappresentanza dell’Unione europea su tutto il territorio della Bosnia Erzegovina per favorire i progetti di sviluppo economico, sociale e culturale. Creare un’agenda politica unica tra l’Alto rappresentante e il parlamento bosniaco. Favorire l’ingresso della Bosnia Erzegovina nella Nato. Questa visione assomiglia quasi a un protettorato; ma Pejanovic supporta il suo auspicio di un maggior impegno politico della Ue con dei sondaggi, secondo i quali il 70% della popolazione sarebbe favorevole all’ingresso del Paese nell’Unione europea. E in fondo è il prezzo che in molti sono disposti a pagare affinchè la loro Bosnia, la nostra Bosnia, torni a essere una vera terra di pace.

di Cristiano Arienti

Link utili:

ipsia-acli.it

balcanicaucaso.org

In copertina: Sarajevo 2010 – la moschea di Gazi Husrev-beg e la Biblioteca nazionale di Sarajevo.

 

 

 

 

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