“12 anni schiavo” di McQueen, lo schiavismo mai visto

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“Beh, pensavo fosse più violento da come me ne avevano parlato”. Questo è uno dei commenti ascoltati in un cinema di Milano, alla fine della proiezione di 12 anni schiavo del regista Steve McQueen. Ero ancora frastornato per ciò che avevo appena visto, ma la frase di quello spettatore, mani in tasca e pancetta florida, mi ha strappato un sorriso.

La tragica esperienza di Solomon Northup, afroamericano libero dello Stato di New York rapito nel 1841 e vissuto per 12 anni come schiavo nel profondo sud degli Stati Uniti, è realmente accaduta: frustate, impiccagioni, torture, stupri, condizioni di vita animalesche, degradazioni e privazioni, madri separate dai bimbi, ceffoni e pedate una a tantum: è tutto vero, ampiamente documentato.

Steve McQueen indugia sulla sofferenza tattile del nerbo sulla schiena già martoriata e sul dolore irricevibile delle cure per chiudere le ferite. Osserva da vicino il cappio che sta spezzando il collo di un fuggitivo appena catturato, ci fa ascoltare i suoi rantoli. Ci mostra gli occhi spenti di una ragazzina che sta subendo lo stupro del proprietario terriero; insiste sulla disperazione inconsolabile di una donna a cui hanno strappato i figli, il suo pianto senza sosta fino a quando chi l’ha comprata decide di sbarazzarsene.

No, il milanese, scrollando le spalle, dice che 12 anni schiavo non è violento. Gli sarebbe bastata una frustata di quelle inflitte a Solomon, per  rannicchiarsi in posizione fetale in un angolo del cinema.

E’ la grande potenza e al tempo stesso il grande limite dell’arte, del cinema in questo caso: un’esperienza mediata ci dà modo di vivere situazioni lontane nel tempo e nello spazio, e però non sarà mai efficace, in termini di lezioni, quanto un’esperienza diretta.

Il giornalista Christopher Hitchens si rifiutava di considerare il waterboarding una tortura; quando accettò di sottoporsi a quella pratica, si arrese dopo 14 secondi. Per questo ci dobbiamo fidare di Primo Levi, o di Solzenicyn, autori di opere autobiografiche: non dimentichiamoci mai delle sofferenze che certe persone hanno sofferto, se non vogliamo che in futuro i nostri figli o i nostri nipoti a loro volta debbano provare la follia dei totalitarismi. O la bestialità della schiavitù, nel caso dell’opera autobiografica di Solomon Northup, da cui McQueen ha tratto il film. Del resto il tema è ancora attuale, visto che nel mondo ci sono ufficialmente 30 milioni di schiavi, senza contare tutti i lavoratori ridotti in semi-schiavitù.

E mi ha lasciato perplesso un altro commento su “12 anni schiavo“, da parte di una critica: “il film è retorico”; cioè mancherebbe di contenuti, o sarebbe semplicemente superficiale. O, cercando di interpretare il severo giudizio, tratterebbe nel solito modo il tema della schiavitù.

Ecco, è l’opposto. Già Tarantino, nel suo Django unchained, ha dipinto un quadro magistrale di cosa accadeva nelle piantagioni del profondo sud prima della guerra di secessione; ma a sprazzi, all’interno del grottesco canovaccio già visto in Kill Bill e Inglorious Bastards, dove l’eroe  ritorna dall’inferno per punire i cattivi.

Il film di McQueen, invece, è interamente incentrato sulla sofferenza di Northup: dal primo istante in catene, fino alle urla finali del padrone, (“tu sei il mio schiavo”), un istante prima della liberazione. Il protagonista viene seguito nel suo viaggio all’inferno, scendiamo con lui in ogni bolgia; e chi infligge le pene a Solomon e agli altri schiavi sono uomini e donne, spesso religiosi, che non si fermano davanti a nessun dolore, nessuna preghiera.

E qui sta il vero capolavoro di McQueen: ci apre gli occhi di fronte al rapporto intimo tra i bianchi e i neri nel profondo sud ottocentesco; vediamo come la vita a stretto contatto fisico tra oppressori e oppressi determini atteggiamenti e comportamenti che travalicano l’abominio della schiavitù come sistema sociale. I primi infliggono violenze sui secondi, o ne sono testimoni, in misura tale che oggi li definiremmo dei sociopatici con serie devianze mentali. Non basta la giustificazione che i neri fossero considerati delle bestie, e trattati di conseguenza. (“Sono come dei babbuini”, dice a un certo punto Epps, il proprietario di Solomon). No, c’è dell’altro: molti erano animati da puro sadismo, il piacere nell’infliggere la sofferenza agli altri. E altre deviazioni riguardavano anche la sfera sessuale, un altro aspetto trattato apertamente nel film.

Tutto questo c’è in Django unchained, ma la cifra grottesca della pellicola ne offusca la potenza; nel film di McQueen lo scenario è più scioccante, perché è cronaca ridotta all’osso, con pochissime concessioni al superfluo. Per questo 12 anni schiavo può essere considerato il film definitivo sullo schiavismo; accenna appena a sovrastrutture come l’economia, la giustizia, la società, ed entra nel cuore profondo del problema: un uomo può diventare una bestia, fino a ridurre altri uomini peggio delle bestie.

Del resto un film del genere, un’opera destinata alla cultura di massa e probabilmente glorificato con l’Oscar, non poteva giungere prima. Fino a pochi anni fa gli Stati Uniti erano ancora troppo impegnati a convalidare la prima frase della Dichiarazione d’Indipendenza:

“E’ una verità manifesta che tutti gli uomini sono creati uguali […] con certi diritti inalienabili, e tra questi la vita, la libertà e la ricerca della felicità.”

Il senso di una nazione azzannata dalla discriminazione razziale era ancora forte fino alla decade del 1980. L’elezione del primo presidente nero nella storia, nel 2008, ha abbattuto l’ultima barriera: quello che i padri costituenti giudicavano una verità manifesta, è stato applicato al massimo livello della società americana. Centoquarant’anni dopo la guerra di secessione.

E infatti nel film 12 anni schiavo, che pure allude al conflitto che verrà tra nordisti e sudisti, la schiavitù inflitta agli afroamericani ha una debole contestualizzazione storica: essa viene resa nella sua peggiore dimensione umana.

di Cristiano Arienti

Letture utili

http://www.newyorker.com/online/blogs/closeread/2013/11/jezebel-and-solomon-why-patsey-is-the-hero-of-12-years-a-slave.html Articolo di Amy Davidson sul rapporto intimo e morboso tra proprietari terrieri, le loro mogli, e uomini e donne in schiavitù.

Amatissima, romanzo di Toni Morrison, premio Nobel per la letteratura nel 1993.

http://www.youtube.com/watch?v=Bnse2u-fEqQ scena da Django Unchained.

In copertina: Lupita Nyong’o, in una scena del film 12 anni schiavo

http://www.lastampa.it/2013/10/18/esteri/nel-mondo-trenta-milioni-di-schiavi-maglia-nera-a-india-e-cina-mUyGBzmsiKTblVJHxLmVpN/pagina.html Schiavi nel mondo oggi.

 

 

 

 

 

 

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